Autore: Carlo

  • Svolta urbanistica: le proposte portate oggi in Commissione vanno ascoltate seriamente

    Svolta urbanistica: le proposte portate oggi in Commissione vanno ascoltate seriamente

    “Ringraziamo i firmatari del documento «Per una svolta urbanistica a Firenze», auditi stamani dalle Commissioni 3 e 6 riunite. Su quasi ogni punto abbiamo già depositato atti, ma la questione è come cambiare il modo in cui si fa politica”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Questa mattina le Commissioni 3 e 6 del Consiglio comunale, in seduta congiunta, hanno audito una delegazione delle firmatarie e dei firmatari del documento «Per una svolta urbanistica a Firenze», nato dal convegno del 12 settembre 2025 a Palazzo Pucci. Ringraziamo chi ha lavorato ai testi inviati e le presidenze che hanno convocato l’audizione: è un lavoro serio, e chiede al Consiglio comunale di fare il proprio mestiere, da allargare alle forze politiche e civiche presenti sul territorio.

    Senza intestarci nulla, perché l’autonomia dei percorsi è fondamentale, ricordiamo come sulla moratoria delle vendite e sul censimento del patrimonio pubblico abbiamo depositato a luglio una mozione sui patrimoni sociali, oltre a un ordine del giorno per sospendere le vendite Invimit.

    Sull’articolo 35 comma 5 delle norme tecniche del Piano Operativo, quello che consente al Consiglio di approvare uno schema progettuale prima di conoscere l’esito delle verifiche, abbiamo depositato un ordine del giorno a luglio, sul caso di Villa Le Brache. Sulla monetizzazione dell’housing sociale c’è l’ordine del giorno su via Burci e l’interrogazione di agosto su via della Chimera. Sui concorsi di progettazione e contro l’appalto integrato al massimo ribasso, ci sono un’interrogazione e una mozione di giugno. Sull’ex Officina Grandi Riparazioni molto chiediamo già dalla precedente consiliatura. Sul Cubo Nero e sull’insufficienza del cosiddetto Piano Unesco, c’è un’interrogazione di luglio. Sul regolamento europeo per il ripristino della natura, abbiamo depositato una mozione sulla depavimentazione ad agosto.

    Sugli studentati la storia è articolata e lunga. Nel marzo 2023 e nel marzo 2024, quando il Consiglio adottò e poi approvò il Piano Operativo, depositammo emendamenti su quegli stessi articoli. Nel 2024 ne risultano ventuno in tabella, respinti tutti. Quello sull’articolo 19 punto 4.2, cioè sui giorni di uso turistico concessi agli studentati, ebbe parere tecnico favorevole e tre voti a favore. Il punto non è che gli uffici non capissero: è che la maggioranza ha votato no lo stesso.

    Sulla monetizzazione aggiungiamo una precisazione che ci pare utile a chi quel documento lo ha scritto. L’obbligo di monetizzare negli interventi conservativi con cambio di destinazione d’uso non sta nelle norme tecniche del piano: sta nel Regolamento approvato il 7 luglio 2025, dove si legge che la quota di edilizia convenzionata «è corrisposta esclusivamente attraverso la monetizzazione». Si può cancellare con una delibera di Consiglio, senza variante e senza passaggi in Regione: si può fare adesso, quindi. I vent’anni di durata del vincolo, invece, stanno nelle norme tecniche in tre punti diversi, e lì la variante serve. Vale la pena ricordare che il testo unico dell’edilizia permette di arrivare a trent’anni: Firenze ha scelto il minimo.

    C’è poi una questione di tempi che riguarda tutte queste richieste insieme. Le misure di salvaguardia scattano dall’adozione di una variante, non dalla sua approvazione e nemmeno dalla sua richiesta: finché non si adotta, la norma che si vuole abrogare resta in vigore e chi ha un progetto pronto fa in tempo a presentarlo. Per questo non basta chiedere le modifiche: servono date e impegni concreti da parte di chi governa.

    Prendiamo atto del dialogo avviato oggi: non ci interessa rivendicare niente come gruppo di opposizione, rispetto a questo percorso. Ci aspettiamo che il Consiglio comunale e i Consigli di Quartiere vogliano accogliere questa richiesta di partecipazione per permettere di migliorare il modo in cui si fa politica in Città, dentro e fuori le istituzioni.

  • Spazio Uno: la fine lavori slittata al 2029

    Spazio Uno: la fine lavori slittata al 2029

    “Un dettaglio che preoccupa, per il futuro di un’attività cinematografica di riferimento per tutta la Città”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune
    Francesca Lupo – Sinistra Progetto Comune Quartiere 1

    Dalla documentazione vista, i lavori in via del Sole, presso l’immobile del Cinema Spazio Uno, potranno finire entro luglio 2029, dopo una proroga chiesta dalla proprietà a febbraio di questo anno, dato che il termine era previsto per luglio 2026.

    Si tratta di una possibilità prevista dal quadro normativo, su cui tecnicamente non c’era sicuramente margine di intervento, ma il tema politico invece resta tutto, perché da molto tempo chiediamo ci sia un’attenzione alla questione da parte di Palazzo Vecchio, insieme a tante persone in Città e ad altri gruppi, tra cui quello di Firenze Democratica.

    Lo smantellamento della sala e la chiusura dell’edificio sono arrivati rapidamente, mentre delle prospettive di riapertura si sono perse le tracce.

    I dieci anni di vincolo per la destinazione partono dalla ripresa dell’attività, quindi lo slittamento non tocca questo aspetto, ma è evidente che tre anni di incertezza in più possono essere fatali per la continuità del Cinema Spazio Uno, già significativamente compromessa.

    Che interlocuzioni sta tenendo la Giunta con le parti? Che garanzie si vogliono dare alle attività culturali?

    Sono domande che faremo, tanto in Palazzo Vecchio quanto al Quartiere.

  • Biblioteca Thouar: riapre domani, ma restano domande politiche da chiudere

    Biblioteca Thouar: riapre domani, ma restano domande politiche da chiudere

    “Il problema è la volontà politica di programmare e comunicare con il territorio”

    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune
    Francesca Lupo – Sinistra Progetto Comune Quartiere 1

    La Thouar è la biblioteca pubblica di piazza Tasso, dove studiano ragazze e ragazzi dell’Oltrarno e dove da anni un gruppo di volontarie e volontari organizza letture e incontri: si sviluppa al piano terra di un edificio del Comune, le ex Leopoldine. Sopra la biblioteca c’è una sala grande, l’altana.

    Il 17 luglio la biblioteca ha chiuso. Sulla porta è comparso un foglio: si è rotto l’impianto di condizionamento, chiusa fino a quando non sarà riparato. La riapertura è annunciata per mercoledì 2 settembre, domani. 47 giorni, i più caldi dell’anno, dentro i quali cadono anche i quindici della normale chiusura di agosto, come hanno già ricordato in Rete Civica le consigliere Del Re e Gasperini nei giorni scorsi.

    Siamo andati a rivedere le carte. Nel maggio 2022 la Giunta ha stanziato 800mila euro, presi a prestito con un mutuo, per rifare gli impianti proprio di quell’edificio: il progetto è intitolato all’Altana di piazza Tasso e riguarda centrali termiche, riscaldamento e impianti idraulici. I lavori sono stati affidati nel gennaio 2023 e sono andati avanti due anni. L’ultimo documento pubblicato è del marzo 2025. Sul collado richiederemo spiegazioni con un’interrogazione.

    Già un anno fa l’Amministrazione scriveva che i lavori sull’impianto di condizionamento si stavano prolungando e che il ripristino era «ormai prossimo». Dodici mesi dopo quella frase l’impianto si è rotto, e ha chiuso la biblioteca.

    Intanto la sala di sopra, come spazio pubblico, non c’è più. Nel luglio 2024 avevamo chiesto perché l’altana fosse stata chiusa. Una nuova risposta scritta è arrivata un anno dopo, in risposta a un’interrogazione del Consigliere Alberto Locchi, di Forza Italia. Dice che una valutazione tecnica interna del 2022 aveva escluso l’altana dall’uso come parte della biblioteca, e che si è deciso di destinarla a un ufficio comunale.

    Poi c’è il piano intermedio, fino al 2024 in uso all’Accademia di Belle Arti. Nel dicembre 2024 il Comune se l’è ripreso e l’ha assegnato alla direzione che si occupa delle biblioteche, scrivendo che serviva ad ampliare la Thouar, ma non abbiamo trovato nessun progetto che sviluppa questo aspetto.

    Una riparazione urgente può essere fatta dentro un contratto di manutenzione già attivo, senza produrre un nuovo documento pubblico, ma quello che non campiamo è quanto politicamente si voglia investire su uno spazio fondamentale per tutta piazza Tasso e non solo.

    C’è anche un tema di comunicazione complessiva, che continuiamo a sollevare, perché tutte le incomprensioni con la residenza rischiano di scaricarsi sul personale.

    Continueremo a impegnarci per un modo diverso di vivere la Città.

  • Palazzo Giovane: mancano le clausole di continuità per personale e attività

    Palazzo Giovane: mancano le clausole di continuità per personale e attività

    “C’è tempo per prevedere forme di tutela, per chi lavora e per l’utenza”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Il provvedimento dirigenziale 6518, adottato il 28 agosto e pubblicato oggi, proroga di venti giorni la gestione di Palazzo Giovane e poi affida l’immobile «a titolo gratuito» in custodia al gestore uscente, perché compia «le operazioni necessarie per la riconsegna dei locali liberi da persone e cose». Tradotto: dal 21 settembre lo spazio che il Comune elenca fra i propri centri giovani non sarà più un centro giovani, ma un immobile da liberare. Nessun atto pubblicato dice che ne sarà dei corsi, della sala prove, delle associazioni che quelle stanze le usano e delle persone che ci lavorano. Se poi la nuova concessione partisse dopo il 1° ottobre, l’atto circoscrive la custodia ai «dieci giorni precedenti la consegna».

    Il Codice dei contratti, all’articolo 57, impone di inserire nei bandi e negli inviti (anche per le concessioni) clausole sociali che garantiscano «la stabilità occupazionale del personale impiegato». Il capitolato e la lettera d’invito richiamano quell’articolo e ne applicano quasi tutto: i contratti collettivi, il 30% di occupazione giovanile e femminile sulle nuove assunzioni, le relazioni di genere e sulla disabilità, i criteri ambientali. Sulla continuità del personale, dopo 12 anni di gestione dello stesso soggetto, non abbiamo trovato però trovato nessun riferimento. E il paragrafo 21 della stessa lettera d’invito ordina di verificare gli impegni «riguardanti la stabilità occupazionale» richiesti dal paragrafo 9, che quella clausola non la contiene.

    Il piano economico allegato agli atti prevede 7 persone dipendenti per il ristorante e 3 per le attività giovanili (direzione, accoglienza e una custode a venti ore) più 552.867 euro di collaborazioni in quattro anni, calcolati dal Comune stesso «in misura pari al 50% dei ricavi dei servizi di politiche giovanili». Chi fa lavoro educativo e culturale viene pagato sulla base di quote su quanto riesce a incassare dalle ragazze e dai ragazzi. Sugli stessi numeri il costo del lavoro supera il 50% dei costi e dei ricavi: abbiamo chiesto come mai la concessione non è stata qualificata ad alta intensità di manodopera.

    Il resto è già emerso, sia da parte di Fratelli d’Italia che del nostro gruppo, anche se con posizioni e impostazioni diverse. Il Comune riconosce negli atti un «vantaggio finanziario» di 620.000 euro, perché mette a base di gara un canone di 10.000 euro l’anno su un immobile che la sua stessa Commissione valuta 165.000 euro. In cambio, corsi, sala prove, coworking e perfino le stanze delle associazioni restano a pagamento: 150 euro al mese, senza alcun tetto fissato da Palazzo Vecchio, mentre la delibera di indirizzo (che la Giunta definisce «vincolante») prescriveva di favorire l’utilizzo degli spazi da parte delle associazioni giovanili. E il valore stimato si ferma 10.713 euro sotto la soglia europea: quanto basta per non fare una gara aperta.

    Non è un dettaglio numerico, è una questione politica e un’idea di città. L’unico spazio pubblico per i giovani dentro l’area UNESCO viene tenuto in piedi da un bar e da un ristorante invece che dal bilancio comunale, e il conto lo pagano due volte le stesse persone: chi ci lavora senza garanzia di continuità, e chi lo frequenta pagando ogni singola attività.

    Chiediamo alla Sindaca e alla Giunta di intervenire prima dell’11 settembre, quando le offerte scadranno e la partita rischia di chiudersi per quattro anni: integrare gli atti di gara con una clausola di stabilità occupazionale, fissare un tetto alle tariffe per le associazioni e dire alla città che cosa succede a Palazzo Giovane dal 21 settembre.

  • 34 milioni per la strada Piagge-Manifattura Tabacchi: c’è uno studio che non la ritiene necessaria

    34 milioni per la strada Piagge-Manifattura Tabacchi: c’è uno studio che non la ritiene necessaria

    “Lo Studio degli impatti sulla mobilità allegato al Piano di Recupero simula l’ex Manifattura realizzata al 100% senza la nuova viabilità e addirittura senza la tramvia 4, e conclude che «anche in queste circostanze il progetto è sostenibile»”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Il Piano di Recupero dell’ex Manifattura Tabacchi contiene un elaborato di 12′ pagine intitolato «Studio degli impatti sul sistema della mobilità»: simulazioni di traffico datate 27 novembre 2018, redatte dalla società milanese Mobility In Chain per conto di M.T. – Manifattura Tabacchi S.p.A. È nei documenti passati dal Consiglio comunale l’8 aprile 2019 come parte della valutazione ambientale del Piano, ed è ancora scaricabile, fra gli allegati della variante approvata il 14 febbraio 2022.

    Al capitolo 12 quello studio fa esattamente la cosa che in Consiglio comunale ci è stata negata: prova a togliere la strada. Sono gli scenari che il documento stesso chiama «peggiori»: l’area costruita al 100% delle superfici previste, quasi 98.000 metri quadrati, senza la nuova viabilità Pistoiese-Rosselli. La conclusione è scritta in modo chiaro: quegli scenari «evidenziano perdite di performance non tali da pregiudicare la circolazione. L’impatto del comparto viene assorbito dalla rete stradale per cui anche in queste circostanze il progetto è sostenibile». E poche righe più su: «L’ampio spettro di scenari analizzati permette di stabilire la fattibilità del progetto anche a fronte della mancata realizzazione di sistemi infrastrutturali quali la Rosselli Pistoiese».

    Nel 2021 il quadro è stato aggiornato e il risultato non è cambiato. L’Addendum allo studio, terza emissione del 29 luglio 2021, aggiunge uno scenario in cui manca anche la tramvia 4 e la Manifattura è comunque completata: l’assenza della tramvia, si legge, «potrebbe essere compensata da lievi rimodulazioni del TPL esistente», cioè aumentando la frequenza di tre linee di autobus già in servizio, la 35, la 56 e la 55. E la chiusura è la stessa: «si può quindi concludere che anche in queste circostanze derivanti dallo scenario intermedio 4 il progetto è ammissibile».

    Non c’è scritto che la strada peggiora il traffico: la stessa pagina di conclusioni scrive che «simulando gli scenari con la Rosselli – Pistoiese e la tramvia 4 si può notare un miglioramento delle performance della rete», in particolare sul nodo di via Baracca e piazza Puccini. Ma è abbastanza assurdo vedere l’opzione zero considerata da una realtà privata e ignorata dagli enti pubblici.

    Le Norme Tecniche del Piano classificano lo studio e il suo addendum come elaborati «dimostrativi», quindi non sono vincolanti, ma assumono un valore significativo, mentre riprendono i lavori istituzionali senza che il dibattito sulla nuova strada risulti effettivamente di interesse per chi governa la Città.

    Il 14 agosto abbiamo scritto che quei 34 milioni sono stati stanziati prima di sciogliere i rilievi ambientali: oggi si aggiunge anche questo tassello. Nel 2023 l’Agenzia regionale per la protezione ambientale ha rilevato che «non è stata valutata l’ipotesi di realizzare le sole opere di raccordo locale a servizio della tramvia escludendo la realizzazione della strada di scorrimento e penetrazione urbana» e ha scritto che gli impatti «rendono necessaria la verifica dell’opzione zero di non realizzazione della strada». Il 16 marzo 2026 il Consiglio comunale ha respinto il nostro ordine del giorno 461, che chiedeva esattamente questo: sei voti favorevoli, sedici contrari. Quattro giorni dopo si teneva la conferenza di servizi che ha avviato l’Accordo. Le nostre interrogazioni risultano in larga parte senza risposte.

    C’è poi la geografia delle coperture economiche. L’opera è divisa in cinque lotti, per complessivi 59,35 milioni di euro. L’Accordo approvato il 24 luglio ne finanzia due, per 34 milioni: il primo tratto di strada, che parte da via delle Cascine (cioè dalla Manifattura) e si ferma a via del Barco, e il parcheggio scambiatore allo svincolo dell’Indiano. I tre lotti che proseguono verso le Piagge, 25,35 milioni, restano senza copertura.

    Continueremo a seguire ogni passaggio, dentro e fuori da Palazzo Vecchio. Un’opera pubblica si giustifica con l’interesse di chi una città la vive tutti i giorni, permettendo una discussione utile e trasparente.

  • Autistici/Inventati: la nostra solidarietà e gli impegni a tutela del Comune di Firenze

    Autistici/Inventati: la nostra solidarietà e gli impegni a tutela del Comune di Firenze

    «Il modo di agire del Governo USA è pericoloso, perché mina qualsiasi principio di diritto internazionale, anche rispetto alle dinamiche di mercato. Palazzo Vecchio è vulnerabile, come tutto il sistema politico»

    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Autistici/Inventati è un collettivo italiano che da 25 anni mette a disposizione, gratuitamente, senza nessuna finalità di lucro, caselle di posta, siti e strumenti per comunicare nel pieno rispetto della privacy. È un percorso noto ad associazioni, comitati, redazioni, collettivi, organizzazioni sindacali, singole persone: non vende niente e non raccoglie dati.

    Tante soggettività (collettive e individuali) fanno uso di questi servizi.

    Il 26 agosto 2026 il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito questa realtà in una lista di organizzazioni considerate terroristiche, quella nata dopo l’11 settembre 2001. L’accusa è di aver fornito «architettura digitale, strumenti e servizi» a gruppi estremisti: non ci sono stati processi o sentenze, ma semplicemente la decisione amministrativa di un governo straniero. In Italia e in Europa quel collettivo resta un soggetto pienamente lecito, e a suo carico non c’è nessun procedimento.

    Dalla Casa Bianca si sono permessi di attaccare un’esperienza vitale e importantissima, usando una lista nella quale si definisce chi non può più avere rapporti economici con soggetti statunitensi: qualsiasi banca mantenga rapporti con chi è “messo all’indice” rischia a sua volta. Il Tesoro ha fissato un termine: fino al 25 settembre sono autorizzate soltanto le operazioni necessarie a chiudere i rapporti in essere.

    Due giorni dopo l’annuncio il sito non era più raggiungibile, perché è stato bloccato il nome di dominio, cioè l’indirizzo che si scrive nel browser per arrivarci. Il collettivo ha reso noto che anche l’istituto bancario di riferimento ha comunicato l’intenzione di chiudere il conto corrente. Non ci risulta che il registro che gestisce quei domini abbia dichiarato di aver agito su richiesta USA, né che la banca fosse obbligata per legge.

    Un’impresa privata, per non correre rischi negli Stati Uniti, chiude prima di qualsiasi conseguenza e si disciplina da sola: nel gergo finanziario si chiama de-risking, mettersi al riparo dal rischio scaricando le conseguenze su altre persone o realtà. Così la decisione su chi può avere un sito, una casella di posta o un conto corrente si sposta dalle autorità pubbliche italiane ed europee agli uffici di conformità di aziende private che rispondono a un altro ordinamento.

    L’Unione europea uno strumento ce l’ha, un regolamento del 1996 che protegge dagli effetti delle leggi USA fuori dai confini statunitensi, ma vale soltanto per le misure su Cuba e Iran elencate in un allegato che non ci risulta aggiornato. Per un caso come questo non ha efficacia.

    Da qui arriviamo a Firenze, e non per analogia. Il Comune fa passare la propria posta elettronica, le videoriunioni e gli archivi dei documenti sui servizi di un’impresa statunitense, e paga fornitori, contributi e associazioni attraverso la banca che tiene la tesoreria comunale, la cui convenzione scade il 31 dicembre. Se domani una lista decisa a Washington toccasse un fornitore del Comune, o un’associazione che il Comune finanzia, che cosa succederebbe a quel pagamento e a quei documenti?

    Non è un’ipotesi astratta. Nel 2025 il procuratore capo della Corte penale internazionale si è ritrovato senza accesso alla posta elettronica dopo le sanzioni statunitensi, e la Corte ha poi avviato il passaggio ad altri fornitori. A giugno avevamo depositato un’interrogazione proprio su questo, la numero 1146: a oltre due mesi non ha ricevuto risposta.

    Per questo depositiamo un’interrogazione e una mozione, e chiediamo che le Commissioni competenti ascoltino il collettivo Autistici/Inventati prima del 25 settembre. Chiediamo alla Sindaca e alla Giunta di dire che cosa accadrebbe a un pagamento comunale bloccato per una lista USA, di inserire nei contratti informatici il divieto di sospendere il servizio senza un provvedimento di un’autorità italiana o europea, di prevedere la stessa clausola nella nuova tesoreria, e di avviare un piano per spostare posta e archivi su infrastrutture pubbliche europee e su software libero.

    La solidarietà ad Autistici/Inventati non è un gesto simbolico e non riguarda solo chi ne usa i servizi. Riguarda la possibilità materiale, per chi si organizza dal basso, di comunicare senza chiedere il permesso a nessuno. Le infrastrutture con cui parliamo sono un bene pubblico: se dipendono dall’autorizzazione di un governo straniero, non lo sono.

  • TARI: i documenti di ATO Toscana Centro confermano le criticità della multiutility

    TARI: i documenti di ATO Toscana Centro confermano le criticità della multiutility

    “Molte sono le contestazioni mosse ad ALIA – Plures: come fa l’Assessore con la delega alle partecipate a dire che va tutto bene così?”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Il 27 gennaio 2026, con la nota protocollo 231, ATO Toscana Centro ha contestato a Plures la violazione dell’articolo 37 del contratto di servizio per il mancato invio dei dati necessari a calcolare la tariffa, diffidandola ad adempiere entro dieci giorni. Non un sollecito: una contestazione formale di inadempimento rivolta al proprio concessionario. Lo si legge nell’allegato di duecentoventicinque pagine alla proposta tariffaria approvata il 23 luglio, caricato sul sito dell’autorità e aggiornato il 6 agosto, insieme a tutto quello che segue.

    Il 16 giugno, in Commissione controllo, la presidenza e la direzione di ATO ci avevano già detto che il gestore non trasmetteva tutta la documentazione richiesta. Ora quell’elenco è scritto, e ha nomi precisi: a istruttoria chiusa mancavano ancora i dati tecnici a sostegno del coefficiente che a Firenze vale il 4,43% di aumento, il libro dei beni ammortizzabili su cui si calcolano venti milioni fra ammortamenti e remunerazione del capitale, i database di mezzi, attrezzature e personale, la relazione sugli scostamenti di costo fra il 2024 e il 2025, e la valutazione di congruità delle transazioni fra società dello stesso gruppo. Quest’ultimo documento è quello che dirà quanta TARI pagherà i servizi riaddebitati dalla holding una volta conferito il ramo rifiuti nella nuova società: l’accordo sindacale del 29 luglio ne prevede la costituzione entro l’anno, e la verifica che ne misura l’impatto tariffario non ci risulta sia ancora pubblica.

    Negli stessi allegati c’è una relazione tecnica che l’autorità ha commissionato a un professionista esterno. Descrive un «modus operandi del Gestore» che tende a «traslare sulla TARI oneri che non dovrebbero gravarvi» (consulenze societarie, comunicazione istituzionale, «servizi comuni» della multiutility) e a «comprimere la verificabilità sostanziale di alcune poste» attraverso «una contabilità separata dichiarata ma non riscontrabile, l’omissione di ammortamenti e costi indiretti». Sul piano degli investimenti 2026-2029 la conclusione è che «non risulta valutabile e pertanto non validabile», perché conteneva «esclusivamente dati aggregati per macrocategorie, privi di qualsivoglia possibilità di riscontro analitico».

    E poi c’è il passaggio che smonta la spiegazione con cui gli aumenti vengono di solito accompagnati: «non appare ad oggi configurabile un deficit strutturale» della concessione. Gli scostamenti accertati, si legge, hanno «prevalentemente natura endogena», cioè dipendono da scelte del gestore, compreso l’incremento dei costi di struttura «riconducibili a scelte organizzative e societarie del Gestore, inclusa la dinamica di consolidamento della multiutility». Le misure indicate non sono nuovi ricavi: sono efficientamento, rimodulazione e «una adeguata riduzione del piano investimenti».

    Il gestore ha intanto impugnato davanti al Tribunale amministrativo i criteri con cui l’autorità stabilisce quanta parte dei ricavi da vendita dei materiali torni all’utenza, e con motivi aggiunti del 26 gennaio 2026 anche la revisione del piano 2025. Il comitato tecnico che gestisce il contratto, riunito il 20 aprile, ha preso atto che le soluzioni dell’autorità sono «tecnicamente corrette e in linea con le norme ARERA». Su questo il Comune, socio dell’autorità e primo azionista del gestore, non ha mai detto pubblicamente da che parte sta.

    I numeri di Firenze dicono il resto. Il conto approvato dal Consiglio comunale il 28 luglio è di 135,8 milioni di euro, cresciuti del 6,71%, cioè del massimo che il metodo consente, con un costo unitario del servizio di 58 centesimi al chilo contro un parametro di riferimento di 42,8: oltre un terzo in più. La voce che cresce di più è la gestione delle tariffe e dei rapporti con l’utenza, da 4,98 a 6,02 milioni in un anno (+20%) ed è esattamente la funzione che l’organigramma dello scorporo lascia in capo alla holding.

    Nella stessa seduta del 23 luglio, cinque giorni prima del voto in Consiglio, l’assemblea dei sindaci ha scelto di ricostruire il termovalorizzatore di Montale raddoppiandone la capacità fino a centomila tonnellate l’anno, con Firenze presente e votante. Il documento su cui ha deciso confronta le due opzioni con una scala di segni più e meno, ma non contiene il costo dell’opera, che una tabella sulle tecnologie colloca fra i novanta e i centotrenta milioni per un impianto tipo; per costruirla si indica la finanza di progetto, cioè un privato che anticipa e rientra dalla tariffa per vent’anni o più; e per Montale, Agliana e Montemurlo si prevedono traffico raddoppiato, con in cambio un aumento dell’indennità per il disagio ambientale.

    L’autorità non è rimasta inerte: contesta, diffida, esclude costi, non valida il piano, e in commissione risponde alle domande. Il problema è un altro, ed è politico. Di questo conflitto (di una contestazione contrattuale al gestore, di un piano investimenti bocciato, di una scelta impiantistica da oltre cento milioni) il Comune di Firenze, socio dell’autorità con la quota più alta, titolare della sua presidenza e primo azionista del gestore, non ha mai portato una posizione in Consiglio comunale, anzi l’Assessore con la delega alle partecipate appare sempre irritato dal fatto che ci interessiamo di questi temi.

    Depositiamo per questo tre atti: un’interrogazione sulla contestazione dell’articolo 37 e sui documenti mai consegnati, una sulla componente di sharing e sulla sua restituzione alle utenze, insieme a una mozione di indirizzo sul Piano d’Ambito.

  • Montedomini: un ringraziamento a Emanuele Pellicanò

    Montedomini: un ringraziamento a Emanuele Pellicanò

    “Nel rispetto della vicenda personale, preoccupa un sistema in cui la tecnica si trova isolata rispetto alla politica”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Emanuele Pellicanò ha svolto la sua funzione di Direttore Generale di Montedomini in anni difficili, pensando soprattutto a quelli della pandemia SARS-CoV-2, che portò al centro dell’attenzione pubblica le RSA.

    Abbiamo sempre riconosciuto la sua professionalità, apprezzando in particolare il modo in cui si poneva di fronte al dialogo con le parti sindacali, in un contesto segnato da appalti ed esternalizzazioni.

    Per noi è certo che tutto ciò che ha fatto è stato in linea con le indicazioni che ha ricevuto dal Comune e dai vertici aziendali: per questo nelle ore immediatamente successive allo scoppio del “caso Montedomini” abbiamo voluto evidenziare che era impossibile dire che il sistema istituzionale “non sapeva”.

    Rispettiamo la scelta personale e le condizioni di salute di Emanuele Pellicanò e in nessun modo ci permettiamo di speculare su questa sua decisione.

    Prendiamo però atto del profondo isolamento in cui in queste settimane è emerso attorno al suo operato tecnico, frutto di una postura politica che non condividiamo, in cui non ci si assumono responsabilità ci si protegge dietro la funzione sociale di Montedomini e si cerca un capro espiatorio, rispetto a una storia istituzionale che per noi nasce (come detto anche in Commissione) dalla stagione Domenici, passando per quelle di Renzi e Nardella.

    Troviamo anche preoccupante che trovi soddisfazione quanto dichiarato dai vertici della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, a mezzo stampa, alcune settimane fa, sulla necessità di cambiare proprio il Direttore Generale.

    Le nostre contestazioni alla gestione dell’Azienda hanno sempre riguardato le decisioni apicali che guidavano l’applicazione concreta, mai si sono rivolte al personale.

    Ovviamente non possiamo che esprimere dispiacere per il fatto che non potrà essere audito dalla Commissione Controllo, almeno nell’immediato, facendo però a lui i più sinceri auguri di pronta guarigione.

  • Marginalità: una proroga per l’housing e il cohusing temporanei da 135.000 euro

    Marginalità: una proroga per l’housing e il cohusing temporanei da 135.000 euro

    “La nostra non è polemica, ma richiesta di programmazione e dibattito consiliare, pubblico”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Dispiace che ieri l’Asserrore Paulesu (rispondendo sul Fuligno) abbia voluto trasformare un tema politico in una questione personale: ricordiamo a lui, alla Sindaca e alla Giunta che a noi interessa il bene comune, quindi, in assenza di risposte alle interrogazioni e di coinvolgimenti, svolgiamo il nostro mandato studiando atti e documenti.

    Sulla programmazione delle politiche sociali ribadiamo che riteniamo urgente un cambio di passo, coinvolgendo i Quartieri e tutto Palazzo Vecchio, sul piano politico.

    La determina dirigenziale 6490, adottata il 28 agosto e pubblicata ieri, affida a Il Girasole società cooperativa sociale, per due mesi, la gestione del sistema pubblico di housing e cohousing temporanei per persone in condizione di grave marginalità. È il servizio che accompagna verso l’autonomia chi esce dalla strada: non un dormitorio, ma appartamenti e presa in carico.

    Il progetto allegato all’atto elenca nove indirizzi e 130 posti complessivi: la struttura di cohousing Meoste a Bagno a Ripoli, gli appartamenti di via Toscanini, via Canova, via Guido Monaco, via Togliatti e viuzzo delle Case Nuove a Firenze, e poi Scandicci, Sesto Fiorentino e Prato. 58 di quei 130 posti sono fuori dal Comune di Firenze: per gestirli il progetto prevede 1.890 ore di lavoro in due mesi fra coordinamento, educatori, operatori per l’accesso alla casa e al lavoro, psicologa e consulenza legale: meno di sei persone a tempo pieno. Il costo del lavoro messo a base è di 42.065,90 euro. Fatti i conti, il Comune spende poco più di otto euro al giorno per ciascuna persona accolta

    Poi c’è la cifra che salta agli occhi. Il quadro economico dell’appalto, scritto dal Comune, stima il valore complessivo del contratto (due mesi più l’opzione di proroga di altri due) in 135.001,02 euro. La soglia sotto la quale la legge consente di affidare un servizio direttamente, senza alcuna gara, è di 140.000 euro. Ci sono in mezzo 4.998,98 euro. Non affermiamo che l’atto sia illegittimo, e non è un rilievo a chi lo ha istruito: diciamo che con una politica diversa forse si potrebbe programmare diversamente.

    Il resto lo dice l’atto stesso: l’appalto vero e proprio era stato aggiudicato nel marzo 2025 per 13 mesi, è stato prorogato nell’aprile scorso fino al 31 agosto e adesso si va avanti con un affidamento diretto perché (si legge) «è intenzione dell’amministrazione ripensare e riprogettare i contenuti del servizio», la procedura «è in fase di studio ed elaborazione» e «non è comunque possibile prevederne la conclusione entro il prossimo 31.08.26». Con la proroga già prevista, questo servizio può arrivare a fine anno.

    Ripensare il servizio guardando alle procedure del Codice del Terzo settore, come l’atto dichiara di voler fare, può essere una scelta seria e comprendiamo. Ma una riprogettazione si annuncia mesi prima e si programma: se ne discute in Commissione, si scrive un cronoprogramma, si dice quando parte la nuova procedura e con quali regole. Qui invece la riflessione arriva a scadenza avvenuta, e la si copre con un contratto ponte.

    Tutto questo il giorno dopo che l’Assessore al welfare, rispondendo a una nostra nota sul Fuligno, ha parlato di politiche «oggetto di una programmazione costante» e ha definito «polemica assolutamente gratuita» una domanda su un immobile pubblico. Sono due servizi diversi ma nel giro di ventiquattr’ore due determine pubblicate insieme parlano di rinnovi e proroghe su servizi essenziali quanto delicati, per i quali ovviamente ringraziamo chiunque li garantisce con il proprio lavoro.

    Non stiamo dicendo che non funziona niente, non stiamo gridando allo scandalo: chiediamo un cambio di passo politico.

    Un sistema di accoglienza tenuto insieme da proroghe brevi e affidamenti ponte non può assumere in modo stabile, non può dare continuità alle relazioni con le persone che accompagna e scarica l’incertezza sulla logica degli appalti.

    Se tutto questo per la maggioranza è un attacco, è evidente che c’è una distanza forte anche sull’idea di politica.

  • Costa Scarpuccia: una parte dei lavori è stata fermata, ma i cantieri procedono

    Costa Scarpuccia: una parte dei lavori è stata fermata, ma i cantieri procedono

    “Continuiamo a chiedere che la Sindaca e la Giunta aprano una riflessione politica su questa trasformazione, insieme al Consiglio di Quartiere 1”

    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune
    Francesca Lupo – Sinistra Progetto Comune Quartiere 1


    Il 15 luglio 2026 il Comune di Firenze ha ordinato di non eseguire i lavori su un muro del cantiere di Costa Scarpuccia. Con la comunicazione protocollo 292295 la segnalazione certificata depositata il 18 giugno per «il consolidamento di muro perimetrale con abbattimento di due alberi e contestuale reimpianto» è dichiarata inefficace, perché mancano le verifiche di stabilità del sistema opera-pendio e dei fronti di scavo. L’atto definisce quella documentazione «il livello minimo di approfondimento tecnico» necessario alla «tutela della pubblica incolumità».

    Il muro è quello di contenimento che, come scrivono i progettisti, sta «sul confine tra il resede di proprietà della società Scarpuccia 7D e le terze proprietà facenti parte del condominio con accesso da Via di Costa Scarpuccia al civico 1». A valle il terreno si abbassa di circa tre metri, il progetto prevede di scavare a monte e di rifare il muro in cemento armato, e sotto ci abitano delle persone.

    Lo abbiamo saputo dagli ulteriori documenti che la Direzione Urbanistica ci ha consegnato in questi giorni, in riscontro al nostro accesso agli atti: ringraziamo come sempre chi lavora ogni giorno nell’Amministrazione, mentre chiediamo alla Giunta di dare risposta alle nostre interrogazioni, anche per gravare meno sul personale tecnico.

    Da quelle carte risulta che la documentazione integrativa è stata depositata, con firme digitali tra luglio e agosto; chiediamo quindi se tutti i problemi sono stati risolti.

    Un mese prima, il 16 giugno, la pratica ispettiva aperta il 23 febbraio «viste le segnalazioni ricevute» era stata archiviata «senza l’emissione di atti consequenziali»: il verbale del sopralluogo dà atto che «si è proceduto alla verifica esclusivamente in riferimento alle modifiche esterne» e che, con i ponteggi montati, lo stato dei luoghi «pare in linea con il progetto rappresentato nei titoli abilitativi».

    La pressione del rione è forte, come la preoccupazione dell’impatto che tutto questo avrà per la residenza.

    Chiediamo alla Giunta e al Quartiere 1 un confronto, perché si assuma una valutazione unitaria di un intervento che la stessa committenza scrive essere «l’intervento generale di ristrutturazione del complesso composto da più unità immobiliari ubicato tra Costa Scarpuccia e Costa San Giorgio».

    Il procedimento sul piano tecnico è spezzettato e richiede moltissimo impegno anche per lo studio di tutto il materiale, ma di base deve esserci una cornice di dibattito politico da cui fa conseguire anche un quadro tecnico unitario. Altrimenti si rischia che la frammentazione dell’iter finisca per giustificare molto, semplicemente perché è tutto regolare sul piano tecnico.

    Ricordiamo che stiamo parlando di un colle che si chiama delle Rovinate e che si trova in un tessuto in cui ancora risiede una comunità di residenti importante, che merita ascolto.

  • Palazzo Giovane: un centro giovani non può pagarlo un ristorante

    Palazzo Giovane: un centro giovani non può pagarlo un ristorante

    “Il Comune non mette un euro e dentro si paga tutto: corsi, sala prove, stanze per le associazioni”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Palazzo Giovane è un edificio del Comune in vicolo Santa Maria Maggiore, a duecento metri dal Duomo. Dal 2014 ospita ZAP, uno dei centri che Palazzo Vecchio elenca sul proprio portale dedicato alle politiche giovanili: sale per i corsi, una sala prove, stanze usate dalle associazioni, e un ristorante con ingresso indipendente su piazza dell’Olio.

    La gestione era affidata a un soggetto esterno con una concessione, cioè il contratto con cui il Comune affida a qualcun altro l’uso e la gestione di un proprio immobile: è scaduta nel novembre del 2025, è stata prorogata senza gara fino al 31 agosto di quest’anno, e il 21 agosto Palazzo Vecchio ha firmato l’atto che avvia la gara vera e propria per assegnarla di nuovo, per i prossimi quattro anni.

    Il punto è che negli atti di quella gara l’attività principale non è il centro giovani. È il ristorante. Il codice merceologico con cui Palazzo Vecchio ha classificato l’affidamento è quello dei servizi di ristorazione con cameriere, scelto perché è l’attività economicamente prevalente. E nel piano dei conti allegato alla gara, su quasi 4,8 milioni di euro di ricavi previsti in quattro anni, 3,7 milioni vengono dal bar e dal ristorante e poco più di un milione da tutto ciò che riguarda le ragazze e i ragazzi.

    Non è una nostra interpretazione: è scritto nero su bianco. Il modello, dicono le carte, prevede che «i proventi economico-commerciali derivanti dal servizio di ristorazione e bar finanzino e garantiscano la copertura dei costi» delle attività culturali, formative e aggregative. Tradotto: se il ristorante non incassa, il centro giovani non c’è. Sul bilancio comunale, per quello spazio, non è previsto un euro.

    E dentro si paga tutto. Il piano economico della gara mette in conto 200 euro per ciascun corso di formazione, 180 per un laboratorio continuativo di street art, 10 euro l’ora per la sala prove, da 80 a 100 euro al mese per una postazione di lavoro condivisa, 150 euro al mese a un’associazione per avere una stanza. L’unico beneficio previsto per chi ha meno di 35 anni è uno sconto del 15% sulle consumazioni al bar.

    C’è poi la questione del valore. La commissione del Comune che valuta gli immobili ha stimato in 165.000 euro l’anno quanto varrebbe quello spazio sul mercato; la base d’asta è di 10.000 euro l’anno. La differenza, 620.000 euro in quattro anni, compare negli atti alla voce «vantaggio finanziario» per chi vincerà. Va detto che nella concessione fino a oggi in vigore di canone non ce n’era affatto: da questo punto di vista si fa un passo avanti. E non contestiamo lo sconto: uno spazio pubblico per i giovani deve essere a carico della collettività, ed è normale che sia così. Chiediamo però quale è il corrispettivo politico immaginato per questo trattamento.

    C’è infine la parte che ci preoccupa di più, ed è quella delle associazioni. Il piano dei conti della gara mette in conto quattro fra associazioni ed enti del Terzo settore paganti, e per quanto ci risulta quelle stanze sono oggi usate da realtà associative, anche studentesche. Le regole della nuova gara consentono a chi vince di darle in uso o di sub-concederle anche a pagamento, a tariffe genericamente «calmierate rispetto ai valori di mercato», senza che il Comune fissi alcun tetto e senza che fra quelle realtà e Palazzo Vecchio esista più alcun rapporto. Le stesse regole vietano di dare in subappalto il bar e il ristorante, considerati prestazioni essenziali, e lo consentono invece per le attività culturali, artistiche e formative. La finalità pubblica è cedibile, l’attività commerciale no.

    Fratelli d’Italia ha sollevato il caso chiedendo un canone più alto e lamentando che le proposte siano rivolte «perlopiù a studenti» anziché alla residenza in centro. Non è la nostra posizione. Il centro storico non si difende svuotandolo di giovani: si difende tenendoci dentro spazi pubblici veri. Il problema non è che a Palazzo Giovane ci siano troppe studentesse e troppi studenti, è che l’unico spazio pubblico per i giovani dentro l’area riconosciuta dall’Unesco viene tenuto in piedi da un ristorante invece che da una scelta di bilancio. È lo stesso schema che vediamo tornare ovunque: quando il patrimonio pubblico potrebbe servire a un bisogno sociale, si sceglie di metterlo a reddito e lo si chiama «valorizzazione».

    Chiederemo di portare il tema al centro di una commissione dedicata.

  • Il Fuligno e Montedomini: chiarire la questione immobiliare e la programmazione pubblica dei servizi

    Il Fuligno e Montedomini: chiarire la questione immobiliare e la programmazione pubblica dei servizi

    “Vogliamo sapere con quale atto è cessato il comodato gratuito su un immobile restaurato anche con soldi comunali”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Il 28 agosto il Comune ha pubblicato la determina dirigenziale 2026&6472: 370.006 euro per rinnovare, fino al 31 marzo 2027, la convenzione con l’ASP Firenze Montedomini che gestisce l’housing temporaneo per le persone senza dimora, negli appartamenti dell’azienda e nelle Foresterie Sociali Il Fuligno di via Faenza. È il quinto rinnovo di un progetto nato nel dicembre 2023 come «fase transitoria di natura sperimentale», di cui avevamo già scritto a giugno, chiedendo un approccio politico più orientato alla programmazione.

    Abbiamo voluto approfondire l’aspetto immobiliare, vista la discussione di questa estate su questi aspetti.

    Il 19 ottobre 2017, in una propria determina, il Comune scriveva che il complesso di via Faenza «è nella disponibilità del comune di Firenze fino al 31.12.2026», in forza di un comodato gratuito la cui scadenza era stata aggiornata da una delibera di Giunta del 18 dicembre 2001. Nella convenzione approvata nel dicembre 2023 lo stesso comodato risulta invece «terminato il 30 settembre 2023», e nel dicembre 2024 il passaggio della gestione all’azienda viene motivato «considerata la scadenza del comodato d’uso gratuito dei locali». Fra il 2017 e il 2023 è successo qualcosa di cui chiederemo spiegazioni.

    Il 28 luglio 1998 il Consiglio comunale approvò le linee del progetto «Il Fuligno ritorna alla città»: il recupero dell’intero complesso, con un contributo comunale per 15 anni a partire dal 1999, per complessivi 5 miliardi e 801 milioni di lire, circa tre milioni di euro, «in cambio dell’assegnazione da parte dell’IPAB al Comune di parte del complesso del Fuligno per un congruo periodo di tempo». La convenzione del 22 maggio 1999 concedeva al Comune, in comodato gratuito per 22 anni, 13 minialloggi, il cortile interno, gli spazi di uso sociale e la ludoteca; nel 2001, avendo l’azienda sanitaria rinunciato agli spazi che le spettavano, si aggiunsero altri 22 posti letto e la scadenza si spostò alla fine del 2026. Gli anni di comodato non furono decisi a occhio: furono calcolati rapportando quanto il Comune versava al canone d’affitto stimato dal suo stesso servizio Patrimonio.

    In quelle delibere c’è un ulteriore passaggio di cui chiederemo conto alla Giunta: era previsto che nel 2022 si procedesse «alla quantificazione dell’esatto ammontare della retrocessione delle somme erogate». Come è andata a finire? È una delle domande che stiamo depositando.

    Oggi il conto è ribaltato. Dentro i 370.006 euro a semestre della determina appena pubblicata, la quota riferita al Fuligno è di 226.000 euro, un importo che la determina del dicembre 2024 descrive come «l’importo definito dall’ASP Firenze Montedomini», «come da quadro economico concordato». Fino al 31 dicembre 2024 lo stesso servizio era un appalto del Comune, aggiudicato nel 2018 con una gara aperta finanziata dal programma europeo per le città metropolitane, per 943.950 euro oltre IVA su 36 mesi. Dal primo gennaio 2025 la gestione non è più direttamente del Comune, ma dell’ASP Firenze Montedomini.

    Sul sito dell’azienda, oggi, il Fuligno è presentato come sede del Centro Servizi e Formazione, «location prestigiosa e tecnologicamente attrezzata» e «splendido spazio polivalente nel cuore di Firenze». Il complesso è grande e le due destinazioni possono convivere, ma pensiamo sia opportuno che il Comune apra una riflessione su tutto il patrimonio immobiliare, compreso quello che necessita di interventi di recupero.

    Depositiamo perciò una nuova interrogazione e chiederemo le convenzioni del 1998, del 1999 e del 2001 e il provvedimento di cessazione del comodato.

    A Firenze le persone senza dimora censite sono 410, sei su dieci vivono per strada, e i posti al Fuligno sono 69.

    Ma soprattutto dopo la pandemia c’è un tema di trasformazione radicale della società, anche ai suoi margini, per cui è necessario ripensare tutto il sistema sociale, per una Città più vivibile, accessibile e giusta.

  • Appalto pulizie, due mesi dopo il Comune non ha certezze ancora su quanto paga il personale

    Appalto pulizie, due mesi dopo il Comune non ha certezze ancora su quanto paga il personale

    “Il 27 agosto una nuova determina chiude le ultime voci contabili dell’appalto, tranne quella che riguarda i salari”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Ieri abbiamo raccontato che il Comune ha impegnato quasi due milioni di euro per sei mesi di pulizie di tutti i suoi immobili senza chiarezza su quanto costa esattamente un’ora di quel lavoro. Lo stesso giorno, il 27 agosto, Palazzo Vecchio firmava sullo stesso appalto un’altra determina, la numero 2026/6482, pubblicata il giorno dopo.

    L’atto chiude due voci che l’adesione di giugno aveva lasciato in sospeso: la quota da versare alla Città Metropolitana per il lavoro della sua centrale acquisti e i compensi che la legge riconosce al personale comunale che segue l’esecuzione di un appalto. Sono 2.302 euro alla Città Metropolitana, 15.249 al personale del Comune e poco più di mille euro di imposta: 18.5000 euro in tutto. È tutto regolare e anzi rassicura vedere come la parte tecnica garantisca il funzionamento dell’Amministrazione, nonostante non ci sia sufficiente chiarezza politica su quel che sta accadendo.

    Il punto sta poche righe più sotto. Nello stesso atto si legge che tutti quegli importi «sono suscettibili di variazione, al variare dell’importo di adesione, condizionato all’esito del chiarimento richiesto al soggetto aggregatore Città Metropolitana di Firenze». È la stessa identica frase della determina del 30 giugno. La lettera con cui il Comune contesta il prezzo orario è del 25 giugno: 63 giorni dopo, e a due mesi dall’inizio del servizio, la questione è ferma dov’era.

    La mancanza, per noi, è tutta politica, soprattutto perché la Sindaca della Città Metropolitana è la stessa di Palazzo Vecchio: la questione sarebbe dovuta già essere chiusa.

    Vorremmo che in Commissione la Giunta ci chiarisse: quale prezzo orario si sta applicando, quali verifiche sono state fatte sul contratto di lavoro e sul salario minimo dal 1° luglio a oggi, che fine ha fatto il report semestrale che la Giunta si è impegnata a redigere nel 2024, quali sono gli scenari possibili dopo il 19 novembre, quando è previsto un pronunciamento da parte della ditta che ha fatto ricorso su questo appalto.

    Continuiamo a ricordare che parliamo delle lavoratrici e dei lavoratori che puliscono le stanze in cui lavoriamo, dove si svolgono i servizi del nostro Ente, insieme ai bagni e ai musei civici della Città.

  • Ex OGR: il turistico-ricettivo può azzerare uffici e servizi

    Ex OGR: il turistico-ricettivo può azzerare uffici e servizi

    «Non si può delegare l’ascolto della cittadinanza al privato e poi ridurre la partecipazione a emendamenti o osservazioni»

    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    In alcuni documenti che abbiamo ottenuto con un accesso agli atti abbiamo avuto conferma di come il turistico-ricettivo alle ex Officine Grandi Riparazioni di Porta al Prato possa salire a 11.046 metri quadrati (un quarto dell’area, contro i 6.300 della scheda del Piano Operativo) facendo venire meno uffici e servizi. E può avvenire senza alcuna variante, perché le norme del Piano Operativo consentono di spostare fino al venti per cento della superficie edificabile da una destinazione all’altra «senza che ciò costituisca variante al Piano Operativo».

    Il permesso di costruire per le demolizioni, nel settembre 2023, subordinava a una verifica documentale la possibilità di sfruttare 3.000 dei 42.000 metri quadrati complessivi. I fabbricati sono stati demoliti nell’aprile 2025, ma non ci risulta che quella verifica sia stata prodotta: la Giunta deve chiarire se la superficie edificabile oggi sia di 39.000 metri quadrati, perché è su quella base che vanno calcolate le percentuali delle destinazioni d’uso.

    Per questo abbiamo depositato un’interrogazione con quattro domande: quanta superficie edificabile ci sia davvero, fin dove arrivi la flessibilità sulle destinazioni, come si concili con il tetto di 8.100 metri quadrati che il Piano Strutturale fissa per l’intera porzione di città in cui l’area ricade, e con quale atto la ripartizione definitiva sarà portata a conoscenza del Consiglio comunale e del Consiglio del Quartiere 1, prima della convenzione urbanistica.

    Ringraziamo il personale del Comune di Firenze, che continua a rispondere alle nostre richieste di atti e chiarimenti. Fra le risposte c’è anche quella per cui nessun percorso istituzionale di partecipazione formale non è possibile finché la proprietà non deposita un progetto. Ci appare chiaro e ribadiamo ancora una volta quale ci sembra essere l’idea di partecipazione di chi governa la città: far svolgere al privato il percorso di ascolto, che ne terrà conto come crede, per arrivare nelle assemblee elettive con margini ridottissimi per gli emendamenti e, più avanti, per le osservazioni.

    Il tutto su un’area in cui il pubblico poteva diventare proprietario con il diritto di prelazione, ma questa nostra proposta è sempre stata bocciata dalla maggioranza nella precedente consiliatura.

    C’è spazio politico per fare diversamente, ascoltando le mobilitazioni sul territorio e le tante realtà che hanno ancora voglia di prendersi cura di un’idea di città pubblica. La ripresa delle Commissioni e del Consiglio serve a questo: rimettere in discussione il modo di governare la città, a partire da un’area importante come le ex OGR.

  • Appalti pulizie: problemi su salario minimo, Città Metropolitana e nuovo affidamento

    Appalti pulizie: problemi su salario minimo, Città Metropolitana e nuovo affidamento

    “Un accesso atti conferma la necessità di chiarire politicamente cosa sta avvenendo nell’ambito di una gara per un servizio essenziale su cui c’è stato un ribasso del 51%”

    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    41 centesimi: è l’importo che potrebbe mancare per garantire il salario minimo di nove euro a chi è inquadrato al II° livello del contratto collettivo di riferimento del nuovo appalto di pulizie che interessa tutti gli edifici del Comune di Firenze, attraverso un affidamento passato per la Città Metropolitana e che ha visto un nuovo soggetto assegnatario subentrare a quello precedente.

    È una partita complessa, ce ne rendiamo conto e altrettanto ci è chiaro quanto si stia facendo per assicurare almeno 9 euro l’ora a tutto il personale, anche a chi rischia di vedere un importo di 8.59 euro.

    Parliamo di 86 lavoratrici e lavoratori, a tempo indeterminato, per oltre 1.800 ore alla settimana, con diversi inquadramenti orari.

    Avevamo già evidenziato la preoccupazione dovuta a un ribasso del 51%, in un servizio dove quasi tutto il costo è legato alla manodopera: da un accesso agli atti ci rendiamo conto di quanto alcuni dettagli siano ancora incerti, mentre tutti i giorni continuano a essere puliti i bagni, gli uffici dei gruppi consiliari, i musei, le stanze delle commissioni, i luoghi in cui si erogano i servizi comunali (direttamente o a loro volta in appalto).

    Chiediamo che la Giunta venga ad approfondire nella Commissione consiliare di competenza, a chiarire cosa sta avvenendo e come garantire il cosiddetto salario minimo, soprattutto dopo la decisione di togliere questo riferimento specifico negli appalti, dopo la decisione della Corte Costituzionale di bocciare la legge regionale (che però secondo noi nulla ha a che vedere

    Continuano infatti ad arrivarci segnalazioni di problemi e criticità, per cui riteniamo sia utile un coinvolgimento del Consiglio comunale tutto.

  • Cambiamenti climatici: di dieci impegni votati, uno solo risulta attuato

    Cambiamenti climatici: di dieci impegni votati, uno solo risulta attuato

    “Sosteniamo la richiesta dell’Alleanza fiorentina per la Giustizia Ecologica, Sociale e Climatica per un Consiglio comunale straordinario aperto alla città”

    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Sosteniamo la richiesta dell’Alleanza fiorentina per la Giustizia Ecologica, Sociale e Climatica: chiede un Consiglio comunale straordinario aperto alla città sulla crisi climatica. Dopo la loro nota abbiamo fatto una verifica e siamo andati a vedere l’esito degli impegni sul clima e sull’energia che questo Consiglio ha già votato, a ridosso di metà consiliatura. Il risultato è un registro che possiamo mettere a disposizione a chiunque vorrà consultarlo.

    Abbiamo voluto limitarci a dieci atti di indirizzo su energia e clima dall’insediamento della nuova Giunta a oggi: la maggioranza assoluta di questi testi è passata senza un solo voto contrario, ma solo uno risulta attuato, uno parzialmente, mentre altri otto non sembrano aver avuto effetti.

    Cominciamo da quello che ha funzionato, per ottimismo. La ricognizione e la mappatura geolocalizzata dei rifugi climatici: è stata attuata, anche se questo ha fatto emergere quanto siano insufficienti e inadeguate alcune risposte date all’emergenza caldo in questa estate, come abbiamo avuto modo di sottolineare nelle passate settimane. Un’altra mozione, quella sulle zone scolastiche è stata attuata in minima parte: nell’archivio dei provvedimenti di mobilità risulta un solo atto istitutivo, quello del 31 marzo 2026 su via Giovanni da Montorsoli e via di Scandicci. Altro si sta facendo, ma troppo lentamente.

    Poi ci sono gli altri otto. I pannelli solari nei cimiteri, le tettoie fotovoltaiche sui parcheggi comunali (con l’impegno a mapparli tutti e a installarle su quelli idonei), la chiusura delle porte degli esercizi commerciali, la mappatura della povertà energetica con un tavolo di lavoro permanente, l’energia elettrica al cento per cento rinnovabile per le utenze comunali (su cui ci risulta ci si stia muovendo, ma non abbiamo trovato atti amministrativi a certificarlo, ancora), le condizioni climatiche nei musei civici (di cui abbiamo già scritto molto anche in questi giorni).

    Il caso più netto è quello dei limiti al fotovoltaico, perché è esattamente il punto che l’Alleanza solleva. Il 14 aprile 2025 il Consiglio ha approvato con ventiquattro voti su ventiquattro l’ordine del giorno che chiedeva di ridurre le prescrizioni degli articoli 65.4, 66.4, 67.4 e 68.4 del Piano Operativo e di aprire il fotovoltaico anche per buffer zone e core zone del sito UNESCO e del Centro storico. Da allora gli strumenti urbanistici sono stati modificati almeno sei volte, dal Regolamento edilizio ai regolamenti sull’housing sociale e sugli studentati fino alle varianti per la tramvia: nessuna di queste riguarda il fotovoltaico. Le FAQ pubblicate, ferme all’ottobre 2024, indicano tuttora il divieto totale nella core zone e nei nuclei storici di zona A. Nel frattempo il testo unico delle rinnovabili, il decreto legislativo n. 190 del 2024, ha escluso che si possano porre divieti generali e astratti all’installazione di impianti da fonti rinnovabili.

    Abbiamo voluto raccogliere anche le promesse che l’amministrazione ha scritto nei propri documenti. Nel DUP 2026-2028, approvato dal Consiglio il 22 settembre 2025, si legge che «la costituzione della Fondazione è prevista entro il 2025» per gestire le due Comunità Energetiche Rinnovabili dei Quartieri 4 e 5, e che il Comune «investirà a favore della CER fondi del piano investimenti per la realizzazione di nuovi impianti e per i costi di gestione iniziali per più di € 2.000.000,00». Nello stato di attuazione allegato alla stessa delibera il progetto è definito «in fase avanzata di esecuzione». Sono passati otto mesi dalla scadenza che si erano dati e la Fondazione non risulta costituita: sulle Comunità Energetiche gli atti pubblicati sono in tutto tre, l’ultimo dei quali è la proroga delle adesioni del 12 gennaio 2024. I due milioni e duecentomila euro ci sono davvero, nel piano triennale degli investimenti, e non possono essere spesi perché il soggetto che dovrebbe riceverli non è mai nato. Non è un problema di risorse, ma di volontà politica.

    Porteremo in Palazzo Vecchio domande puntuali, ricordando anche gli impegni per il fotovoltaico nei depositi ATAF, l’efficientamento del patrimonio comunale e per la depavimentazione. E sosteniamo la convocazione della seduta straordinaria e aperta, con tutti i gruppi che convergeranno, di opposizione o maggioranza che siano.

    Continueremo a lavorare anche su questo registro, che si può allargare alle Cascine e all’Arno, per esempio.

    Non ci sono solo le scelte sbagliate come quelle sull’aeroporto, ma anche gli impegni voluti dal Consiglio e disattesi da chi governa, che fanno venire meno il senso stesso della partecipazione alla vita pubblica.

  • Le Civette, la RSA pubblica si svuota nel silenzio: San Salvi non può rimanere senza servizi sociosanitari

    Le Civette, la RSA pubblica si svuota nel silenzio: San Salvi non può rimanere senza servizi sociosanitari

    “Dopo la chiusura del Centro Diurno Alzheimer si prevede di chiudere anche il resto della struttura entro gennaio 2027. Gravissimo che avvenga e sbagliato è il silenzio della maggioranza”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune
    Lorenzo Palandri – Sinistra Progetto Comune Quartiere 2

    Il 18 agosto l’Azienda USL Toscana Centro ha risposto al nostro accesso civico sulle strutture di San Salvi: di quel riscontro ringraziamo l’Azienda e gli uffici, come ringraziamo la Direzione Servizi Sociali del Comune per i documenti trasmessi il 31 luglio. Messi in fila, quei documenti permettono per la prima volta di leggere 25 anni di una struttura pubblica, e di dire una cosa semplice: questa volta nessuno ha deciso di chiudere Le Civette. Si è smesso di riempirla e si sta pensando di cambiare la destinazione di quegli spazi, probabilmente guardando alla scadenza dei contratti di gennaio 2027, senza aver mai coinvolto chi deve programmare sul territorio, cioè il Quartiere e il Consiglio comunale.

    L’autorizzazione al funzionamento è la numero 128 del 17 luglio 2001 e valeva per 60 posti. Il 4 aprile 2017, con la determinazione dirigenziale 2405, il Comune prende atto del subentro dell’Azienda sanitaria e scrive che la RSA «risulta ora autorizzata a funzionare per n. 40 posti»; l’atto si chiude con la clausola di rito, che proprio per questo vale: «Ogni variazione o integrazione al presente atto deve essere preventivamente autorizzata nelle forme di legge». Dal novembre 2023 i posti scendono 20. Di un atto che autorizzi quel secondo dimezzamento non abbiamo trovato traccia, né fra i documenti trasmessi dal Comune né sul portale degli atti, dove sulle Civette compare un unico provvedimento.

    La riduzione nasce da una nota dell’Azienda del 6 ottobre 2023, protocollo 63620, che annuncia una manutenzione urgente per ripristinare le condizioni igienico-sanitarie e usa due volte la stessa parola: «temporanea riduzione dell’attività», «temporanea riduzione del servizio». Fra i destinatari della nota c’era anche il Comune di Firenze, che almeno da quel giorno era a conoscenza della situazione. Sono passati quasi tre anni, e l’unico documento contrattuale che ci è stato trasmesso a recepire quella nota è un addendum che arriva fino al 31 luglio 2024. Delle due l’una: o la riduzione è ancora temporanea, e allora manca il cronoprogramma per tornare a 40 posti; oppure è definitiva, e allora manca l’atto che la dispone.

    Il Centro Diurno per persone con demenza di Alzheimer, 15 posti autorizzati dal marzo 2003, era già stato svuotato nel novembre 2023, con il trasferimento delle persone che lo frequentavano al Centro Diurno Atena di Montedomini. La chiusura formale è arrivata un anno e mezzo dopo, e per gradi: una comunicazione dell’Azienda allo sportello unico il 14 aprile 2025; la presa d’atto regionale, il 28 aprile, della decadenza automatica dell’accreditamento, scattata perché la verifica annuale dovuta entro il 4 marzo non era stata trasmessa; infine la presa d’atto del Comune, con la determinazione dirigenziale 4102 del 4 giugno 2025, tre pagine in tutto. Non ci risulta alcuna delibera che abbia motivato in pubblico quella chiusura e in Consiglio comunale la notizia è stata data semplicemente per acquisita, dalla Giunta, rispondendo a un question time della maggioranza.

    Che cosa ne sarà dell’edificio? Adesso sappiamo quali sono le intenzioni. Nel riscontro del 18 agosto l’Azienda spiega che, «preso atto degli ingenti investimenti necessari» per ristrutturazione e adeguamento antincendio, e valutati «minori costi parametrici» oltre alla «dismissione di immobili in locazione passiva», ha scelto di destinare la struttura ad attività oggi ospitate altrove: nella porzione di piano primo dismessa dalla RSA si realizza una Centrale operativa territoriale con fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), e per il resto del complesso è in redazione un documento di fattibilità che prevede fra l’altro cure primarie, salute mentale per l’età evolutiva, autismo adulti, il Centro Fior di Prugna e uffici.

    Nello stesso periodo, con la delibera 210 del 27 febbraio 2026, l’Azienda ha inserito la gestione di Acciaiolo, Le Civette e La Chiocciola nel proprio programma triennale degli acquisti: 3.202.979 euro l’anno IVA esclusa, 25.623.832 euro su una durata di cinque anni + 2 + 1, con l’espletamento della gara affidato a ESTAR. Quella delibera, però, programma: non c’è ancora nessun bando, a quello che ci risulta. Si programma dunque un affidamento fino a 8 anni su una residenza sanitaria mentre lo stesso edificio viene progettato per ambulatori e uffici, senza che nulla sia ancora stato messo a gara e senza che si sappia su quale capienza. L’unico centro diurno nominato è La Chiocciola: quello delle Civette è cessato, e per rientrare in gara andrebbe prima riaccreditato.

    Anche qui c’è il ruolo politico di Palazzo Vecchio. Alla nostra interrogazione 518 la Giunta ha risposto il 15 maggio riconducendo per tre volte all’Azienda sanitaria ciò che le avevamo chiesto (l’immobile, i lavori, la gara) con formule come «si tratta di un immobile di competenza ASL». Nella stessa risposta, però, sul Centro Diurno scrive: «Ogni passaggio relativo alla struttura Centro Diurno Le Civette è stato realizzato in collaborazione con SdS e Comune di Firenze». Almeno su quella chiusura, dunque, il Comune non può dirsi spettatore: se ha collaborato a ogni passaggio, risponde anche del merito.

    Non è la prima volta che si prevede la chiusura della RSA Le Civette. Nel settembre 2011 l’allora Asl 10 aveva fissato al 31 ottobre la chiusura della struttura: furono le lavoratrici e i lavoratori, le famiglie delle persone ospitate, CUB Sanità e le associazioni del territorio a fermarla, anche con un presidio in piazza della Signoria, il 3 ottobre, mentre il Consiglio comunale era riunito. Le Civette restò aperta, e sei anni dopo un atto del Comune la confermava ancora attiva. Il 29 giugno di quest’anno, per quanto ci risulta, si è costituito un Comitato dei Parenti, che ha chiesto un incontro e si è sentito rispondere che sarà informato «una volta assunte le decisioni».

    Il punto politico è questo. L’Azienda presenta il riuso dell’edificio come conseguenza del ridimensionamento, non come sua causa. Ma è esattamente lì che sta il problema: un taglio nato come «temporaneo» è diventato il presupposto di un progetto che lo rende definitivo, senza che quel passaggio sia mai stato deliberato da nessuno. Non stiamo dicendo che una Centrale operativa territoriale o gli ambulatori di cure primarie non servano: servono, e servono in quel quartiere, ma non vanno messe in contrapposizione con i servizi sociosanitari già attivi. Le persone che usufruiscono della RSA non sono pacchi da spostare, come non lo è il personale in appalto, per non parlare delle liste di attesa e del fatto che un rione verrebbe privato di un riferimento fondamentale.

    Le Civette è, fra le poche strutture rimaste in proprietà pubblica, una di quelle con la quota sociale più bassa della città: circa 53 euro al giorno, contro una media di 61,60 nelle 30 strutture private accreditate a Firenze. È il posto che costa meno alle famiglie, ed è quello che si svuota, mentre a Firenze le persone in lista d’attesa erano 206 alla fine del 2025, il numero più alto della Toscana, e il 13 agosto i posti liberi nelle trentacinque strutture accreditate erano zero.

    Chiediamo alla Sindaca e alla Giunta di esercitare i poteri che il Comune ha e non può rinviare all’Azienda: verificare, quale autorità che rilascia l’autorizzazione al funzionamento ai sensi della legge regionale 41 del 2005, se la capienza attuale e l’uso degli spazi siano conformi a un titolo che vale per 40 posti; attivarsi presso l’Azienda sanitaria e la Regione perché Le Civette resti pubblica, torni alla capienza autorizzata e il centro diurno riapra nel Quartiere 2; convocare, prima di ogni decisione, un tavolo con le organizzazioni sindacali, il Comitato dei Parenti e il raggruppamento che gestisce il servizio.

    Servono più RSA pubbliche, non meno e non possiamo pensare di scaricare ulteriore pressione su Montedomini.

    Troviamo particolarmente grave anche il modo con cui si vuole procedere a questa dismissione: semplicemente provando a non parlarne, ma allora la politica a che serve?

  • Fosso Macinante: un canale politicamente dimenticato

    Fosso Macinante: un canale politicamente dimenticato

    “Proprio mentre il clima rende gli eventi estremi la normalità e si parla di verde urbano, è giusto rilanciare il tema”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Il Fosso Macinante è un canale artificiale lungo undici chilometri: si stacca dall’Arno alla Pescaia di Santa Rosa, attraversa il Parco delle Cascine, corre parallelo al fiume sotto Peretola, Quaracchi e Brozzi e finisce nel Bisenzio. Non è un fosso di campagna, non è della Regione e non è del Consorzio di bonifica: il Comune di Firenze lo ha acquisito dal Demanio dello Stato il 5 aprile 1921 ed è ancora suo per tutta la sua lunghezza, anche dove esce dai confini comunali. Per circa due chilometri non si vede, perché passa coperto sotto la Città.

    Serve a una cosa che riguarda tutte e tutti: da oltre un secolo e mezzo nel Macinante finiscono gli scarichi dei grandi collettori fognari di riva destra d’Arno, costruiti fra il 1864 e il 1871, e quando piove molto forte ci passano fino a trenta o quaranta metri cubi d’acqua al secondo, secondo la stima riportata negli atti di Palazzo Vecchio. È il Comune stesso, in un certificato di collaudo di quest’anno, a definirlo «uno scarico a cielo aperto di acque sporche».

    Il tratto coperto più lungo è fra via Pistoiese e via di Peretola: 1350 metri, costruiti in tre tempi fra il 1963 e il 1971. Nel 2020 e nel 2021 il Comune lo ha fatto ispezionare dall’interno e ha fatto prelevare campioni di cemento e di acciaio: la relazione che ne è uscita scrive che le armature metalliche sono «completamente sfogliate e quindi ormai inefficaci», che il calcestruzzo non le ha mai protette a sufficienza e che la copertura non è mai stata impermeabilizzata. Sopra quella copertura ci sono un viale, un giardino pubblico, un’area giochi, dei parcheggi e ingressi carrabili delle case.

    Aver voluto quelle indagini è stato giusto: il problema è quello che è venuto dopo, o meglio ciò che la politica non ha voluto fare. Dal 2021 a oggi sono stati rifatti due pezzi di copertura: uno da 60 metri, uno da 65. 125 metri in cinque anni, per 660.000 euro, tutti presi a mutuo. Ne restano 1225, se abbiamo capito bene. Allo stesso prezzo al metro servono circa sei milioni e mezzo di euro, e a questa velocità servono circa 50 anni. Oltre al lotto in corso non ci risulta programmato altro.

    Nello stesso periodo, per la strada che dovrebbe correre accanto a quel canale (negli atti del 2008 si chiamava nuova strada lungo il canale Macinante (che oggi si chiama Le Piagge-Manifattura Tabacchi) Regione e Comune hanno messo trentaquattro milioni di euro. E lo studio che dovrebbe finalmente dire quanta acqua il Macinante è in grado di reggere è stato pagato con quasi 70.000 euro presi dalle opere complementari della linea tramviaria 4.1, perché serviva ai progetti di viabilità che il canale lo attraversano. Non è un problema tecnico, ma di priorità politiche.

    Gli eventi meteorologici del 14 e 15 marzo 2025 sono costati, per stima della stessa amministrazione, circa 16 milioni di euro sul solo territorio comunale. Le piogge che una volta si chiamavano eccezionali tornano ogni pochi anni, mentre un’infrastruttura idraulica pensata sessant’anni fa con i criteri di allora non ha mai smesso di invecchiare. La legge regionale del 2018 sul rischio di alluvioni mette la riapertura dei corsi d’acqua coperti al primo posto fra gli interventi possibili, prima dell’allargamento della sezione e prima di ogni altra soluzione.

    Quella legge il Comune l’ha presa sul serio, almeno sulla carta. Nel dicembre 2023 la Giunta ha votato una delibera che dava mandato di censire tutti i tratti coperti, di chiedere alla Regione la concessione per gestirli e di valutare quali si possano riaprire, stanziando centomila euro per farlo. Nell’aprile di quest’anno, rispondendo a una nostra interrogazione, la Vicesindaca ci ha scritto che «non è al momento possibile valutare se vi siano corsi d’acqua tombati che possano essere riaperti». La ringraziamo per il riscontro, ma la questione rimane aperta.

    Non stiamo dicendo che il canale stia per cedere, e non è in discussione il lavoro di chi progetta, ispeziona e sta in cantiere. Diciamo che manca un piano e che mancano risposte ad altre domande depositate nel corso di questi mesi.

    Per questo chiediamo che i tratti coperti dei corsi d’acqua fiorentini tornino in Commissione: con i risultati delle videoispezioni già fatte, con l’elenco di quello che resta da ispezionare e con un cronoprogramma che dica quanti metri, in quali anni e con quali risorse. E chiediamo che lo stato del Macinante smetta di essere un capitolo separato: ogni volta che si discute dell’area ex Officine Grandi Riparazioni o della strada Le Piagge-Manifattura Tabacchi, il canale che quelle trasformazioni attraversano deve stare dentro la discussione, non in una nota a piè di pagina.

    Un canale coperto non smette di esistere: smette solo di essere visibile. È un’infrastruttura pubblica che aiuta la Città quando piove.

  • Scuola Ghiberti: altri 350 giorni di cantiere e 9,7 milioni in più sul contratto

    Scuola Ghiberti: altri 350 giorni di cantiere e 9,7 milioni in più sul contratto

    “L’appalto della nuova scuola di Legnaia passa da 14,1 a 23,8 milioni di euro e la fine dei lavori si sposta all’8 agosto 2027”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune
    Giulia Marmo – Sinistra Progetto Comune Quartiere 4

    La scuola media Ghiberti, in via di Legnaia, è stata demolita per essere ricostruita e le sue classi sono state spostate altrove: il 21 agosto il Comune ha concesso all’impresa altri 350 giorni, quindi i lavori hanno come nuova scadenza l’8 agosto 2027. Le tre proroghe sommano 520 giorni, più dei 480 previsti in origine per costruire l’intera scuola. Il cantiere, si legge nella determinazione, è sospeso dal 7 agosto in attesa di questa decisione.

    Con la quinta modifica al contratto l’appalto passa da 14,1 milioni di euro, la cifra dell’aggiudicazione del 2023, a 23,8 milioni: quasi il 70% in più. L’intervento nel suo insieme vale oggi 34,5 milioni, mentre nell’ottobre del 2025 la Giunta rispondeva per iscritto a un’interrogazione di Firenze Democratica indicando «circa 27.500.000» euro.

    La differenza la coprono 11,46 milioni di euro dello Stato, che fanno parte dei 55 milioni del piano «Firenze – Città dei Giovani». Nella tabella del decreto la voce «Scuola Ghiberti» è la più alta di tutte, un quinto dell’intero piano: più del capitolo dedicato all’adeguamento statico e sismico degli edifici scolastici. E di quegli 11,46 milioni solo 6,36 sono impegnati per i lavori: 4,29 restano «somme a disposizione», di cui quasi due milioni genericamente «per ulteriori lavori», e poco più di 130.000 euro vanno a incentivo per il personale tecnico e IRAP. Quei 55 milioni sono arrivati a Firenze dopo il definanziamento di un precedente piano urbano dedicato allo sport, e nel luglio del 2025 sono stati presentati pubblicamente come le risorse che consentono all’Amministrazione di recuperarne altre da destinare allo stadio.

    Sul piano tecnico è tutto chiaro, una parte di queste lavorazioni era prevista fin dall’inizio come opere in opzione, ma vorremmo maggiore chiarezza politica. Tra i punti c’è anche che la gara del 2023 riguardava circa il 60% di quello che l’impresa sta realizzando, e il resto è stato affidato allo stesso operatore con cinque modifiche successive. La delibera di Giunta che approva l’ultima, la numero 314 dell’11 agosto 2026, non risulta pubblicata sul portale degli atti, come altre di quella seduta, anche se è l’atto su cui si fonda tutto il resto.

    Depositiamo un’interrogazione e chiediamo che il Consiglio di Quartiere 4 e la Commissione competente di Palazzo Vecchio abbiano spiegazioni precise sui ritardi, sull’aumento dei costi e sul passaggio dell’opera dal PNRR alle risorse nazionali, insieme al nuovo cronoprogramma.

  • Tunnel sotto l’Arno: le risorse vengono impegnate, ma sulla progettazione non c’è dibattito

    Tunnel sotto l’Arno: le risorse vengono impegnate, ma sulla progettazione non c’è dibattito

    “Il cronoprogramma prevedeva il progetto esecutivo entro il 2026, ma ancora non ci sono certezze sulla fattibilità dell’intervento”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune
    Francesca Lupo – Sinistra Progetto Comune Quartiere 1

    In questi giorni di agosto è stata pubblicata una nuova determina per la rifunzionalizzazione della galleria sotto l’Arno all’altezza della pescaia di San Niccolò: si tratta di un affidamento di tre servizi, tra cui quello funzionale alla realizzazione di «un campo prove» in sponda destra, a cui si aggiungono nuovi invii di sommozzatori per «dare certezze di possibilità di intervento di riparazione falle dall’interno del tunnel».

    Il «campo prove» si lega a un decreto della Regione Toscana,che ha concesso al Comune una porzione di area demaniale del fiume, su Lungarno della Zecca Vecchia, con questa finalità, per un periodo di tre anni.

    Il tutto sta avvenendo senza coinvolgimento del rione, del Quartiere 1 e delle Commissioni di competenza di Palazzo Vecchio, nonostante le promesse della maggioranza.

    Ricordiamo che stiamo parlando di 7,5 milioni di euro del Fondo per lo sviluppo e la coesione, da spendere secondo scadenze precise. Gli impegni di spesa stanziati ci risultano essere 656.131,42 euro, ma il cronoprogramma appare difficile da rispettare, se è rimasto quello per cui entro fine 2026 deve arrivare il progetto esecutivo, con gara nel 2027, lavori tra il 2028 e il 2030, collaudo nel 2031.

    Chiederemo le relazioni che il Comune deve inviare alla Regione,entro ogni 10 luglio e 10 gennaio, visto che il sistema politico tace, mentre gli uffici inevitabilmente continuano a seguire le indicazioni di chi governa il territorio.

    Sul perché si faccia questa opera continua a esserci confusione. Nel luglio 2024 il Comune scriveva che la riqualificazione «permetterà l’apertura di un nuovo collegamento fisico tra le sponde, funzionale a dare un accesso diretto alla riva sinistra del fiume integrato con il punto di fermata e stazionamento dei bus turistici già presente in adiacenza della Torre della Zecca», e che Regione e Comune condividevano l’obiettivo di rendere il complesso «visitabile come percorso turistico». Poi sono arrivati il Museo dell’Acqua e il corridoio vasariano subacqueo. Il documento amministrativo resta quello, in attesa che prima o poi si riesca a confrontarsi su quali sono i bisogni quotidiani di chi vive il territorio.

    Anche su questo tema ci sono interrogazioni rimaste senza risposta, con domande che rilanceremo alla ripresa delle attività istituzionali.

    Ricordiamo che sempre lungo l’Arno sono previste, anche in San Niccolò, concessioni con finalità commerciali, da parte della Regione Toscana, senza nessun coinvolgimento di Palazzo Vecchio e delle circoscrizioni. La promessa di un regolamento condiviso tra enti pubblici sul principale corso d’acqua cittadino, tra le linee programmatiche della Sindaca, resta priva di qualsiasi concretezza.

  • Caldo in Palazzo Vecchio: non ci sono divieti della Soprintendenza

    Caldo in Palazzo Vecchio: non ci sono divieti della Soprintendenza

    “La Fondazione MUS.E è pronta ad acquistare e installare impianti: il rischio microclima è chiaro almeno da luglio 2024”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Ringraziamo tutto il personale del Comune e della Fondazione MUS.E per il lavoro svolto anche nelle settimane estive, rispetto alle nostre richieste di accessi agli atti.

    Abbiamo chiesto la documentazione relativa alle condizioni di lavoro a Palazzo Vecchio e in parte aspettiamo ulteriore materiale, nel corso delle prossime settimane.

    A settembre abbiamo intenzione di chiedere ai Presidenti di Commissione 1 e 9 di riprendere immediatamente quello che si è iniziato prima della sospensione delle attività istituzionali, perché il bilancio di previsione individui le risorse necessarie, in modo da mettere in condizione gli uffici di poter operare in una direzione che deve essere decisa dalla politica.

    La Direzione Servizi Tecnici ci ha rassicurato sul fatto che non esistono, «ad oggi, specifiche prescrizioni di Sovrintendenza e Vigili del fuoco sugli impianti di condizionamento e/o riscaldamento». Ovviamente i vincoli esistono, ma gli stessi insistono sul Salone dei Duecento.

    La Fondazione ci ha inoltre confermato dell’esistenza di «un dialogo con il Comune per l’acquisto e l’installazione da parte di Mus.e nell’immediato futuro di condizionatori da installare in alcune aree museali», prevedendo l’installazione «nel breve tempo», e a una sola condizione, cioè che tutto avvenga «in accordo con il Comune di Firenze».

    Il problema è noto da tempo. Fra i documenti trasmessi c’è quello con cui il Comune, da committente dell’appalto dei servizi museali, elenca i rischi del percorso di visita: è firmato nel luglio 2024 e al quinto punto dice «Rischio microclima per mancanza di impianto di climatizzazione estiva ed invernale nel percorso museale»: nel frattempo quell’appalto è stato rinnovato, il 27 giugno scorso, per oltre nove milioni di euro, senza che nel capitolato comparisse un obbligo sulle condizioni microclimatiche delle postazioni di lavoro.

    Le uniche eccezioni in Palazzo Vecchio sono gli uffici consiliari del secondo piano, la zona biglietteria (che trae talvolta in inganno chi viene in visita, pensando che troverà simili condizioni anche nelle sale espositive) e gli uffici dell’anagrafe. Per il resto non esistono oggi impianti centralizzati. Torneremo a chiedere alla Giunta spiegazioni su come siano state individuate le coperture economiche per climatizzare il Salone dei Duecento.

    Servono indicazioni chiare da dare a tutta la macchina amministrativa, sapendo che le temperature scritte in questi documenti non descrivono un disagio, ma un rischio per la salute.

    L’allegato tecnico della Fondazione indica come media massima delle sale una temperatura di 30°, «mediata negli anni precedenti», con un’umidità relativa «ipotizzata» al 50%. È lo stesso documento a scrivere che oltre quella soglia «si rende necessaria la tutela degli individui esposti per prevenire la possibile insorgenza di effetti sulla salute». Ora che le temperature si stanno abbassando non bisogna dimenticarsi che i 30° sono stati superati.

    Pensiamo sia importante capire politicamente i problemi che hanno spinto più volte a chiamare l’assistenza medica per chi lavora o per chi visita i musei.

    L’Assessore ci ha rassicurato sul fatto che ci sono studi e approfondimenti in corso: bene, adesso otteniamo un codice opera e le voci di bilancio necessarie, perché non passino altre stagioni uguali a se stesse, mentre i cambiamenti climatici rendono sempre più difficile fare fronte alle ondate di calore. Il Consiglio comunale sia un alleato delle classi lavoratrici e di chi governa la Città, oltre i ruoli di maggioranza e opposizione.

  • Giardino Niccolò Galli, 2.700 metri quadrati pavimentati per il Franchi

    Giardino Niccolò Galli, 2.700 metri quadrati pavimentati per il Franchi

    “Il parco previsto dal concorso non ci sarà: al suo posto arriva una variante da 447.000 euro”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune
    Lorenzo Palandri – Sinistra Progetto Comune Quartiere 2

    Il 25 maggio 2026 il Comune di Firenze ha approvato la Perizia di Variante numero 5 ai lavori dello stadio Artemio Franchi: dentro quel titolo tecnico c’è la sistemazione dell’angolo sud-ovest del Giardino «Niccolò Galli», dietro la Curva Fiesole, a fianco del parco giochi. La relazione di perizia la descrive come «realizzazione di sistemazioni provvisorie e temporanee» e parla di «allargamento del passaggio pedonale e carrabile di circa 2.700 mq». Il computo metrico allegato traduce quella formula in circa 2.662 metri quadrati di pavimentazione in calcestruzzo drenante, posata su novecento metri cubi di riempimento con arido di cava. Costo: 406.732,47 euro oltre IVA, cioè 447.405,72 euro.

    Ci è stato segnalato dalle persone che abitano e frequentano la zona, dopo aver visto l’opera realizzata, e abbiamo letto gli atti pubblicati in Rete Civica, anche perché non ci risulta che la vicenda sia mai passata da una discussione in Consiglio di Quartiere 2.

    Il punto non è la sicurezza del deflusso di chi va allo stadio, che è un’esigenza reale e riconosciuta: fra la recinzione di cantiere e il giardino c’era una strozzatura e andava risolta. Il punto è come si è scelto di risolverla sul piano politico e perché quella scelta è arrivata così. Gli stessi atti lo scrivono con chiarezza. Il concorso internazionale del 2021 riguardava insieme lo stadio, l’Ambito B, e la riqualificazione di Campo di Marte Nord, l’Ambito A: il parco. La determinazione 4069 dà atto che «nell’attuale configurazione dell’intervento, l’Ambito A non risulta oggetto di realizzazione all’interno dell’appalto in corso». Il parco non si fa. E quando le aree esterne rientrano nei lavori, ci rientrano per un’altra via: la stessa determinazione registra che «nel corso dell’esecuzione dell’appalto dei lavori di riqualificazione, l’impresa appaltatrice ha formulato reiterate richieste di ampliamento e diversa organizzazione delle aree di cantiere».

    Da lì nasce tutto il resto. Il 29 gennaio 2026 il Responsabile Unico del Progetto chiede alla Direzione Lavori un approfondimento sulle sistemazioni esterne; il 2 aprile arriva una proposta articolata in tre fasi su viale Nervi, i due piazzali dei Campioni, il Giardino «Niccolò Galli», il centro sportivo Cerreti e l’ex centro sportivo Astori, con una stima preliminare delle lavorazioni di 19.014.750 euro. Il 20 maggio la Giunta impegna altri 272.242,50 euro per fare il progetto. Il 30 aprile il RUP aveva già autorizzato l’emissione di un ordine di esecuzione «nelle more della redazione e approvazione della relativa perizia di variante»: l’Ordine di Servizio è del 5 maggio, la richiesta di occupazione di suolo pubblico del 15, il parere della Direzione Ambiente del 19, la perizia approvata il 25. Non stiamo denunciando irregolarità, anzi: descriviamo una sequenza che traduce tecnicamente cosa è stato vissuto sul territorio, con un’assenza, quella della discussione politica.

    C’è poi il capitolo del doppio costo. La Fase 2 di quello stesso progetto ha per oggetto «la sistemazione definitiva dell’angolo sud-ovest del Giardino Niccolò Galli» (la stessa area appena pavimentata) ed è prevista «nella pausa estiva 2027», in tempo utile per il campionato di Serie A 2027/28. La relazione di perizia spiega perché la Fase 1 non tocca gli alberi: per «consentire un percorso approvativo più breve» e rinviare a dopo «la strategia per le ripiantumazioni e rimozioni di alcune alberature necessarie nella Fase 2». Tradotto: si spendono 447 mila euro per un’opera che fra dodici mesi potrebbe essere rifatta, programmando eventuali tagli per il giro successivo.

    Firenze ha approvato un anno fa un Piano del Verde che censisce 909.444 metri quadrati di superfici impermeabili nelle sole aree verdi della città e si dà l’obiettivo di renderne permeabili diecimila in cinque anni. Poi, sull’angolo di un giardino ampliato con la donazione dei giochi inclusivi da 51.729,81 euro accettata nel 2023, si stendono 2600 metri quadrati di pavimentazione. Non è una contraddizione tecnica: è una questione politica.

    In queste ore depositeremo un’interrogazione per sapere se sia stata istruita e comparata una soluzione permeabile e reversibile (inerti stabilizzati, calcestre, grigliati inerbiti) compatibile con il passaggio del pubblico e dei mezzi di emergenza, in quale elaborato risulti quella valutazione e quanti metri quadrati di verde pubblico siano stati sottratti al giardino. Chiediamo quanto durerà il «temporaneo», quale quota dei 447.405,72 euro verrà demolita nel 2027 e quanto costerà rimuoverla, dove sono i 19 milioni delle tre fasi e che fine ha fatto l’Ambito A. E chiediamo che la Giunta riferisca in Commissione e al Consiglio di Quartiere 2 prima di approvare la perizia della Fase 2, non dopo.

    Il parco di Campo di Marte era la parte del progetto che riguardava tutte e tutti, anche chi allo stadio non ci va mai: così si rischiano di aumentare le conflittualità, invece di trovare sintesi sempre più avanzate e adeguate alle risposte che la politica deve essere in grado di dare nel 2026.

  • Videosorveglianza, quasi tre milioni in cinque anni: occorre una discussione politica

    Videosorveglianza, quasi tre milioni in cinque anni: occorre una discussione politica

    “Dal 2021 la Giunta ha approvato progetti di videosorveglianza per 2,96 milioni di euro, senza che il Consiglio comunale ne abbia mai discusso uno”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Il 14 agosto il Comune ha chiuso i conti di un intervento cominciato a dicembre: sei nuove postazioni di videosorveglianza fra via Giuliani, via Monferrato, il giardino del San Gaggio, via delle Panche, via Paesiello e via Alderotti. Lavori per 237.342 euro, eseguiti da Silfi, la società del Comune che gestisce illuminazione pubblica, telecamere e reti in fibra. Se non abbiamo sbagliato calcoli, sono 39.557 euro per ogni “occhio” installato.

    I soldi non sono comunali: arrivano da un fondo statale istituito nel 2017 dal decreto sulla sicurezza urbana scritto dal centrosinistra, che da allora ha lasciato ai Comuni una linea di finanziamento sempre aperta per le telecamere e l’abitudine a considerarla la risposta ovvia a qualunque domanda di sicurezza.

    Il conto complessivo lo abbiamo ricostruito dagli atti pubblicati dal Comune: dal 2021 a oggi sono diciannove le delibere di Giunta che approvano progetti di videosorveglianza, per 2,96 milioni di euro, più quasi 2,8 milioni di studi di fattibilità approvati nel solo 2021 per altri quattro impianti. Fuori da questo conto restano le manutenzioni, affidate ogni anno dal 2012.

    Il dato che manca è il più semplice. L’ultima volta che l’Amministrazione ci risulta aver messo per iscritto quante telecamere ha è la delibera di Giunta numero 441 del 12 ottobre 2021: 1.353. Quell’atto approvava un piano per altre 429 postazioni «da attivare nel triennio di validità del piano», cioè entro il 2024. Il triennio è finito da un anno e mezzo.

    Che la domanda di sicurezza esista non lo neghiamo, e quelle stesse delibere dicono che molte postazioni nascono da richieste di comitati e di singole persone. Il punto è un altro: dopo dieci anni di installazioni e quasi tre milioni di euro spesi, quella domanda non trova comunque soddisfazione. L’indice della criminalità del Sole 24 Ore colloca la provincia di Firenze al secondo posto in Italia, con 64.392 denunce nel 2024 e una crescita del 7,4% in un anno.

    La più ampia rassegna internazionale sul tema ha confrontato 161 valutazioni condotte in 40 anni: la videosorveglianza riduce i reati di circa il 13%, ma l’effetto si concentra nei parcheggi, quasi sparendo nei centri urbani, risultando nullo dove nessuno guarda gli schermi in tempo reale e arriva al 34% solo dove le telecamere accompagnano altri interventi.

    A luglio, sulla variazione di bilancio, la Giunta ha stanziato altri 250.000 euro per ampliare il sistema. Abbiamo chiesto con un ordine del giorno che l’ampliamento fosse subordinato a una valutazione documentata dell’efficacia degli impianti già installati, da portare in Commissione, e a un’analisi degli effetti sui diritti delle persone. Un voto a favore, il nostro. 21 contrari, maggioranza e destre insieme. Un mese dopo sono arrivate le sei nuove telecamere.

    C’è poi il capitolo di cui non si parla mai. Le immagini del sistema comunale sono in visione anche a Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza, e l’unico documento che ne valuta l’impatto sui dati personali è stato approvato nel 2023 con una determina dirigenziale, senza passare dal Consiglio. Sul riconoscimento facciale ci è stato risposto nel 2024 che quei sistemi non sono ancora a disposizione della Polizia Municipale: non che siano esclusi. Una città che spende tre milioni in telecamere dovrebbe dire, con un atto politico, che quella soglia non intende superarla e anche fare una discussione politica sul senso di questi impianti di disciplinamento.

  • Alberi abbattuti, la residenza non deve scoprirlo da un cartello di divieto di sosta

    Alberi abbattuti, la residenza non deve scoprirlo da un cartello di divieto di sosta

    “Sul verde urbano manca una scelta politica sulla comunicazione: informare le persone non significa chiedere loro di decidere.”

    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune
    Lorenzo Palandri – Sinistra Progetto Comune Quartiere 2

    Il 17 agosto sono arrivate le risposte a due nostre interrogazione, sugli interventi alle alberature di viale Ugo Bassi, a Campo di Marte: ringraziamo la Vicesindaca e il personale che ha lavorato alle risposte.

    Per evitare fraintendimenti esplicitiamo cosa non vogliamo dire: non mettiamo in discussione le perizie, non contestiamo le classi di propensione al cedimento, non chiediamo che a decidere quali piante abbattere sia l’opinione pubblica in assenza di informazioni. Un albero pericolante va rimosso: chi fa quelle valutazioni le fa con protocolli riconosciuti e ne risponde. La nostra domanda era un’altra: perché chi abita lì lo ha saputo solo vedendo comparire dei cartelli e poi le motoseghe.

    La risposta scrive che le criticità rilevate dai tecnici «non possono essere lasciate alla valutazione dei cittadini» e che, nei casi in questione, la comunicazione preventiva «non è da considerarsi un’azione tecnica da perseguire». Qui sta il punto politico, e non è un dettaglio di stile. Informare non è delegare. Nessuno ha mai chiesto che siano le persone residenti a stabilire se un albero abbia il fattore di sicurezza esaurito: si è chiesto che venga detto loro prima, e che venga detto perché. Rispondere che l’informazione preventiva non è un’azione da perseguire significa trasformare ogni richiesta di trasparenza in una diffidenza verso chi lavora. Non lo è, e non è mai stato questo il senso dei nostri atti.

    Le determine con cui si dispone la rimozione delle alberature richiamano puntualmente un ordine di servizio della Direzione Ambiente del 3 settembre 2009, che prevede di informare la cittadinanza degli abbattimenti con almeno trenta giorni di anticipo mediante affissione all’Albo Pretorio, e altrettanto puntualmente danno atto della sua non applicazione per ragioni d’urgenza. Sul piano tecnico quelle motivazioni ci sono e sono scritte. Sul piano politico resta che una regola che l’ente si è dato diciassette anni fa non è mai stata aggiornata né dotata di strumenti (una pagina, un avviso, una mail al Quartiere, un messaggio a chi abita l’isolato) e finisce sostituita da un cartello che parla di divieto di sosta e non dice che sta per sparire un albero. Trenta giorni all’Albo Pretorio nel 2009, quarantotto ore su un palo nel 2026: in mezzo non c’è la volontà di provare a evitare aggravi che poi si appesantiscono sugli uffici (con accessi atti, interrogazioni e richieste di chiarimenti).

    In viale Ugo Bassi, per quanto ci è stato segnalato da chi abita la zona, oggi ci sono quattro posizioni vuote e nessuna informazione su quando e con quali specie saranno reimpiantate; né la cittadinanza né il Consiglio di Quartiere 2 hanno ricevuto una comunicazione preventiva. È il contrario di quanto il Consiglio comunale ha votato con il Piano del Verde e degli Spazi Aperti nel marzo 2025, che assume obiettivi di copertura arborea per quartiere e riconosce nel verde un’infrastruttura per la salute pubblica. Un obiettivo di questa portata non si regge senza chi ci abita, e non si costruisce a cose fatte.

    Per questo torniamo sul tema con un nuovo atto e chiediamo alla Sindaca e alla Giunta un impegno preciso: adottare un protocollo pubblico di informazione preventiva sugli interventi al patrimonio arboreo, che stabilisca chi avvisa, quando, con quali canali e con quale contenuto minimo, la ragione dell’intervento e la sorte della pianta, coinvolgendo i Consigli di Quartiere e prevedendo che, dove l’urgenza impedisce l’avviso, l’informazione arrivi comunque subito dopo. Chiederemo che il tema sia trattato nelle Commissioni competenti e nel Consiglio di Quartiere 2.