Mazzetti e le sue dieci lezioni di economia politica

Articolo pubblicato su www.ilbecco.it (foto dall’iniziativa di presentazione, maggiori informazioni qui)

Cosa è il lavoro? Una forma di affermazione della persona, che costruisce tramite la sua attività la propria identità sociale? Una pratica di sfruttamento da cui ci dovremmo liberare? Per fare poi cosa nel corso del nostro tempo? Nelle Dieci brevi lezioni di critica dell’economia politica di Giovanni Mazzetti (Aterios, Trieste, 2019) queste domande non vengono affrontate con metodo filosofico (laddove per filosofia si voglia intendere quella disciplina affermatasi come specifico campo di studi). L’autore prova a ricondurre l’essere umano come soggetto e oggetto quotidianamente impegnato a relazionarsi con il resto della società. Prova a farlo invitandoci a non considerare il tempo presente come immutabile ripetersi di dinamiche del passato, destinate a ripetersi nel futuro. Siamo il frutto di uno specifico percorso storico, di una dinamica produttiva lunga e articolata, comprensibile con il supporto delle analisi di due degli autori più citati nel volume: Marx e Keynes.

Nonostante un impianto apparentemente didattico e pedagogico, la formazione proposta dal testo di Mazzetti si muove in una dialettica con la lettrice o il lettore, garantita dalla volontà di affermare una posizione facilmente interpretabile come provocatoria, data la situazione in cui ci ritroviamo a vivere. La disoccupazione oggi si presenta perché lo sviluppo alle nostre spalle ci ha portato a un livello di produzione tale da poter soddisfare i bisogni dell’umanità senza grandi difficoltà, purché si rinunci alla logica del profitto, che permea però l’essenza del capitalismo, cioè di quel complesso di regole che ci muove nella quotidianità, quasi in tutte le nostre azioni. Vale anche per chi si dichiara impegnato a superare il sistema di cose presenti.

La crisi economica e sociale in cui siamo immersi non è “colpa” di soggetti esterni. Siamo noi a non vedere la necessità di ripensare totalmente i paradigmi della nostra società. Il primo lavoro da fare è quindi sulla nostra consapevolezza: impegnarsi in una battaglia per la redistribuzione del lavoro implica un rapporto con «la vita in generale». Altrimenti sarà un girare a vuoto, un insistente scontrarsi con il muro della realtà, senza accorgersi della possibilità di andare oltre il tema della disoccupazione scegliendo una strada diversa, con la quale mettere in discussione l’impianto entrato in crisi negli anni ‘70 del secolo scorso. Keynes ha offerto delle risposte contingenti, prevedendo l’efficacia limitata nel tempo. La produzione di ricchezza è arrivata a un punto tale da essere incompatibile con il modello di lavoro salariato a cui siamo abituati.

Due sono gli atteggiamenti da rifiutare: rassegnarsi e sperare che in qualche modo un nuovo equilibrio si presenti per conto proprio. Mazzetti dialoga a distanza anche con pubblicazioni recenti, sia italiane che non, muovendosi a proprio agio anche rispetto alle dinamiche con cui si declina l’economia delle piattaforme delle reti sociali. I nuovi bisogni sapranno esprimersi solo costruendo una dimensione pubblica con cui affrontarli, mentre i precedenti facilmente saranno soddisfatti con un impiego sempre minore di lavoro umano (sostituito dalla tecnologia, come in parte significativa è già avvenuto). Tre ore di lavoro giornaliero possono bastare, sostiene l’autore.

Il merito del libro è di partire dalla base del ragionamento, accompagnando lo sviluppo logico della proposta in modo graduale, con consapevolezza e senso della misura. Efficace, seppure non semplice, non manca di toccare anche il tema del debito pubblico, della pensione e dell’individualità (pure approfonditi in altri testi dello stesso autore).

Perché «le condizioni generali per la redistribuzione del lavoro, sul piano culturale, debbono ancora essere create», ma «evocare un’azione, che per la sua stessa inconsistenza è destinata al fallimento, produce l’effetto di generare solo ulteriore frustrazione» [pp. 186-186, corsivi dall’originale].

Per un’azione efficace si chiede quindi alla sinistra di prendere atto che riproporre una semplice redistribuzione delle ricchezze e una diminuzione dell’orario di lavoro non basta. Va dichiarata esaurita la soluzione keynesiana utilizzata nel secolo scorso, recuperato parte di quanto suggerito da Marx e aggiunta alla decostruzione critica dei miti contemporanei una nuova proposta, radicale, realista e realizzabile. Una sfida storica, a cui il libro porta il proprio contributo.

2 pensieri riguardo “Mazzetti e le sue dieci lezioni di economia politica”

I commenti sono chiusi