Sulla Polizia Municipale

Da un lavoratore, un sindacalista e un compagno della Polizia Municipale

Non occorre scomodare Pier Paolo Pasolini, ma è sufficiente il testo d’una canzone di Daniele Silvestri – “Il mio nemico non ha divisa, ama le armi ma non le usa” – per impostare una ragionamento sensato e di sinistra sulla Polizia Municipale e più in generale sul variegato mondo della sicurezza. Purtroppo, la posizione della sinistra sulle divise è spesso vittima di schemi stereotipati riconducibili più a logiche gruppettare, piuttosto che ad una matura visione di classe; troppo spesso si tende a pensare che le divise siano per loro natura “di destra” e, da qui, consegnare l’intero tema della sicurezza a chi vuol girare indietro le lancette della storia è un attimo.

I lavoratori della Polizia Municipale, agenti ed ufficiali, sono in primo luogo lavoratori e pensare alla loro sicurezza significa, spesso, declinare il modello di “Sicurezza” cui tendiamo per le nostre città.

Il mestiere della guardia ha infatti subito nel corso del tempo svariate trasformazioni e rappresenta la più fedele cartina di tornasole di come l’Amministrazione Nardella stia, di fatto, inseguendo la destra salviniana interpretando la sicurezza esclusivamente come ordine pubblico.

Dicevamo un mestiere complesso quello dell’operatore di Polizia Municipale poiché costantemente in bilico tra una legge quadro non più adeguata e volutamente elastica che tiene fuori la categoria dal comparto sicurezza, parallele pulsioni amministrative e legislative che ne caricano le funzioni senza delimitarne mai i confini e legittime aspirazioni dei cittadini che vedono nel “vigile” lo sportello più vicino dell’Amministrazione dal quale ricevere risposte; anche quando l’Amministrazione latita e risposte alle tematiche più classiche della civile convivenza non ci sono o hanno tempi biblici.

Giova pertanto riflettere sul fatto che negli ultimi vent’anni il Corpo della Polizia Municipale di Firenze ha registrato ben tre suicidi con l’arma di servizio, chiaro sintomo d’un livello di stress legato alla professione che aggiunge al burnout tipico di tutte le professioni di soccorso, tutto il carico emotivo di dover metter la faccia in tutte le varie iniziative – anche le più bizzarre come il divieto di mangiare panini in via De Neri! – che l’Amministrazione ciclicamente s’inventa per fare qualche giornalata prima di voltarsi altrove.

È in tale quadro che una prospettiva di sinistra, chiara e propositiva, deve muoversi. Deve cioè capire che la Polizia Municipale rappresenta una tassello essenziale per tutelare i più deboli, piuttosto che lo strumento per garantire rendite di posizione, piccoli  e grandi privilegi d’una città che tutti conosciamo per la sua profonda connotazione massona e conservatrice.

Nel corso del tempo l’inseguire invece da parte del legislatore l’idea della Polizia Municipale come elemento d’ordine pubblico, idea apparsa in tempi lontani e acceleratasi coi recenti decreti sicurezza di Minniti prima e Salvini poi, ha finito invece per utilizzare gli operatori di Polizia Municipale per presidiare le piazze al posto della altre forze di polizia e per farli diventare attori di tutta quella pretora di provvedimenti demagogici ed assolutamente inutili come i c.d. Daspo urbani. Ma qualcuno s’è mai chiesto quale efficacia possano avere questi provvedimenti? Al netto qui che si tratta dei soliti provvedimenti contro gli ultimi per mettere la polvere sotto il tappeto di città vetrina, come si può pensare che possa avere una qualche efficacia intimare l’allontanamento d’un nulla tenente minacciandolo (!), in caso d’inottemperanza, d’una sanzione pecuniaria? È oltremodo evidente che s’intende utilizzare la Polizia Municipale per fare spot (20 persone allontanate, 2000 Euro di sanzioni elevate, ecc…), per dare cioè l’idea d’aver risolto un problema, spesso sociale, riconducendolo sotto lo sbrigativo e modaiolo capitolo della sicurezza.

Se poi l’operatore, che sa bene e per primo quanto la propria attività sia inefficace per risolvere il problema, si sente frustrato percependosi come costantemente alla mercé del flusso mediatico di turno, piuttosto che a servizio della propria città, appare assolutamente comprensibile.

Ma c’è di più; è evidente che se si porta avanti l’idea che determinate problematiche della città rientrino nel capitolo sicurezza, che debbano essere affrontate dalla Polizia Municipale in alternativa alle forze di polizia statali, l’evoluzione naturale del “vigile” sia quella d’un poliziotto con manganello, giubbotto antiproiettile, taser, cane antidroga e chi più ne ha più ne metta (tutte cose caldeggiate dalla destra cittadina in questi anni)…..naturalmente senza nessuna di quelle garanzie formative e giuridiche di cui gli operatori del comparto sicurezza godono. Questo perché ogni governo che s’avvicendi alla guida del paese promette più o meno ciclicamente una riforma della Polizia Locale, con l’esito di non rivedere mai una legge quadro che ha più di trent’anni e, come si diceva, di caricare gli operatori di nuovi oneri senza nessun onore.

Si finisce così per produrre bizzarri provvedimenti normativi ed amministrativi, spesso di dubbia liceità – ma essendo volti agli ultimi questo non sembra rappresentare un problema…. – come il regolamento di Polizia Urbana (quello che vietava di tendere i panni alla finestra, per capirsi), la recente ordinanza sui panini di via De Neri, o l’ordinanza, sempre prodotto del Nardella pensiero, che intendeva affrontare la prostituzione come qualcosa di “contingibile ed urgente” . Ma l’elenco sarebbe infinito.

Va quindi a finire che in nome dello spot di turno si sacrifichino da un lato ed a tutela del cittadino, in primis quello più debole, tutta una serie di servizi d’istituto tipici della Polizia Municipale; i tempi d’intervento sugli incidenti stradali o sull’evasione di passi carrabili e spazi per disabili si dilatano all’infinito, i controlli sulla regolarità degli esercizi pubblici – in primis sui prezzi – ed i rilevamenti fonometrici per il disturbo alla quiete pubblica della movida della Firenze da bere o quelli sulla regolarità dei taxi (percorsi, tariffe applicate, ecc….), di fatto non esistono più, la presenza nei distaccamenti territoriali, primo vero contatto dell’Amministrazione coi bisogni del cittadino, di fatto è ridotto al lumicino, sacrificato sull’altare dei “security point” itineranti capaci d’apparire raccogliendo una quantità pressoché infinita di segnalazioni e poi sparire senza risolvere alcunché.

Ma dall’altro lato quest’interpretazione del ruolo della Polizia Municipale proiettato su servizi non di competenza, come per esempio lo spaccio di droga – a proposito sapete che a Firenze ci sono solo 10 agenti destinati al rilievo di sinistri stradali, competenza esclusiva della P.M.,e ben 7 alla repressione dello spaccio di droga? – mortifica una professione e ne espone gli operatori, privi di quell’apparato investigativo e dotazionale tipico delle forze nazionali di polizia, a costanti fattori di rischio.

Dentro questo modello di sicurezza si trovano poi le assunzioni di agenti a tempo determinato pagati da privati e la sostituzione dei lunghi e professionalmente complessi iter selettivi del passato con la previsione di limiti d’età molto bassi e l’introduzione di prove fisiche, lasciando ipotizzare che alla preparazione professionale si debba sostituire la prestanza fisica.

Si tratta d’un piano inclinato di cui è impossibile scorgere il fondo ma che certamente prefigura un ruolo della Polizia Municipale dalla parte dei piccoli e grandi privilegi della città, che punta a tenere pulite le vetrine, a spostare i problemi (dall’abusivismo commerciale, allo spaccio passando per i senza fissa dimora) da un punto all’altro della città, spesso dal centro alla periferia.

Il nostro punto di vista è invece quello di contemplare l’operatore di Polizia Municipale in un quadro di tutela dei cittadini tutti, partendo proprio dai più deboli ed indifesi nei confronti delle vessazioni cui quotidianamente sono esposti.

Non consentire ad un disabile d’usufruire del proprio posto in tempi ragionevoli, non garantire la sicurezza della circolazione e, per esempio, la fruibilità delle corsie preferenziali per i mezzi pubblici, perché impegnati in altro, non tutelare il sonno d’un lavoratore esposto alla quotidiana vessazione del locale di turno, piuttosto che proteggere l’indifeso turista che si siede ad una bar e spende 15 Euro per un caffè senza che nessuno gli abbia presentato lo straccio d’un listino, crediamo concorra in modo sostanziale e profondo ad alimentare il senso d’ingiustizia, oltre che d’insicurezza, dei cittadini. Naturalmente questo s’inserisce in un ripensamento complessivo della macchina comunale passando per i servizi sociali ed arrivando a tutti quei servizi esternalizzati, altra moda scopiazzata dalla destra, che ha sostanzialmente privato l’operatore di P.M. della possibilità di svolgere il proprio compito. Come può una città come Firenze avere, in certi orari della giornata, un solo carro attrezzi? Come si può attendere mesi per far tappare una buca o rimuovere una transenna abbandonata  in un costante rimpallo di responsabilità tra ditte figlie d’appalti al massimo ribasso?

Altro che “vigili rambo” come titolava qualche testata giornalistica di recente, noi vorremmo che la Polizia Municipale di Firenze tornasse a fare, e bene, quelle cose per le quali, fino a poco tempo fa,  veniva presa a modello in tutta Italia nella consapevolezza dell’importanza di un’organizzazione nata oltre 150 anni fa al servizio dei cittadini di Firenze.

Il diritto all’abitare non è provvisorio!

Così non va!  Non c’è niente di peggio di chi si nasconde dietro una richiesta di finta “legalità” per sottrarsi dai propri doveri, per nascondere la propria indifferenza.

Certo occuparsi di chi non ha casa perché ha perso il lavoro, non è comodo. Se poi sono immigrati… sono ancora più brutti?

Però la sostanza è questa. Il Comune di Firenze si è dato un regolamento per garantire al privato di liberare a prezzo indolore il proprio immobile. E come fa? Con un tappeto rosso, sul quale fare camminare la famiglia che libera la casa. Forza pubblica fuori dal portone, paura e disorientamento, e l’amministrazione comunale offre il ricovero in una struttura spesso della Caritas (piove sul bagnato perché quasi sempre, non si riconosce loro il diritto di essere famiglia e si si separano i padri dalla madri e dai figli, insomma come se ci fosse necessità di infliggere ulteriore sofferenza).

La famiglia disperata esce. Ma la soluzione è provvisoria, poco più di un mese e poi queste persone verranno espulse anche da dove hanno ritrovato riparo.  È un aiuto alla famiglia? No, è un aiuto alla proprietà, che così si scarica dalla responsabilità di cacciare in mezzo alla strada una famiglia, per poter realizzare una qualche speculazione!

Non è accettabile la banale affermazione dell’Assessore uscente Sara Funaro: «L’accoglienza temporanea ha un limite». Ci deve invece rispondere su quali presupposti pensa si possa fondare la possibilità che questa famiglia trovi un alloggio sul mercato. Su un mercato fiorentino ricco di offerte per i B&B, ma inesistente per le famiglie a reddito basso, figurarsi quando un componente è disoccupato. Questi presupposti non esistono. Il regolamento serve solo a farVi dormire sonni tranquilli!

Ma a un’altra domanda ci piacerebbe che l’assessore rispondesse: su quali presupposti considera che una famiglia che ha tre bambini (di cui uno di neanche tre mesi) non è in condizioni di fragilità, tanto da accettare tacitamente che finiscano in mezzo alla strada?

Le famiglie che in questi anni hanno occupato lo hanno fatto spinte dall’assenza di aiuto da parte di un’amministrazione insensibile e hanno vissuto in questi anni in condizioni difficilissime, spesso senza riscaldamento e servizi minimi dignitosi. Azioni sbagliate direte, ma in risposta a bisogni veri, che non trovano ascolto e aiuto in nessuna istanza civica della città.

Facciamo un appello a tutti: non cadiamo nella lotta del povero contro il povero. Magari tra chi occupa e chi è in graduatori.  Questa guerra tra poveri nasconde l’unica verità e salva gli unici responsabili di questo disastro: l’attuale amministrazione e anche i suoi “sfidanti” di destra: le case non si vengono date a nessuno! Oltre duemila famiglie aspettano in graduatoria, alcune da anni e decenni, e gli appartamenti offerti sono circa 100-120 l’anno. Niente. Non si offre una soluzione a queste famiglie di Villa Pepi, ma non si offre una soluzione neanche alle famiglie in graduatoria del Comune colpite da sfratto esecutivo per morosità incolpevole.

Le case ci sono, gli sfratti devono essere fatti garantendo il passaggio da casa a casa. Il primo impegno che assolveremo come Giunta e come Consiglieri comunali sarà quello di andare dal Prefetto per chiedere la sospensione di un anno degli sfratti, proprio per poter garantire il diritto alla casa.

Acquistare a prezzi di costruzione gli appartamenti invenduti (salvando dal fallimento le cooperative), assegnare immediatamente gli alloggi sfitti (da anni), avviare programmi di recupero e autorecupero dell’immenso patrimonio dismesso.

La vicenda delle famiglie di villa Pepi condannate da questa amministrazione a finire in mezzo alla strada ci fa tornare in mente la bella canzone di Paolo Pietrangeli, Contessa: contessa è il sindaco Dario Nardella, contessa è Sara Funaro: “di sangue han sporcato i cortili e le porte, chissà quanto tempo di vorrà per pulire”.

Che tristezza: centro destra e centro sinistra su questo si equivalgono. Perché quanto accade a Firenze accade a Milano, Bergamo e così via.  I regolamenti fiorentini sono fotocopie di regolamenti di città governate dal centro destra. La foglia di fico serve per calmare la coscienza, sulla pelle di chi è colpito dalla crisi economica.

La casa è un diritto. Noi siamo impegnati a garantire questo diritto.

A Firenze un patto contro il capitalismo della sorveglianza

Tra le principali minacce alla nostra insicurezza quella di cui siamo meno consapevoli è forse quella alla nostra privacy.

Shoshana Zuboff lo ha chiama “capitalismo della sorveglianza” (e il suo articolo dà il titolo al numero di Internazionale di questa settimana).

Google, Facebook, Whatsapp sono i nomi più noti, ma sono centinaia le applicazioni sui nostri cellulari che raccolgono dati, il cui utilizzo è ai più sconosciuto (persino in ambito sanitario, dai cicli di ovulazione alla respirazione notturna).

La nostra vita è un oggetto su cui fare profitto e ci stanno convincendo dell’inevitabilità di un futuro fatto di controllo e mercato.

Stiamo sviluppando maggiore intimità con il nostro mondo digitale, rispetto alle relazioni sociali reali.

Questo vale soprattutto nelle città, dove le logiche di profitto della Silicon Valley bene si sovrappongono al tema del decoro e dell’ordine pubblico.

A Firenze l’amministrazione di Dario Nardella è andata nella direzione sostenute dalle destre. ll numero di telecamere all’interno del Comune (e dei milioni spesi) ci ha reso una delle capitali in questo campo. Inoltre la Polizia Municipale e la Giunta sono invitati a relazionarsi direttamente con la cittadinanza attraverso segnalazioni via chat. Uno svuotamento del territorio rispetto a realtà partecipate e intermedie. Il cittadino isolato che invoca la repressione, frustrato perché è impossibile poter tenere in piedi un efficace sistema di intervento senza una presenza diffusa, da costruire con i servizi sociali più che con le divise.

Nardella ha anticipato l’impostazione del nuovo presidente del Brasile, Bolsonaro.

Il centrosinistra a Firenze appare del tutto inconsapevole della società in cui viviamo e di come sta cambiando.

A noi invece interessa riprendere quanto scritto in un recente libro.

«C’è bisogno di ampie alleanze tra le città, i movimenti sociali e le organizzazioni politiche progressiste. Abbiamo bisogno di nuove politiche tecnologiche, ambiziose e di lungo respiro, accompagnate da forti investimenti pubblici nelle infrastrutture critiche del futuro – dati e intelligenza artificiale in primis – e nuovi sistemi di welfare incentrati sul bene comune». (Francesca Bria, Evgeny Morozov, Ripensare la smart city, Codice Edizioni, 2018)


L’immagine è presa da darionardella.it

Ex Asilo Ritter

Il recupero del patrimonio pubblico a fini residenziali e sociali è uno degli impegni prioritari e qualificanti del programma, e per questo con grande soddisfazione partecipiamo alla fine dei lavori e all’inaugurazione dei primi appartamenti dell’ex Asilo Ritter.

Un progetto di autorecupero che arriva a compimento e che conferma che questa è la strada per risolvere il problema casa e la speculazione  senza cementificare e desertificare.

Si tratta di una delle poche esperienze di autorecupero in questa città e in questo paese. Un segnale importante in tempi di svendita alla speculazione privata, caratterizzanti le giunte del Partito Democratico. Purtroppo il clima in questo Paese, tra la linea della Lega di Salvini e le scelte di Nardella, ci fanno poco sperare sulla possibilità di vedere ripetute esperienze come quella del Ritter, se non eleggeremo Antonella Bundu sindaca!

L’inaugurazione dei primi appartamenti è per noi motivo di grande soddisfazione: premia la nostra profonda convinzione relativa alla possibilità di risolvere la situazione di oltre 2000 famiglie in graduatoria. Con questo tipo di pratiche potremmo risolvere il 60% dei problemi, senza cementificare un metro quadro di suolo libero in più!

Viene premiata anche la forza e la tenacia di piccoli gruppi, rappresentati in tutti questi anni in Comune e in Regione, che si fosse in maggioranza o all’opposizione. E così l’ex Asilo Ritter e via Aldini non vengono sgomberati, ma al contrario viene avviato un progetto di autorecupero, grazie soprattutto al ruolo di Rifondazione Comunista che, in maggioranza nell’allora giunta di Firenze (ai tempi di Primicerio sindaco), impedì l’annientamento di questa esperienza. Un impegno proseguito anche svolgendo un’opposizione coerente alla giunta Domenici, a cui seguì un finanziamento capace di dare definitivamente gambe al progetto, a cui contribuì l’allora Assessore regionale toscano Salvatore Allocca.

Arrestare la gentrificazione di Firenze, far tornare la residenza anche nelle aree più “pregiate” della città, perché la residenza è il miglior modo di valorizzare il nostro Comune, patrimonio dell’Unesco, riportando lavoro e vita sociale in tutto il tessuto urbano.

Ieri come oggi e domani il diritto alla casa e all’abitare rimangono una priorità assoluta!

Rimandiamo al mittente le promesse di chi in questi cinque anni trascorsi non ha fatto niente e oggi ipotizza alloggi per il futuro.

Quindi un voto utile, di comprovato impegno, è quello per la coalizione a sostegno di Antonella Bundu, votando la lista Firenze Città Aperta e scrivendo Palagi accanto al simbolo.

Monica Sgherri, Responsabile nazionale casa Prc S.E..
Dmitrij Palagi, capolista Firenze Città Aperta per Antonella Bundu Sindaca

Il CASino della Prefettura

Lavoro e migrazione, solidarietà a chi subisce lo sfruttamento!

In occasione della scadenza del bando della Prefettura di Firenze per la gestione dei CAS (avvenuta il 7 maggio), esprimiamo solidarietà ai molti lavoratori dei CAS del territorio fiorentino che vedono a rischio il proprio posto di lavoro.

Alcuni enti gestori hanno deciso di non partecipare al bando prefettizio sia per i tagli dei finanziamenti sia per i tagli dei servizi rivolti ai richiedenti asilo e altri enti gestori hanno partecipato per un numero molto inferiore di utenti.

Molti lavoratori e lavoratrici (educatori, portieri, mediatori culturali, operatori legali) quindi, si troveranno in esubero.

Lavoratori assunti e sfruttati per far fronte ad una situazione di emergenza, come tale è stato affrontato il tema del fenomeno migratorio, vengono scaricati a causa di una repentina inversione di tendenza della politica dell’accoglienza.

? Valentina Adduci, candidata al quartiere 5 per Firenze Città Aperta a sostegno di Vincenzo Pizzolo – Candidato Presidente al Q5

? Dmitrij Palagi, candidato al consiglio comunale per Firenze Città Aperta a sostegno di Antonella Bundu sindaca

Dopo 40 anni, un parcheggio il 23 maggio!

Quartiere 5: nell’area della ex Galileo sono partiti i lavori per la realizzazione di un parcheggio a venti giorni dalle elezioni amministrative…. Dopo 40 anni di attesa per il progetto di riqualificazione dell’intera area (oltre ai palazzi, in 40 anni è stato realizzato solo un giardino con ben poco verde, mentre tutta l’area è rimasta in stato di abbandono).

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