“Ci aspettiamo un posizione chiara da parte del Comune di Firenze”
Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune
Airbnb ha convocato oggi la stampa per raccontare una Firenze fatta di piccoli proprietari che “integrano il reddito”. È la stessa operazione di sempre: contare le teste invece degli immobili, scegliere la mediana al posto della media, diluire il fenomeno nello stock totale della città per farlo sparire. Ma i numeri che Airbnb stessa dice di voler usare (i dati ufficiali dell’Agenzia delle Entrate e dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare) raccontano l’esatto contrario, uno per uno.
Che il 75% degli host affitti una sola casa non dice nulla: non conta quanti proprietari abbiano un solo appartamento, conta chi controlla lo stock. Ed è una minoranza organizzata. Sui dati InsideAirbnb (elaborazione Progetto Firenze, gennaio 2025) l’8% degli host gestisce il 41% degli annunci, e per i soli interi appartamenti il 7% degli host controlla il 41% degli alloggi; nel Quartiere 1, il centro, gli host con quattro o più appartamenti sono l’8% ma gestiscono il 47% dell’intera offerta. La tendenza, poi, è inequivocabile: i mono-inserzionisti diminuiscono (156 in meno nel solo 2024) mentre i multi-host con otto o più inserzioni crescono del 79%. Il mercato fiorentino non si sta “amatorializzando”, si sta professionalizzando. E che per il 64% degli host non sia “l’attività principale” non è un’attenuante ma un’aggravante: significa che oltre diecimila interi appartamenti sono seconde rendite ricavate da case sottratte al mercato abitativo.
Non regge nemmeno il “solo 5% dello stock residenziale”. Misurare gli affitti brevi sull’intero patrimonio abitativo (che comprende ovviamente le case in cui vive la residenza) serve soltanto a farli sembrare piccoli: la metrica corretta è la quota sul mercato dell’affitto, cioè sulle case realmente in gioco. E qui parlano i dati ufficiali OMI–Agenzia delle Entrate, proprio la fonte che Airbnb dice di voler usare: a Firenze le locazioni brevi sono quasi il 13% delle abitazioni potenzialmente locabili, la quota più alta d’Italia, con un indice OMI del 12,7% contro una media delle grandi città del 4,9%. Gli oltre 11.000 alloggi su Airbnb equivalgono quasi all’intero flusso annuale di nuovi contratti residenziali registrati in città. Non è il 5% di niente: è il primo mercato di affitto breve d’Italia in proporzione.
Sul “guadagno mediano di 14.000 euro” non c’è nemmeno bisogno di contestare la statistica: la mediana è una misura corretta e descrive il singolo host tipico. Il punto è che quel numero non misura il fenomeno. Prendiamolo pure per buono: 14.000 euro su un solo appartamento fanno circa 1.150 euro al mese, più di quanto quella stessa casa renderebbe affittata a una famiglia fiorentina. Non è una mancia, è una rendita che batte l’affitto residenziale, ed è proprio quel margine a svuotare la città. Che poi la media OMI sia più alta (23.067 euro per alloggio, con una tariffa media di 233 euro a notte e, secondo l’IRPET, un fatturato medio per struttura di 38.148 euro e un’occupazione del 77%) non smentisce la mediana: la supera proprio perché a trainarla sono i grandi operatori, e racconta un’altra cosa ancora, il peso professionale del fenomeno. Mediano o medio, il reddito del singolo host resta la domanda sbagliata: quella giusta è chi controlla lo stock e quanto valore esce dalla città.
Nemmeno i 17 milioni di imposta di soggiorno sono il dono che la piattaforma lascia intendere. Airbnb non riversa nulla di suo: raccoglie una tassa che pagano i turisti e che per legge è tenuta a versare, e quei 17 milioni misurano il volume del fenomeno, non un beneficio regalato alla città. Vanno anzi messi a fronte del valore che dal territorio esce: gli stessi dati OMI stimano in 261 milioni di euro il ricavo annuo delle sole locazioni brevi a Firenze, e con la sede fiscale della piattaforma in Irlanda gran parte di quel valore, prodotto dal territorio fiorentino, viene estratto altrove. Diciassette milioni di soggiorno contro 261 milioni estratti: il rapporto dice chi ci guadagna davvero.
Quanto alle 26.000 case sfitte, è la deflezione classica: additare lo sfitto per distogliere lo sguardo dagli affitti brevi. Ma il dato censuario dello “sfitto” è notoriamente sovrastimato (comprende seconde case, immobili inagibili, successioni bloccate) e una parte di quelle case è fuori dal mercato residenziale proprio perché rende di più come affitto breve o tenuta in attesa. Il differenziale di rendita che l’IRPET misura è esattamente ciò che spinge le case fuori dal lungo termine. Se davvero ci sono 26.000 alloggi vuoti, è un argomento a favore di una politica pubblica su sfitto e riuso, non contro la regolazione degli affitti brevi.
Resta l’alibi di ogni rendita: “le cause sono altre”. Airbnb sostiene che la pressione turistica dipenda dai flussi internazionali e dalla carenza di offerta ricettiva distribuita, e che regolare gli affitti brevi non risolverebbe. Ma che i flussi crescano è una ragione in più per governarli, non un pretesto per non farlo; e “serve più offerta distribuita sul territorio” significa, tradotto, più affitti brevi ovunque: la soluzione che Airbnb propone all’espulsione degli abitanti è più Airbnb, interesse di parte spacciato per interesse generale. Che gli strumenti per regolare esistano, e da tempo, non lo diciamo noi: lo ha scritto la giurisprudenza (Cesifin, 2020) e lo ha confermato il TAR Toscana, che il 14 maggio 2026 ha respinto 19 ricorsi ribadendo la legittimità della legge regionale 65/2014, disponibile dal 2014. Il problema non è l’assenza di leve, è il ritardo di chi non le ha usate.
C’è infine il modo in cui Airbnb ha liquidato il professor Celata, dandogli del “polarizzato” invece di replicare ai suoi dati: un argomento ad personam. Celata lavora su InsideAirbnb, la stessa fonte che la piattaforma usa quando le conviene, ma prendiamo pure i dati ufficiali OMI e Agenzia delle Entrate, come chiede Airbnb: dicono che Firenze ha la quota di locazioni brevi più alta d’Italia, 261 milioni di ricavo estratto, 23.000 euro per alloggio. I dati ufficiali confermano Celata e smentiscono Airbnb. Su questo ci aspettiamo che sia il Comune a prendere posizione: Celata è un docente universitario che ha messo a disposizione della città un lavoro di ricerca pubblico, e che una piattaforma privata provi a delegittimarlo dal palco di una conferenza stampa non riguarda solo lui. Non è in gioco l’opinione di un consulente, è la libertà della ricerca di dire alla città ciò che a un’impresa non conviene sentirsi dire; su un tema che l’amministrazione stessa ha usato per orientare le proprie scelte, lasciare che sia il soggetto regolato a stabilire chi è “credibile” sarebbe una resa.
E se il terreno è quello dei dati, allora giochiamolo fino in fondo. Bene i dati pubblici, ma tutti e con la mappatura completa: non una selezione esibita in conferenza stampa per un giorno, bensì l’intero patrimonio informativo sugli affitti brevi (annunci, host, notti, localizzazione degli immobili) reso accessibile e consultabile da chiunque, in forma aperta. Se Airbnb chiede di ragionare sui dati ufficiali, la sfida è alla sua portata: tutto accessibile, a partire dai propri. La trasparenza non può essere la cortina dietro cui si sceglie di volta in volta quale numero mostrare. Non a caso, sulle keybox la piattaforma si vanta di aver “appoggiato la battaglia” contro le cassette portachiavi: è la mossa di sempre, concedere il simbolo e il decoro per non concedere la sostanza (i tetti alle notti, la distinzione tra host e impresa, la riconversione dello stock all’affitto residenziale).
La posta in gioco è la città in cui si può ancora vivere. A Firenze servono otto annualità di reddito per comprare 80 metri quadri e il 60% del reddito degli under 35 se ne va in affitto (IRPET, 2026). Il punto non è demonizzare chi affitta la stanza in più, ma impedire che una minoranza di operatori professionali continui a trasformare le case della città in rendita da estrarre. Airbnb difende i suoi numeri; noi difendiamo chi a Firenze ci vive.
Il Comune non tiri un colpo al cerchio e uno alla botte: scelga da che parte vuole stare.