La politica mette tristezza?

Avevamo discusso di politica e comunicazione nel 2016, con alcune compagne e compagni. Abbiamo provato a riprendere quella conversazione alla luce di questo periodo particolare che stiamo attraversando, segnato dal COVID-19. Sotto il video dell’iniziativa qualche materiale collegato.

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Non è la nostalgia che potrà salvare la sinistra, anche se “nobile”

Poco tempo è passato dalla crisi del governo giallo-verde (Movimento 5 Stelle – Lega per Salvini premier). Non sono ancora chiari gli sviluppi. il manifesto sceglie di proporre un’intervista a Emanuele Macaluso, classe 1924. Si tratta di un nome importante per la storia della sinistra italiana, a cui si deve sicuramente rispetto e attenzione. Il titolo è fuorviante. «Nessuno ora indebolisca il centrosinistra». Suggerisce la necessità di una grande casa per chiunque si ritenga incompatibile con Salvini (5 Stelle esclusi, si guarda a un campo composto da +Europa, area LEU e qualche altro satellite di una galassia a rischio sopravvivenza).

Con la possibilità di un veloce ritorno alle urne è chiara l’angoscia di tutto ciò che galleggia a sinistra del Partito Democratico. La nostalgia però non potrà aiutare. Il centrosinistra non esiste, per quanto qualche esperienza amministrativa possa essere citata dagli interventi nelle assemblee (su tutte il Comune di Padova). Questo Governo ha misurato una forte rottura sulla TAV in Val di Susa. Zingaretti sostiene la stessa cosa del centrodestra. Sulle grandi opere in generale la convergenza tra alcune opzioni politiche è significativa (con i “pentastellati” incapaci di affermare le loro posizioni). Sul tema dei migranti qualche elemento comune si è ravvivato, tra le due sinistre di bertinottiana memoria. Le piazze della Liberazione e quelle antirazziste rivedono fianco a fianco chi poco tempo fa era impegnato a contestare/essere contestato (non è solo Minniti il “problema”, ma poco senso ha costruire un elenco degli ultimi anni).

In una dinamica nota a chi ha vissuto l’antiberlusconismo, ecco profilarsi il nemico assoluto presso il Ministero dell’Interno.

Con Macaluso si registra più in generale la gravità dell’impolitica in cui ci troveremmo.

«Di Maio sembra uno che ha vinto la lotteria. […] È un ignorantello, non ha cultura, né generale né politica, non ha storia, non esiste al mondo una persona che passa da quello che ha fatto, cioè niente, a vicepresidente del consiglio. […] Non ha mai letto un libro, non so neanche se prima leggeva i giornali».

Nella satira di oltre un decennio fa ricordo una versione di Bossi a cui si chiedeva se avesse letto qualcosa, ovviamente evidenziandone l’assenza di formazione (c’è anche un video de L’ottavo nano del 2001 propedeutico, disponibile qui). Si tratta di un piano di critica poco efficace, anche perché ricordo di essere cresciuto in un senso comune che attribuiva a Bertinotti e Fini il miglior livello di qualità educativa espressa (nessuno dei due ha fatto una fine invidiabile, sul piano politico).

Per Macaluso  legittimamente il punto però è questo: «è un pauroso abbassamento della cultura politica di massa. Un bracciante siciliano dei miei tempi aveva più cultura politica di quanta ne abbia Conte o Di Maio», insiste.

Il problema però è la capacità di interpretare il presente, analizzarlo e saper dare delle risposte convincenti. Su tutto questo la soluzione non può essere la formazione di qualche quadro, capace di riorganizzare delle strutture. Neanche unire qualche neurone brillante, a prescindere dalla collocazione politica, basterà, fino a che non ci si chiarisce su cosa si governa a fare. Quali sono gli scopi e gli obiettivi? Arrivare ai ministeri tanto per arrivarci, strappando qualcosa di buono, è ormai l’unico sogno di larga parte del mondo progressista. Il dubbio è che sia del tutto insufficiente per riattivare volontà, militanza e voto.

Per Macaluso il PD è nato male e paga il suo destino, «ma siccome ora non c’è altro – ripeto: non c’è altro – dico a tutti che demolirlo significa rafforzare la destra. Quindi bisogna semmai dare argomenti, suggerire temi, mettere in campo questioni, anche fuori dal partito». Questa è la parte dell’intervista che mi ritrovo a sottoscrivere. La “morte” (politica) del Partito Democratico non dovrebbe essere l’obiettivo per chi è impegnato (almeno dal disastro de La Sinistra l’Arcobaleno del 2008) a rimettere in piedi qualcosa alla sua sinistra. Se la repressione di Genova e il secondo esecutivo Prodi hanno affogato pur coraggiosi tentativi di innovazione, poi tutto pare essersi dissolto in liti tra organismi sempre più ridotti, mentre la mobilitazione sociale perdeva di vista gli orizzonti di cambiamento più grandi, indebolendosi a sua volta. Non basta neanche rivolgersi all’associazionismo e al sindacato. Fanno un altro “lavoro” e semmai la sfida è dimostrarsi capaci di rispondere alle loro esigenze (non appoggiarsi a loro finendo per schiacciarli).

C’è un possibile gioco, dai tratti infantili. “Oggi vorrei andare al governo perché così potrei …”. Una volta registrate una serie di risposte tra una serie di soggetti impegnati a contendersi un residuo di consenso microscopico, si provano a trovare le convergenze. Poi si rimane nel merito dei contenuti e infine si ammettono quali sono gli impulsi di sopravvivenza materiale degli stessi interlocutori. A quel punto il collocamento tattico e la forma potrebbero dimostrarsi più semplici di come appaiono quando servono come scuse per giustificare una serie di lunghe sconfitte…


Articolo pubblicato su Il Becco

Immagine di Francesco Gasparetti da Senigallia, ItalyFlickr