La filosofia del trolley (temporaneamente abbandonato)

Foto di Flavio~ da www.flickr.com

Articolo pubblicato su il Becco, l’originale cliccando qui.


La filosofia del trolley. Indagine sull’overtourism a Firenze è il titolo di un libro uscito nella seconda metà del 2019, a firma Grazia Galli e Massimo Lensi. Se ne è parlato molto, non solo in Toscana. Molte recensioni sono state scritte, tra cui quella di Chiara Del Corona su Il Becco. Rischia quindi essere superfluo tornare a consigliarne la lettura? Non credo. Proprio per il contesto legato all’emergenza Covid-19.

Ingenuo e letale sarebbe credere che sia un testo già superato, solo per il blocco degli spostamenti e del turismo globale in cui siamo immersi. Fortunatamente alcune copie del volume restano infatti esposte nella vetrina della libreria di zona anche in questi giorni.

Ecco quindi qualche considerazione sul perché leggere la filosofia del trolley anche in un periodo dove rimbalzano sui social le immagini del capoluogo toscano svuotato nelle sue piazze più note. Precisando come chi scrive sia interessato da un conflitto di interessi, o meglio condivida in partenza la necessità di sollevare il tema dell’overtourism. Vorrei infatti poter comprendere fino in fondo come si faccia a dubitare dell’esistenza di questo fenomeno. La categoria è invece disconosciuta da chi vorrebbe liquidare la questione a poche vie del centro talvolta affollate. Ciò non è però per me possibile e quindi non saprei misurare l’efficacia del libro di cui sto scrivendo per chi nega il problema. Che però esiste ed è parte (marginale) delle forze di governo del territorio. Il saggio di Galli e Lensi è uno strumento accurato, dove non mancano dati e studi precisi, utilizzando fonti istituzionali e non accusabili di faziosità. La stessa Giunta di Palazzo Vecchio riconosce le problematiche denunciate dal libro, perché che lo si voglia chiamare overtourism o meno, possiamo davvero ritenere minoritaria quella parte della società insensibile a centri storici svuotati dalla residenza (Venezia e Firenze vantano in misura diversa primati mondiali). Saranno l’autrice e l’autore a raccontare un giorno, se vorranno, le reazioni di lettori e lettrici distanti dalle loro posizioni.

Nemmeno suggerirei la lettura di questo libro solo per dare seguito a una passione per il passato, per quanto recente, come accennato in apertura. Non descrive la Firenze di ieri, per quanto oggi in via dei Neri non ci sia più il problema di farsi spazio tra le resse di turisti in coda. Forse non descrive nemmeno la Firenze di domani. Rifiutando le profezie e avendo imparato la precarietà della conoscenza, è bene non azzardarsi a dire che l’overtourism tornerà come lo abbiamo conosciuto. Troppo poco è noto del contesto inedito in cui ci troviamo. Altre pandemie hanno attraversato il globo in passato, probabilmente altre arriveranno, ma è la prima volta che il mondo globalizzato sviluppatosi alle soglie del XXI secolo affronta una sfida di questo genere.

Prima di quella sanitaria c’era un’altra emergenza che comunque invitava a volare meno, a spostarsi in modo diverso, a pensare a modelli di consumo meno intensi: solo poche settimane fa stava (ri)acquistando visibilità e centralità la battaglia per difendere l’unico pianeta che abbiamo, per superare un modello di sviluppo che rimane insostenibile per l’ambiente. Oggi rischiamo di vederla messa da parte.

Prima di morire di un virus, moriremo di fame è un pericoloso ragionamento. Non perché si debba sottovalutare la diversa natura dei numerosi pericoli a cui stiamo andando incontro, ma perché semplificare la complessità è l’opposto di ciò che dovrebbe fare la politica. Prevale un naturale desiderio di ripristinare quel che c’era prima, come fosse preferibile tornare a parlare di problemi noti, anziché riconoscere la necessità di guardare al presente. La filosofia del trolley non ci ricorda i problemi del passato, ma quelli di oggi. Sulla base di quali analisi e dati vengono prese le decisioni? Da chi e in che modo? Quale ruolo hanno le istituzioni e come cercando di recuperare la perdita di credibilità che hanno da tempo nei confronti della cittadinanza e dell’elettorato?

Qual è l’identità della città? Intesa non come pacchetto elaborato da un team esperto di marketing, ma come comunità in continuo cambiamento, che si riconosce in una narrazione vissuta e partecipata (identità come «uno dei tanti satelliti che gravitano intorno alla città per prestarle aiuto sul terreno, aspro e difficile, dei significati profondi della ricerca di senso»).

Che rapporto abbiamo con le fragilità? Nel recente passato abbiamo rimosso la povertà, la vecchiaia, la morte, le insicurezze, concentrandoci sul decoro e sul degrado, inglobando tutto in una semplificazione della sicurezza come percezione della criminalità. Il futuro adesso appare minaccioso perché la condizione di debolezza sociale sembra colpire troppe persone per continuare a essere negata. Dovremo quindi farcene carico, senza relegarla in periferie invisibili, senza sperare che il volontariato possa lenirne i peggiori effetti.

Che rapporto abbiamo con la memoria? Non ci sarebbe cosa peggiore che cominciare a vendere la Firenze Covid-19. Vivete anche voi l’esperienza di una città svuotata, accorrete, siate i primi a poter attraversare le strade del centro dei Medici rispettando le norme del distanziamento fisico…

In queste settimane di pandemia leggere La filosofia del trolley è quindi utile non tanto per parlare del turismo, ma per discutere e definire quali idee di città ci sono. Per confrontarsi con chi le vive, per ricostruire le nostre comunità sulla base dell’inclusione e dell’ascolto.

Non ci sarebbe niente di peggio che impugnare le proprie ragioni per pretendere le scuse da chi ha promosso un modello di sviluppo insostenibile. Non per sposare la retorica dell’essere tutti sulla stessa barca, senza riconoscere che c’è chi comanda la nave e chi sta ai remi. Ma per accettare i conflitti, non provare a nasconderli, o peggio reprimerli. È il momento dell’ascolto, anche se lo dovrebbe essere sempre.

La filosofia del trolley contiene avvertimenti e suggerimenti. Parla ovviamente di turismo, di Firenze come era fino a poche settimane fa e dello svuotamento di senso che ha colpito i nostri territori. Lo fa con una prima parte narrativa assolutamente piacevole e con altre due più analitiche. Però riesce a guardare a noi come parti di una dimensione collettiva. Individui, ma non isolati. Distanziati, ma non isolati.