“Il Comune di Firenze ha impegnato 719mila euro di fondi europei per il suo assistente virtuale”
Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune
Partiamo da cos’è. FestinaLente è l’assistente virtuale del Comune di Firenze: si scrive una domanda in una finestra di chat e risponde un programma di intelligenza artificiale. Al momento ci sono due utilizzi possibili: uno per il cambio di residenza e uno per gli altri servizi. Al telefono del 055055, invece, rispondono ancora delle persone, quindi quello che segue riguarda soltanto chi utilizza il servizio digitale, senza chiamare il centralino.
A giugno abbiamo depositato un’interrogazione per sapere chi tratta le informazioni di chi usa quel servizio. La risposta è arrivata il 4 agosto e contiene i nomi. Il servizio è gestito da SILFI, la società del Comune; è stato costruito da un’azienda italiana, Ergon, su una piattaforma di un’altra azienda italiana, Memori; gira su server di Amazon collocati in Irlanda; e la parte che genera le risposte è di OpenAI, la società statunitense che produce ChatGPT.
Sono cinque aziende. Nell’informativa sulla privacy che il Comune pubblica sul proprio sito, però, non ce n’è nessuna: c’è scritto soltanto «Privati (fornitore del servizio)». Alla nostra domanda se intendesse aggiornare quel documento, la Giunta ha risposto che va già bene così. Non è una questione di riservatezza commerciale: il nome della piattaforma è scritto in chiaro in una determina del Comune del 2 dicembre 2025, che ne mette a bilancio il canone annuale.
C’è poi un punto che non torna. Il 14 maggio la Giunta ci aveva scritto che il Comune conserva per sei mesi le conversazioni e l’indirizzo IP, cioè il codice che identifica il collegamento da cui si scrive. Il 4 agosto ha scritto che il servizio non chiede dati personali e che quindi, se le autorità statunitensi chiedessero di accedere a quelle informazioni, l’effetto sulla privacy sarebbe «pressoché nullo». Non stiamo dicendo che qualcuno abbia mentito. Diciamo che le due frasi non stanno insieme, perché l’indirizzo IP è un dato personale, e perché se davvero non ci fossero dati personali non servirebbero né l’informativa né la valutazione dei rischi che il Comune dichiara di aver fatto.
Il fatto che i computer siano in Irlanda non risolve. Una legge statunitense del 2018 permette alle autorità americane di chiedere i dati alle aziende americane ovunque questi si trovino: conta la nazionalità dell’impresa, non il luogo dei server. E qui sono statunitensi sia chi ospita il servizio sia chi produce le risposte. Che non sia un’ipotesi di scuola lo dice un caso recente: nel novembre 2025 un giudice federale di New York ha ordinato a OpenAI di consegnare venti milioni di conversazioni, dentro una causa fra privati.
L’ultima cosa riguarda una promessa. Un anno fa, con una delibera approvata dalla sola Giunta, il Comune si è dato un piano sull’intelligenza artificiale che prevede un elenco pubblico di tutti i sistemi che utilizza, con l’indicazione del livello di rischio e dell’azienda fornitrice. Quell’elenco doveva essere pubblicato sul sito comunale per permettere alle cittadine e ai cittadini di controllare. A nove mesi di distanza non ci risulta che esista.
Va detto anche quello che funziona: le valutazioni sui rischi sono state fatte, anche dove non erano obbligatorie, SILFI ha svolto test di sicurezza sull’assistente e le conversazioni vengono controllate a campione ogni settimana. Il problema non è un’irregolarità: è una scelta politica di cui nessuno ha discusso. Lo dice la risposta stessa, dove si legge che la piattaforma può funzionare anche con programmi liberi installati su server europei: il ricorso a un’azienda statunitense non era obbligato.
Per questo chiediamo tre documenti con una richiesta di accesso agli atti (le valutazioni sui rischi, i contratti con le aziende, la scheda del servizio nell’elenco che il Comune deve pubblicare) e depositiamo una mozione perché il Consiglio comunale impegni la Giunta a scrivere i nomi delle aziende nell’informativa, a pubblicare quell’elenco, a rivedere la valutazione del rischio ogni volta che il servizio si allarga, ad avviare il passaggio a soluzioni europee e a garantire che al 055055 si possa sempre parlare con una persona.
Lo facciamo perché pensiamo che la politica e il pubblico siano a rischio di fronte a grandi colossi privati, che spesso si muovono da una condizione di particolare forza.
Sapere chi risponde, e chi ascolta, non è un tecnicismo: è la differenza fra una cittadinanza e un’utenza. Tutto questo merita una discussione politica.






