Autore: Carlo

  • Porte blindate alle case popolari: la durata media è oltre un anno

    Porte blindate alle case popolari: la durata media è oltre un anno

    “Ogni mese oltre venti alloggi entrano nel circuito delle blindature”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Abbiamo già ricordato quanto costa il noleggio delle porte blindate installate sugli alloggi popolari vuoti: oltre 2 milioni di euro dal 2023, coperti con le entrate dei canoni pagati da chi negli alloggi di ERP ci abita. Continuando a studiare i 41 riepiloghi mensili ottenuti con l’accesso agli atti, emerge un ulteriore dato: non quanto costa il vuoto, ma quanto dura.

    I riepiloghi permettono di misurarlo con precisione, perché registrano ogni blindatura dall’installazione alla rimozione. Nel periodo documentato (gennaio 2023-maggio 2026) i cicli completi, porta montata e poi smontata, sono 310: la durata mediana è di tredici mesi. Significa che anche quando il sistema funziona e l’alloggio torna nel circuito, resta sigillato in mediana più di un anno. La metà dei casi supera i dodici mesi, quaranta superano i due anni.

    Ed è una stima prudente, perché nel conto non entrano i casi peggiori: i 214 alloggi blindati ininterrottamente per tutti i 41 mesi, con installazioni che risalgono agli anni tra il 2015 e il 2022. La porta più vecchia ancora fatturata è quella installata nel marzo 2015: un affitto che si paga da undici anni. Contando anche questi casi, la durata reale del vuoto è ancora più alta.

    Una precisazione doverosa: abbiamo verificato la fatturazione voce per voce, e i prezzi a scaglioni previsti dal capitolato risultano sempre rispettati. Non c’è nessuna irregolarità da parte della ditta né degli uffici, che anzi ringraziamo di nuovo per la completezza della documentazione. Il problema non è chi monta le porte o chi tiene la contabilità: è un sistema che tiene le case chiuse così a lungo da trasformare il noleggio in una voce strutturale di bilancio.

    C’è poi il dato che conferma quanto diciamo da mesi sul flusso. Nei 41 mesi i riepiloghi registrano circa 835 nuove sigillature e circa 909 rimozioni: oltre venti alloggi al mese che si svuotano ed entrano nel circuito delle blindature, e altrettanti che ne escono. Finora il ricambio di 200-400 alloggi l’anno era una dichiarazione della Giunta: ora lo dice, mese per mese, il contatore della contabilità. È il tapis roulant del vuoto: si recupera tanto quanto rientra, il magazzino non si svuota mai, e nel frattempo ogni casa ferma paga il suo canone di noleggio.

    Con questi due numeri (tredici mesi di attesa mediana, venti alloggi al mese sul tapis roulant) si rafforzano le nostre proposte, che ora hanno anche il loro parametro di riferimento.

    Il primo è un tetto di durata al noleggio. Se la durata fisiologica di una blindatura è intorno all’anno, tutto ciò che supera i diciotto mesi è patologia: proponiamo che oltre quella soglia scatti la priorità automatica di ristrutturazione, a partire dai 214 alloggi mai riaperti nel periodo documentato.

    Il secondo è l’autorecupero come sistema pubblico. La legge regionale lo consente dal 2019: ogni alloggio affidato a chi è in graduatoria e può contribuire ai lavori, con scomputo dal canone, è una casa che si riapre e una porta che esce dal noleggio. Serve però un sistema pubblico e centralizzato, che renda questa strada accessibile a tutti e non un percorso per pochi.

    Il terzo è il rifinanziamento statale. Il ciclo continuo non si ferma con le sole risorse comunali, reperite a debito: il Comune torni a pretendere dal Governo il rifinanziamento del programma nazionale di recupero degli alloggi ERP (la legge 80 del 2014, ferma dal 2018). Firenze lo ha già chiesto in sede ANCI insieme ad altre dieci città: non lasci cadere la propria firma e insista in modo sempre più forte.

    Ridurre i tredici mesi a sei significherebbe dimezzare il tempo che le persone in graduatoria passano ad aspettare davanti a una porta chiusa, e dimezzare i soldi dei canoni ERP spesi per custodire il vuoto.

  • Rifiuti, i ricavi del riciclo tornino nelle bollette, non nei dividendi

    Rifiuti, i ricavi del riciclo tornino nelle bollette, non nei dividendi

    “Facciamo nostro l’appello dell’associazione “Taric sì ma non così” ai Sindaci e alle Sindache dei Comuni soci, alla vigilia dell’Assemblea che approva il nuovo PEF”


    Leonardo Masi — Buongiorno Empoli
    Dmitrij Palagi — Sinistra Progetto Comune

    L’associazione “Taric sì ma non così” ha scritto via PEC a tutti i Sindaci e le Sindache dei Comuni dell’ATO Toscana Centro, alla vigilia dell’Assemblea che dovrà approvare il nuovo Piano Economico Finanziario del gestore. La richiesta è semplice e giusta: il valore economico prodotto dalla raccolta differenziata (il lavoro quotidiano di cittadine e cittadini) deve tradursi in uno sconto in bolletta, non alimentare gli utili della società o i dividendi dei Comuni soci.

    Come consiglieri di opposizione di due Comuni soci (Firenze, primo azionista con il 36,8% del capitale, ed Empoli) facciamo nostro quell’appello. Non è una battaglia tecnica: è una questione di controllo democratico su un servizio pubblico essenziale, finanziato da un tributo obbligatorio che quasi un milione di utenti paga ogni anno.

    Il fattore di sharing non è un dettaglio contabile. Ogni giorno la cittadinanza differenzia carta, vetro, plastica, metalli e organico: quei materiali generano ricavi attraverso i consorzi di filiera e riducono i costi di smaltimento. La regolazione ARERA lascia margini di scelta su quanta parte di quei benefici torni in tariffa e quanta resti in azienda. Chiediamo che quel margine sia usato per intero a favore delle bollette degli utenti virtuosi. È una scelta politica, non un automatismo: e va rivendicata da chi siede in Assemblea in rappresentanza dei Comuni.

    È lo stesso nodo dei dividendi. L’Assemblea del 29 giugno ha approvato la distribuzione di 34,4 milioni di euro attinti dalle riserve (cioè distribuendo patrimonio pregresso) mentre il bilancio consolidato peggiora e la TARI d’ambito sale (da 388 a 437 milioni tra 2023 e 2025, +12,6% in due anni). Su quella distribuzione dieci Comuni soci hanno votato contro e altri si sono astenuti: una frattura evidente sul senso stesso dell’operazione. Distribuire patrimonio e trattenere in azienda i benefici del riciclo sono due facce della stessa scelta: mettere la remunerazione del capitale davanti alla riduzione delle tariffe.

    Il rapporto tra chi controlla e chi è controllato è squilibrato, e lo dicono i fatti. In commissione, a giugno, ATO Toscana Centro ha confermato di non disporre dei database completi di unbundling nella forma in cui li detiene il gestore: Plures le trasmette i dati in forma aggregata, sufficiente alla validazione tariffaria, mentre le basi dati di dettaglio restano nella disponibilità esclusiva dell’azienda. ATO ne verifica coerenza e congruità, ma non ha un accesso indipendente. Nello stesso procedimento, Plures ha opposto all’accesso civico la normativa europea sugli abusi di mercato (MAR), qualificando come “informazioni privilegiate” i dati tariffari del servizio rifiuti. Non si possono chiedere verifiche più rigorose senza dare all’ente di governo (che è espressione degli stessi Comuni) il personale, le competenze e l’accesso ai dati per svolgerle davvero. Rafforzare ATO non è un tecnicismo: è la condizione perché il controllo pubblico non resti sulla carta.

    Facciamo nostre le richieste dell’associazione e le portiamo dentro le sedi dove si decide:

    1) i ricavi del riciclo siano destinati in via prioritaria alla riduzione delle tariffe degli utenti, sfruttando ogni margine consentito dalla regolazione;
    2) si fermi la distribuzione di patrimonio finché i conti consolidati arretrano e la TARI cresce;
    3) ATO sia dotata con urgenza delle risorse umane e tecniche per verificare in autonomia i dati del gestore, a partire dalla separazione contabile tra servizio rifiuti regolato e attività di mercato della multiutility;
    4) i Consigli comunali dei soci siano messi nelle condizioni di discutere e dare mandato ai propri rappresentanti prima dei voti in Assemblea, e non solo a cose fatte.

    Chiediamo alle Assemblee dei Sindaci di esercitare fino in fondo il proprio ruolo di indirizzo, vigilanza e controllo. La proprietà pubblica, da sola, non è ancora controllo pubblico: lo diventa solo se chi rappresenta i Comuni sceglie di usarlo.

  • Turistico-ricettivo a Montedomini: basta ipocrisie, è un sistema politico da cambiare

    Turistico-ricettivo a Montedomini: basta ipocrisie, è un sistema politico da cambiare

    “Non si può liquidare quanto emerso come eccezioni ed errori, manifestando uno stupore che stona con la vita quotidiana della Città”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Abbiamo depositato una mozione che chiede un censimento pubblico, immobile per immobile, del patrimonio degli enti a nomina comunale, a partire dall’ASP Montedomini, e regole vincolanti per fermarne la trasformazione in alloggi turistici. Proponiamo, inoltre, un protocollo con l’Arcidiocesi di Firenze, la Fondazione Solidarietà Caritas, la Fondazione Cassa di Risparmio e ogni altro ente coinvolgibile, per la mappatura volontaria dei rispettivi patrimoni immobiliari e per impegni verificabili di destinazione abitativa e sociale delle unità disponibili, guardando alle esperienze di Genova, Bergamo e Milano.

    Quello che sta emergendo non è un incidente e non è il capriccio di un singolo conduttore: è un sistema.

    C’è più di un palazzo in via Guelfa interessato. Al civico 81 due alloggi messi a bando nel 2025 come «uso abitativo» (determina ASP n. 83 del 22 maggio 2025) sono oggi prenotabili su Booking e Airbnb: l’uso turistico era già previsto da una deroga scritta dentro lo schema di contratto. La stessa clausola compariva nel bando del civico 77 del 2022. Accanto, al civico 83, una palazzina di nove alloggi concessa in blocco con bando del 2023 risulta oggi gestita da un grande operatore europeo del settore ricettivo, con turisti già presenti.

    Tre immobili, tre bandi in tre anni diversi, sempre nello stesso isolato, sempre con la stessa regia: se fosse un caso isolato non troveremmo la medesima impronta ogni volta. Dove il Comune vuole tutelare la residenza la clausola turistica non c’è (è il caso del bando di via Maccari all’Isolotto). Questo si chiama scegliere.

    Non è un vizio del solo patrimonio degli enti: è la stessa logica che ritroviamo perfino nella principale operazione di «social housing» della città. All’ex caserma Lupi di Toscana, accanto ai 236 alloggi a canone calmierato, il masterplan prevede migliaia di metri quadri di superficie turistico-ricettiva; la bonifica dell’area è pagata con fondi pubblici (PN Metro Plus) e tra i sottoscrittori del fondo c’è la stessa Fondazione Cassa di Risparmio che invitiamo al tavolo dell’abitare. Il messaggio è che la casa accessibile, per stare in piedi, deve appoggiarsi alla rendita turistica.

    È qui l’ipocrisia più grande. Firenze incassa dal turismo cifre enormi )77 milioni di imposta di soggiorno nel 2024, oltre 80 nel 2025, circa un decimo dell’intera spesa corrente) che finiscono in trasporti, cultura, verde e promozione turistica, ma non destinano un solo euro al diritto all’abitare. SI sceglie un modello in cui è l’abitare a doversi finanziare producendo nuovo turismo. Si governa a parole l’overtourism e nei fatti lo si alimenta come motore per far quadrare i conti della città.

    Troviamo sconcertante il dibattito che si è aperto, in cui si finge di non conoscere un fenomeno decisamente diffuso. Il definanziamento delle politiche per la casa lascia gli enti senza risorse pubbliche per recuperare il proprio patrimonio abitativo, e in quel vuoto si guarda al turistico-ricettivo come fonte di autofinanziamento, sbagliando. La pratica è diffusa: ci vuole il coraggio di dirlo e di mostrare i dati. Altrimenti nessuna alleanza sociale per il diritto all’abitare è possibile, perché affoga nell’ipocrisia e nell’asimmetria di informazioni.

    Speriamo che si accetti di discutere e approvare l’atto con urgenza. Vanno riviste le regole, non serve cercare capri espiatori, perché le decisioni sono politiche.

  • Piazza Tommaseo, un cantiere in piena stagione: a rischio il commercio di prossimità

    Piazza Tommaseo, un cantiere in piena stagione: a rischio il commercio di prossimità

    “Il tema riguarda Settignano nello specifico ma c’è una logica complessiva da mettere in discussione”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune
    Lorenzo Palandri – Sinistra Progetto Comune Quartiere 2

    A Settignano è partita la riqualificazione della pavimentazione in pietra di Piazza Niccolò Tommaseo. È un intervento finalizzato a migliorare il rione, ma il modo in cui è stato calato sulle attività della piazza racconta un problema che riguarda tutta la Città. Per l’esecuzione dei lavori le pedane dei locali di ristoro sono state rimosse: dalla fine di giugno alla fine di novembre, cinque mesi in piena stagione, senza quello spazio esterno che per un bar o un’osteria di quartiere non è un accessorio, è parte del lavoro.

    L’Amministrazione ha presentato l’operazione come «condivisa con le categorie economiche». Ma condividere il disegno di una piazza non è la stessa cosa che farsi carico delle conseguenze del cantiere su chi in quella piazza lavora. E qui, sulle conseguenze, restano due domande senza risposta.

    La prima è il canone. Non è accettabile che un’attività continui a pagare l’occupazione di uno spazio che il Comune stesso, con i suoi lavori, rende inutilizzabile per mesi. Per il periodo di sospensione il canone non deve essere dovuto. La seconda è la ricollocazione. Dichiararsi disponibili a qualche tavolino sul marciapiede non basta: una soluzione temporanea va garantita davvero, e senza scaricare oneri e adempimenti sulle attività, che il cantiere lo subiscono.

    Inoltre serve grande attenzione a tutelare al massimo l’accessibilità, in una zona segnata da tante risposte mancate.

    Non è solo Settignano. Ogni cantiere di riqualificazione che tocca spazi dati in concessione ripropone lo stesso copione (tempi decisi altrove, preavvisi ridotti, nessuna regola su canone e ricollocazione) e ogni volta a pagarne il prezzo sono le attività di prossimità, quelle che tengono vivi i quartieri e che hanno meno spalle per assorbire mesi di lavoro dimezzato. Lo spazio pubblico e il commercio di vicinato non possono essere l’ultima ruota del carro della riqualificazione.

    Per questo abbiamo depositato una mozione che impegna la Sindaca e la Giunta a non far pagare il canone per il periodo in cui gli spazi sono inutilizzabili, a garantire una ricollocazione temporanea effettiva, a programmare i cantieri tenendo conto della stagionalità e con un confronto preventivo con le attività e con i Quartieri, e a costruire un protocollo «cantieri e commercio di prossimità» con criteri uniformi, valido per tutta la Città.

    Intervenire sul territorio urbano è gusto, ma una città si misura anche da come tratta chi le sue piazze le vive ogni giorno.

  • Case popolari vuote, il Comune paga l’affitto delle porte blindate: oltre 2 milioni dal 2023

    Case popolari vuote, il Comune paga l’affitto delle porte blindate: oltre 2 milioni dal 2023

    “C’è una porta in affitto dal 2015. La spesa è coperta con i canoni pagati da chi nelle case popolari ci abita. Le proposte: un tetto di durata al noleggio e un ufficio per l’autorecupero”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Dopo la notizia uscite nelle settimane scorse dei soldi spesi per le porte blindate nelle case popolari abbiamo fatto accesso agli atti. Ringraziamo Casa Spa per la completezza con cui ha dato seguito alla richiesta, comprendendo che si è trattato di un lavoro impegnativo.

    Abbiamo ottenuto i 41 riepiloghi mensili di contabilità e i contratti d’appalto 2019 e 2023, in modo da ottenere un quadro di sistema chiaro.

    Le porte blindate non si comprano, si affittano. Il capitolato d’appalto chiama le voci principali con il loro nome: «affitto porta di sicurezza», «affitto schermi di sicurezza». Casa S.p.A. paga alla ditta un canone mensile (42,46 euro a porta e 26,13 euro a pannello dal sesto mese in poi) per ogni mese in cui l’alloggio resta vuoto. Non è una spesa una tantum per mettere in sicurezza: è un affitto a tempo indeterminato, il cui contatore si ferma solo quando l’alloggio viene ristrutturato e riassegnato.

    Da gennaio 2023 a maggio 2026 la spesa è di 2.062.838 euro oltre IVA, con una media di oltre 50 mila euro al mese, ogni mese, stabile negli anni. Il mese scorso la Giunta ha dichiarato che «gli alloggi attualmente sottoposti a blindatura sono circa 200»: i riepiloghi mensili dicono altro. Nel solo maggio 2026 le porte blindate fatturate sono 740, in nessuno dei 41 mesi documentati sono mai scese sotto le 687 e la media è di 755 al mese: un ordine di grandezza che coincide con la quasi totalità degli oltre 800 alloggi vuoti del Comune. E il dato più eloquente è la durata: 214 alloggi risultano blindati ininterrottamente per tutti i 41 mesi, con installazioni che risalgono agli anni tra il 2015 e il 2022 (da soli valgono oltre 550 mila euro di noleggio nel periodo) mentre la porta più vecchia ancora fatturata è stata installata nel marzo 2015: per quell’alloggio si paga un affitto da undici anni.

    Il contratto d’appalto indica come finanziamento i «canoni correnti» e la risposta di Casa S.p.A. conferma che il costo è coperto «in parte corrente con le entrate da canoni ERP», dentro la voce «manutenzione ordinaria» del Contratto Generale di Servizio. Quindi sono i canoni pagati dalle persone che nelle case popolari ci abitano a finanziare la custodia di quelle vuote. Una spesa che, annegata nella manutenzione ordinaria, non passa da nessuna delibera dedicata e sarebbe rimasta invisibile senza un accesso agli atti.

    Al costo medio di recupero dichiarato da Casa S.p.A. (25 mila euro ad alloggio) i due milioni spesi in affitti di porte equivalgono alla ristrutturazione completa di oltre 80 alloggi, che a quel punto smetterebbero anche di generare canone di noleggio. Ogni anno in più di attesa non è neutro: è un costo che si somma, per tenere chiuso ciò che dovrebbe essere abitato. Il noleggio infinito è il termometro di un sistema in cui i rientri superano i recuperi e la fila non si accorcia mai: lo diciamo da mesi con la serie storica degli sfitti (794, poi 620, poi 837) e queste carte lo confermano dal lato dei costi.

    Proponiamo che il Comune fissi un tetto di durata al noleggio per ogni alloggio, oltre il quale scatti la priorità automatica di ristrutturazione, a partire dai 214 alloggi blindati ininterrottamente da oltre tre anni. E proponiamo di aprire la strada dell’autorecupero, che la legge regionale consente dal 2019, purché si crei un sistema pubblico centralizzato che permetta universalmente la possibilità di accedere a questa strada: ogni alloggio affidato a chi è in graduatoria e può contribuire ai lavori, con scomputo dal canone, è una casa che si riapre e una porta che esce dal noleggio. Infine il Comune torni a pretendere dal Governo il rifinanziamento del programma nazionale di recupero degli alloggi ERP, la legge 80 del 2014, ferma dal 2018: Firenze lo ha già chiesto in sede ANCI insieme ad altre dieci città, non lasci cadere la propria firma.

  • Montedomini, gli airbnb di via Guelfa non sono un incidente: l’uso turistico era scritto nel contratto

    Montedomini, gli airbnb di via Guelfa non sono un incidente: l’uso turistico era scritto nel contratto

    “Il bando del maggio 2025 parlava di locazione «ad uso abitativo», ma lo schema di contratto allegato autorizzava «sin d’ora» la destinazione a strutture ricettive extra-alberghiere, anche tramite società terze”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Il caso sollevato oggi dal Corriere Fiorentino, a partire dalla denuncia della rete Salviamo Firenze (che ringraziamo), sui due appartamenti di proprietà dell’ASP Firenze Montedomini in via Guelfa 81 (finiti su Booking e Airbnb come «Guelfa Palace 81», con le prime recensioni degli ospiti già a inizio 2026) non ci risulta essere la storia di un conduttore che aggira le regole. Basta leggere gli atti, pubblicati sul sito dell’ente: l’avviso del 22 maggio 2025 mette a bando due unità «ad uso abitativo» e il bando vieta le «attività in contrasto con le finalità statutarie» dell’Azienda; ma lo schema di contratto allegato allo stesso bando, all’articolo 13, introduce una «espressa e specifica deroga»: «in considerazione della ubicazione degli immobili in zona di elevato interesse turistico, il locatore consente sin d’ora al conduttore – direttamente o mediante l’intermediazione di soggetti terzi – di destinare gli immobili oggetto di locazione [a] strutture ricettive extra-alberghiere con le caratteristiche della civile abitazione». Case vacanze, affittacamere, bed & breakfast: l’uso turistico non è un abuso scoperto dopo, è una possibilità messa nero su bianco dall’ente pubblico prima ancora di sapere chi avrebbe vinto.

    Non è nemmeno un episodio isolato: la stessa deroga compariva già nella bozza di contratto del bando per via Guelfa 77, nell’ottobre 2022. Compare invece il solo divieto di sublocazione, senza alcuna apertura turistica, nei contratti predisposti per gli alloggi dell’Isolotto. È dunque una scelta mirata: dove il mercato turistico rende di più, il patrimonio di un’azienda pubblica di servizi alla persona viene messo a disposizione della rendita ricettiva. E le date pesano: la deroga per via Guelfa 81 è stata pubblicata il 22 maggio 2025, quarantacinque giorni dopo l’approvazione della variante urbanistica sulle locazioni turistiche brevi e diciassette giorni dopo il Regolamento comunale in materia. Mentre Palazzo Vecchio annunciava il blocco dei nuovi airbnb, un ente pubblico il cui Consiglio di Amministrazione è nominato in maggioranza dalla Sindaca prevedeva per contratto la destinazione turistica di case pubbliche nel cuore del centro storico.

    Anche le condizioni economiche meritano attenzione: 239 metri quadri in centro a un canone a base d’asta di 2.000 euro mensili, per 16 anni rinnovabili, con compartecipazione dell’ASP alle ristrutturazioni fino a 130.000 euro recuperata a scomputo dei canoni: dieci mesi senza affitto e poi circa 65 mesi di canone azzerato. Per oltre sei anni l’ente non incasserà di fatto nulla, mentre gli appartamenti possono produrre reddito turistico immediatamente. Negli elenchi dei provvedimenti pubblicati dall’ASP non siamo riusciti a rintracciare l’atto di aggiudicazione del bando; risulta invece, nel febbraio 2026, l’affidamento di una consulenza legale sulla «gestione del contratto di locazione» di via Guelfa, con tanto di omissis nell’oggetto pubblicato. Su un patrimonio nato per la solidarietà e l’accoglienza, la trasparenza non è un optional.

    Il paradosso è tutto qui: quegli appartamenti sono contigui all’ex convento di Sant’Agnese, che dal 2023 il Comune promette ripetutamente di ricomprare dall’ASP per farne social housing, senza che di quell’acquisto risulti a oggi alcun atto; nel frattempo la stessa ASP predispone contratti che aprono agli affitti turistici al civico 81 e avvia un bando commerciale al 79/A. Il Presidente dichiara oggi al Corriere Fiorentino che «affitti brevi lì non se ne possono fare» e la Sindaca annuncia verifiche e stop: ma la destinazione turistica sta scritta nello schema di contratto predisposto dalla stessa ASP, pubblicato online da quattordici mesi.

    Lo Statuto dell’Azienda prevede peraltro che l’affidamento della gestione del patrimonio a soggetti esterni sia comunicato preventivamente al Comune, che può opporsi con atto motivato: l’irritazione di oggi è difficile da conciliare con atti pubblici adottati da un ente che il Comune governa attraverso le proprie nomine e i propri indirizzi. Per questo abbiamo depositato un’interrogazione urgente: chiediamo alla Sindaca e alla Giunta chi ha autorizzato quella clausola, se il Comune ne fosse informato, se la destinazione turistica sia compatibile con le regole che la città si è appena data e come si intenda riportare quegli alloggi a un uso coerente con le finalità sociali dell’ente.

  • Festival Cinema e Donne: il Comune ha perso un’occasione. Rilanciamo il Sigillo della Pace

    Festival Cinema e Donne: il Comune ha perso un’occasione. Rilanciamo il Sigillo della Pace

    “La risposta a un’interrogazione e il deposito di una mozione, perché Palazzo Vecchio vada oltre gli annunci”

    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Il Festival Internazionale di Cinema e Donne di Firenze, attivo dal 1979, è la manifestazione di cinema al femminile più longeva d’Italia e la prima al mondo pensata per dare spazio alla cinematografia delle donne. La 47ª edizione si terrà dal 21 al 25 ottobre 2026: una continuità che apprezziamo. Va però ricordato che dalla 44ª edizione (2023) la selezione e l’organizzazione non sono più in capo al Comune, ma al team della Casa del Cinema della Regione Toscana La Compagnia, sotto la direzione artistica di Camilla Toschi, nell’ambito del programma «50 Giorni di Cinema a Firenze» realizzato dalla Fondazione Sistema Toscana. Il festival vive, ma sotto la Regione: il Comune di Firenze ha smesso di avere un ruolo. Non ha senso ovviamente cambiare le cose, ma non dimentichiamo le difficoltà della precedente consiliatura e prendiamo atto dello slittamento istituzionale.

    Avevamo chiesto conto, con un’interrogazione, del Sigillo della Pace, il riconoscimento che il Comune promuove dal 1998 e che per oltre vent’anni è stato consegnato, nell’ambito del festival, a registe di rilievo internazionale (da Safi Faye ad Agnès Varda, da Margarethe von Trotta a Liliana Cavani) per il valore etico e artistico delle loro opere e per il contributo a una cultura di pace e dei diritti delle donne, con proiezioni gratuite dedicate alle classi degli istituti superiori della città. La risposta dell’Assessora di competenza, di questi giorni, è netta e dispiace: il Sigillo della Pace è «un’onorificenza non regolamentata», una medaglia che l’amministrazione usa «anche come proprio dono di rappresentanza». Nel 2024 non è stato conferito a nessuno; per l’anno in corso non è prevista alcuna consegna. Il conferimento a Sviatlana Tsikhanouskaya, del 4 marzo 2025, è avvenuto fuori dal festival e (parole della stessa Assessora) senza che sia stato prodotto alcun atto amministrativo.

    Il quadro che emerge è quello di un legame interrotto: un premio a lungo collegato alle registe e alla cultura di pace, capace di coinvolgere le scuole, si è trasformato in un dono di rappresentanza privo di criteri e di una cadenza definita. Non ci risulta alcun atto che abbia formalmente disdetto la Convenzione del 2008 con il Laboratorio Immagine Donna, l’associazione che dal 1979 ha promosso il festival e il premio: semplicemente, il rapporto istituzionale si è dissolto senza una decisione trasparente.

    Per questo depositiamo una mozione che impegna la Sindaca e la Giunta su tre punti. Garantire che almeno un Sigillo della Pace sia conferito ogni anno nell’ambito del Festival Internazionale di Cinema e Donne, mantenendone la destinazione storica alle registe e alla cultura di pace, dei diritti umani e del contrasto a ogni forma di discriminazione, con il coinvolgimento delle classi degli istituti secondari di secondo grado. Ricostruire un rapporto istituzionale con il Laboratorio Immagine Donna, riconoscendone il ruolo storico, in forme coerenti con l’attuale assetto gestionale affidato alla Fondazione Sistema Toscana. Presentare al Consiglio una proposta di regolamento del Sigillo della Pace, che ne definisca i criteri di conferimento, la procedura con il coinvolgimento delle Commissioni consiliari competenti, un albo pubblico e aggiornato delle persone premiate con le relative motivazioni, e la distinzione netta tra il premio legato al festival e l’uso della medaglia come dono di rappresentanza.

    Il Sigillo della Pace è il caso più evidente di un problema più ampio, già sollevato con la nostra mozione di giugno sui riconoscimenti civici del Comune: onorificenze consegnate senza regole, senza albi pubblici e senza il coinvolgimento del Consiglio. Un riconoscimento alla cultura di pace e al lavoro delle donne non può ridursi a un oggetto di rappresentanza da distribuire a discrezione, ma può vivere coinvolgendo il Consiglio comunale, i Quartieri e tutto il territorio.

  • Condizionatori e porte aperte: l’ordinanza del 2022 non ha prodotto nessuna sanzione

    Condizionatori e porte aperte: l’ordinanza del 2022 non ha prodotto nessuna sanzione

    “La Polizia Municipale, rispondendo a una nostra richiesta di accesso agli atti, certifica che durante la vigenza dell’ordinanza sull’obbligo di chiusura delle porte degli esercizi climatizzati non è stata rilevata alcuna infrazione”

    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Il 28 luglio 2022 l’allora Sindaco Nardella firmò, con grande risalto mediatico, l’ordinanza numero 158: prevedeva l’obbligo di tenere chiuse le porte degli esercizi commerciali, dei locali di somministrazione e degli edifici aperti al pubblico con l’aria condizionata in funzione, dal 1° agosto al 1° settembre, con sanzioni annunciate da 25 a 500 euro. «Firenze come Parigi», si disse. Abbiamo chiesto agli uffici, con una richiesta di accesso agli atti, copia delle sanzioni elevate in forza di quel provvedimento. Grazie agli uffici la risposta è arrivata nero su bianco: durante il periodo di vigenza non risulta rilevata alcuna infrazione. In una città con migliaia di esercizi, nel pieno di un agosto turistico, zero verbali in 32 giorni non raccontano una Firenze improvvisamente virtuosa: raccontano che non c’è una reale volontà politica di lavorare su questo. L’ordinanza è durata un mese, non è mai stata rinnovata, e il suo bilancio ufficiale è questo.

    L’obiettivo di regolamentare l’apertura delle porte dei locali climatizzati era già nel Piano di Azione Comunale 2021-2024; una mozione approvata dal Consiglio lo ha ribadito; il nuovo Piano di Azione Comunale per la qualità dell’aria 2025-2028, appena votato, lo riscrive per la terza volta. Ma la risposta della Giunta è: nessuna ordinanza, nessuna modifica dei regolamenti, solo generiche «linee guida» future, senza tempi né strumenti. Quattro anni di appelli al buonsenso hanno prodotto esattamente ciò che stiamo vivendo in questi giorni. Nel frattempo la rete elettrica cittadina va in crisi nei giorni di picco, con blackout che hanno colpito anche il centro storico: lo spreco energetico non è più un tema astratto, si misura in interruzioni di corrente che ricadono su chi non può permettersi generatori di riserva, su chi è fragile, su servizi essenziali.

    Che un’altra strada esista non è un’ipotesi: è documentato. Milano dal 1° gennaio 2022 ha inserito l’obbligo nel proprio Regolamento per la qualità dell’aria: una norma permanente, valida d’estate per il condizionamento e d’inverno per il riscaldamento, con deroghe tecniche chiare (bussole, lame d’aria a regola d’arte) e vigilanza affidata alla Polizia Locale. Non un’ordinanza di un mese: una regola della città. A Bergamo, dove una regola analoga è in vigore da anni, nel solo 2025 risultano elevate 21 sanzioni. E proprio i controlli bergamaschi rivelano un punto politico interessante: a tenere le porte aperte non è il piccolo negozio di vicinato, sono soprattutto le grandi catene commerciali, per direttiva aziendale, al punto che alcune accantonano a bilancio fondi appositi per pagare le multe. Non è un problema di educazione individuale: può essere anche una scelta organizzata, che considera lo spreco energetico un costo economico sostenibile, senza considerare quello ambientale, che si scarica sulla collettività. Persino Torino, a fine giugno, ha firmato un’ordinanza che impone la chiusura delle porte nei giorni di massima emergenza caldo, esplicitamente per alleggerire la rete elettrica e prevenire i blackout; in Francia l’obbligo è legge nazionale dal 2022, con sanzioni fino a 750 euro.

    Non chiediamo un’altra ordinanza-annuncio da 30 giorni, né multe a tappeto sugli esercizi di vicinato. Chiediamo alla Sindaca e alla Giunta una norma permanente nei regolamenti comunali, con deroghe tecniche definite, controlli programmati che partano dalle grandi superfici e dalle catene, e una rendicontazione annuale al Consiglio su verifiche e sanzioni, perché non accada mai più che un obbligo esista solo nei comunicati stampa.

  • Airbnb sceglie i numeri che le convengono. I dati ufficiali per noi dicono l’opposto

    Airbnb sceglie i numeri che le convengono. I dati ufficiali per noi dicono l’opposto

    “Ci aspettiamo un posizione chiara da parte del Comune di Firenze”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Airbnb ha convocato oggi la stampa per raccontare una Firenze fatta di piccoli proprietari che “integrano il reddito”. È la stessa operazione di sempre: contare le teste invece degli immobili, scegliere la mediana al posto della media, diluire il fenomeno nello stock totale della città per farlo sparire. Ma i numeri che Airbnb stessa dice di voler usare (i dati ufficiali dell’Agenzia delle Entrate e dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare) raccontano l’esatto contrario, uno per uno.

    Che il 75% degli host affitti una sola casa non dice nulla: non conta quanti proprietari abbiano un solo appartamento, conta chi controlla lo stock. Ed è una minoranza organizzata. Sui dati InsideAirbnb (elaborazione Progetto Firenze, gennaio 2025) l’8% degli host gestisce il 41% degli annunci, e per i soli interi appartamenti il 7% degli host controlla il 41% degli alloggi; nel Quartiere 1, il centro, gli host con quattro o più appartamenti sono l’8% ma gestiscono il 47% dell’intera offerta. La tendenza, poi, è inequivocabile: i mono-inserzionisti diminuiscono (156 in meno nel solo 2024) mentre i multi-host con otto o più inserzioni crescono del 79%. Il mercato fiorentino non si sta “amatorializzando”, si sta professionalizzando. E che per il 64% degli host non sia “l’attività principale” non è un’attenuante ma un’aggravante: significa che oltre diecimila interi appartamenti sono seconde rendite ricavate da case sottratte al mercato abitativo.

    Non regge nemmeno il “solo 5% dello stock residenziale”. Misurare gli affitti brevi sull’intero patrimonio abitativo (che comprende ovviamente le case in cui vive la residenza) serve soltanto a farli sembrare piccoli: la metrica corretta è la quota sul mercato dell’affitto, cioè sulle case realmente in gioco. E qui parlano i dati ufficiali OMI–Agenzia delle Entrate, proprio la fonte che Airbnb dice di voler usare: a Firenze le locazioni brevi sono quasi il 13% delle abitazioni potenzialmente locabili, la quota più alta d’Italia, con un indice OMI del 12,7% contro una media delle grandi città del 4,9%. Gli oltre 11.000 alloggi su Airbnb equivalgono quasi all’intero flusso annuale di nuovi contratti residenziali registrati in città. Non è il 5% di niente: è il primo mercato di affitto breve d’Italia in proporzione.

    Sul “guadagno mediano di 14.000 euro” non c’è nemmeno bisogno di contestare la statistica: la mediana è una misura corretta e descrive il singolo host tipico. Il punto è che quel numero non misura il fenomeno. Prendiamolo pure per buono: 14.000 euro su un solo appartamento fanno circa 1.150 euro al mese, più di quanto quella stessa casa renderebbe affittata a una famiglia fiorentina. Non è una mancia, è una rendita che batte l’affitto residenziale, ed è proprio quel margine a svuotare la città. Che poi la media OMI sia più alta (23.067 euro per alloggio, con una tariffa media di 233 euro a notte e, secondo l’IRPET, un fatturato medio per struttura di 38.148 euro e un’occupazione del 77%) non smentisce la mediana: la supera proprio perché a trainarla sono i grandi operatori, e racconta un’altra cosa ancora, il peso professionale del fenomeno. Mediano o medio, il reddito del singolo host resta la domanda sbagliata: quella giusta è chi controlla lo stock e quanto valore esce dalla città.

    Nemmeno i 17 milioni di imposta di soggiorno sono il dono che la piattaforma lascia intendere. Airbnb non riversa nulla di suo: raccoglie una tassa che pagano i turisti e che per legge è tenuta a versare, e quei 17 milioni misurano il volume del fenomeno, non un beneficio regalato alla città. Vanno anzi messi a fronte del valore che dal territorio esce: gli stessi dati OMI stimano in 261 milioni di euro il ricavo annuo delle sole locazioni brevi a Firenze, e con la sede fiscale della piattaforma in Irlanda gran parte di quel valore, prodotto dal territorio fiorentino, viene estratto altrove. Diciassette milioni di soggiorno contro 261 milioni estratti: il rapporto dice chi ci guadagna davvero.

    Quanto alle 26.000 case sfitte, è la deflezione classica: additare lo sfitto per distogliere lo sguardo dagli affitti brevi. Ma il dato censuario dello “sfitto” è notoriamente sovrastimato (comprende seconde case, immobili inagibili, successioni bloccate) e una parte di quelle case è fuori dal mercato residenziale proprio perché rende di più come affitto breve o tenuta in attesa. Il differenziale di rendita che l’IRPET misura è esattamente ciò che spinge le case fuori dal lungo termine. Se davvero ci sono 26.000 alloggi vuoti, è un argomento a favore di una politica pubblica su sfitto e riuso, non contro la regolazione degli affitti brevi.

    Resta l’alibi di ogni rendita: “le cause sono altre”. Airbnb sostiene che la pressione turistica dipenda dai flussi internazionali e dalla carenza di offerta ricettiva distribuita, e che regolare gli affitti brevi non risolverebbe. Ma che i flussi crescano è una ragione in più per governarli, non un pretesto per non farlo; e “serve più offerta distribuita sul territorio” significa, tradotto, più affitti brevi ovunque: la soluzione che Airbnb propone all’espulsione degli abitanti è più Airbnb, interesse di parte spacciato per interesse generale. Che gli strumenti per regolare esistano, e da tempo, non lo diciamo noi: lo ha scritto la giurisprudenza (Cesifin, 2020) e lo ha confermato il TAR Toscana, che il 14 maggio 2026 ha respinto 19 ricorsi ribadendo la legittimità della legge regionale 65/2014, disponibile dal 2014. Il problema non è l’assenza di leve, è il ritardo di chi non le ha usate.

    C’è infine il modo in cui Airbnb ha liquidato il professor Celata, dandogli del “polarizzato” invece di replicare ai suoi dati: un argomento ad personam. Celata lavora su InsideAirbnb, la stessa fonte che la piattaforma usa quando le conviene, ma prendiamo pure i dati ufficiali OMI e Agenzia delle Entrate, come chiede Airbnb: dicono che Firenze ha la quota di locazioni brevi più alta d’Italia, 261 milioni di ricavo estratto, 23.000 euro per alloggio. I dati ufficiali confermano Celata e smentiscono Airbnb. Su questo ci aspettiamo che sia il Comune a prendere posizione: Celata è un docente universitario che ha messo a disposizione della città un lavoro di ricerca pubblico, e che una piattaforma privata provi a delegittimarlo dal palco di una conferenza stampa non riguarda solo lui. Non è in gioco l’opinione di un consulente, è la libertà della ricerca di dire alla città ciò che a un’impresa non conviene sentirsi dire; su un tema che l’amministrazione stessa ha usato per orientare le proprie scelte, lasciare che sia il soggetto regolato a stabilire chi è “credibile” sarebbe una resa.

    E se il terreno è quello dei dati, allora giochiamolo fino in fondo. Bene i dati pubblici, ma tutti e con la mappatura completa: non una selezione esibita in conferenza stampa per un giorno, bensì l’intero patrimonio informativo sugli affitti brevi (annunci, host, notti, localizzazione degli immobili) reso accessibile e consultabile da chiunque, in forma aperta. Se Airbnb chiede di ragionare sui dati ufficiali, la sfida è alla sua portata: tutto accessibile, a partire dai propri. La trasparenza non può essere la cortina dietro cui si sceglie di volta in volta quale numero mostrare. Non a caso, sulle keybox la piattaforma si vanta di aver “appoggiato la battaglia” contro le cassette portachiavi: è la mossa di sempre, concedere il simbolo e il decoro per non concedere la sostanza (i tetti alle notti, la distinzione tra host e impresa, la riconversione dello stock all’affitto residenziale).

    La posta in gioco è la città in cui si può ancora vivere. A Firenze servono otto annualità di reddito per comprare 80 metri quadri e il 60% del reddito degli under 35 se ne va in affitto (IRPET, 2026). Il punto non è demonizzare chi affitta la stanza in più, ma impedire che una minoranza di operatori professionali continui a trasformare le case della città in rendita da estrarre. Airbnb difende i suoi numeri; noi difendiamo chi a Firenze ci vive.

    Il Comune non tiri un colpo al cerchio e uno alla botte: scelga da che parte vuole stare.

  • Violenza di genere, senza dati completi non c’è prevenzione: la Commissione fa propria all’unanimità la nostra mozione

    Violenza di genere, senza dati completi non c’è prevenzione: la Commissione fa propria all’unanimità la nostra mozione

    «Il Comune di Firenze verso l’adesione alla campagna “Vogliamo i dati sulla violenza di genere”: dati pubblici, completi e accessibili sono la prima condizione per riconoscere il fenomeno e prevenirlo»


    Dmitrij Palagi — Sinistra Progetto Comune

    Oggi la Commissione 7 di Palazzo Vecchio (Pari opportunità, Pace, Diritti umani) ha approvato all’unanimità, con 14 voti favorevoli, la mozione sui dati della violenza di genere che avevo presentato come Sinistra Progetto Comune. Con alcuni emendamenti che coinvolgono la Regione Toscana, la Commissione ha fatto proprio l’atto. È un risultato che ci fa piacere: una proposta nata dalla campagna #dativiolenzadigenere di #DatiBeneComune, insieme alla rete D.i.Re – Donne in rete contro la violenza – e a Period Think Tank, diventa un testo condiviso da tutte le forze presenti.

    La richiesta di fondo è semplice: dati pubblici, completi, aggiornati e accessibili sulla violenza maschile contro le donne e di genere. Non un tecnicismo per addetti ai lavori, ma la condizione per costruire politiche che funzionino davvero. Perché senza sapere cosa succede (quante donne chiedono aiuto, dove, con quali esiti, quali interventi riescono a interrompere la violenza) ogni misura di prevenzione rischia di procedere alla cieca.

    Quanto questo conti lo ha spiegato con chiarezza, pochi giorni prima del voto, l’audizione del Centro antiviolenza Artemisia davanti alle Commissioni 7 e 8 (9 luglio). Solo nel 2025 si sono rivolte ad Artemisia 1.296 persone, il 3% in più dell’anno precedente: tra loro 1.091 donne, di cui oltre mille con una violenza in atto, insieme a decine di minorenni e di adulti che portano ancora le conseguenze di abusi subiti da bambini. In un anno l’équipe ha gestito 95 situazioni di emergenza ad altissimo rischio per l’incolumità delle donne e dei loro figli. Sono le persone in carne e ossa che stanno dietro alle statistiche.

    Il quadro generale conferma la dimensione del fenomeno e, insieme, quanto resti sommerso. In Italia, secondo l’ISTAT, quasi una donna su tre tra i 16 e i 75 anni ha subito nella vita una violenza fisica o sessuale. Nel 2025 i femminicidi sono stati 97, 85 dei quali per mano di una persona dell’ambito familiare o affettivo; in Toscana, nel 2024, nove donne uccise e quattro nuovi “orfani speciali”, bambine e bambini rimasti senza madre. Eppure soltanto una donna su tre avvia un percorso giudiziario e appena il 10,5% denuncia la violenza del partner o dell’ex. Tra ciò che accade e ciò che emerge nei dati c’è una distanza enorme.

    C’è poi un problema più tecnico ma decisivo, che Artemisia ha messo bene a fuoco: anche i dati che raccogliamo restano frammentati. La sanità, le forze dell’ordine, la giustizia e i centri antiviolenza registrano ciascuno le proprie informazioni, in banche dati separate e che non comunicano tra loro. La conseguenza è che la stessa donna può essere contata più volte (al pronto soccorso, dalle forze di polizia, dal centro antiviolenza) senza che sia possibile collegare quei passaggi. Così oggi non sappiamo quante donne, dopo essere passate dal pronto soccorso, arrivino a denunciare o vengano prese in carico, né quali percorsi prevengano davvero nuove violenze o il femminicidio. Chi deve programmare i servizi lavora, di fatto, senza una mappa affidabile.

    Una parte degli strumenti per rimediare esiste già. La Legge 53 del 2022 ha previsto la raccolta dei dati sulla violenza di genere nei principali ambiti istituzionali, e la Direttiva europea 2024/1385 chiede agli Stati membri dati completi e comparabili entro il 2027. Ma la legge, per larga parte, è rimasta sulla carta: mancano l’integrazione tra le fonti e la piena accessibilità delle informazioni. La mozione chiede proprio questo (che ciò che è già previsto venga finalmente attuato) e sostiene la proposta, avanzata dalla campagna e dagli stessi centri antiviolenza, di un sistema nazionale integrato capace di ricostruire l’intero percorso di una donna, dal primo accesso ai servizi fino all’uscita dalla violenza, nel pieno rispetto della privacy.

    Il Comune di Firenze non è spettatore. Il testo approvato impegna l’amministrazione a confrontarsi con la Società della Salute e con l’Ufficio Statistica del Comune per contribuire a fornire dati sulla violenza di genere su base locale, e a farsi portavoce presso la Regione Toscana perché si arrivi a una condivisione dei dati sempre più tempestiva e dettagliata. Sono impegni concreti, che chiediamo non restino sulla carta: agire anche come Comune, e non limitarsi a chiedere ad altri, è il senso della nostra proposta.

    Per questo consideriamo un buon passo che la Commissione abbia condiviso la mozione senza voti contrari. Ora ci auguriamo che il testo arrivi presto al voto del Consiglio comunale e che si traduca in scelte concrete. I dati sulla violenza di genere non sono numeri astratti né una questione contabile: sono lo strumento per riconoscere il fenomeno, prevenirlo e non lasciare sole le donne e chiunque subisca violenza.

    Con l’occasione ringraziamo tutte le realtà e le persone che hanno lanciato l’appello “Vogliamo i dati sulla violenza di genere”, a cui il Comune di Firenze aderirà con il voto favorevole del Consiglio comunale.

  • Habana500 non è un caso isolato: la Regione prepara altri due bandi sull’Arno. Il Comune non può sparire

    Habana500 non è un caso isolato: la Regione prepara altri due bandi sull’Arno. Il Comune non può sparire

    “Ci hanno raccontato eventi gratuiti e chioschi leggeri restituiti alla città. Gli atti dicono altro. Prima di aprire altre due gare con lo stesso schema, su Lungarno Colombo e sulla spiaggia di San Niccolò, la Regione e il Comune dicano cos’è per loro l’interesse della collettività»


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune
    Francesca Lupo – Sinistra Progetto Comune Quartiere 1
    Lorenzo Palandri – Sinistra Progetto Comune Quartiere 2

    La concessione del Lungarno Pecori Giraldi (circa 10.500 metri quadrati di demanio fluviale pubblico affidati per nove anni a SBT S.r.l., società riconducibile al gruppo Human Company) non è un episodio isolato: è il primo pezzo di un piano regionale su tre aree. Lo conferma la stessa agenzia di informazione della Regione: entro luglio uscirà il bando per il Lungarno Colombo, a seguire quello per la spiaggia di San Niccolò. Un tratto importante delle sponde urbane dell’Arno, tra Quartiere 1 e Quartiere 2, viene così riassegnato per quasi un decennio, mentre il Comune di Firenze e i suoi Quartieri restano ai margini.

    Continuando a leggere gli atti ottenuti con l’accesso civico che ha accompagnato la nostra interrogazione (ancora senza risposta), emergono elementi che richiedono una risposta politica. La delibera con cui la Regione ha avviato il percorso indicava tra i criteri di selezione la «gratuita fruibilità» degli eventi e l’«esperienza tecnica e professionale dell’offerente». Nella griglia di valutazione del bando nessuno dei due criteri compare: si sono valutati organizzazione, occupazione e arredi, non l’accesso gratuito né l’idoneità di chi avrebbe gestito lo spazio. I due criteri politicamente più delicati ci risultano scomparsi tra la delibera e la gara. Eppure ancora a giugno la comunicazione istituzionale regionale prometteva «priorità a palinsesti di eventi (…) inclusivi, gratuiti e adatti a un pubblico eterogeneo».

    Sulla base dei primi documenti avevamo parlato di un punteggio massimo, 70 su 70. La griglia completa ora trasmessa dalla Regione dice una cosa diversa: 70 su 100. L’unica offerta ha ottenuto 60 punti su 70 nella parte tecnica e appena 10 su 30 in quella economica, avendo offerto il canone a base di gara (85.000 euro l’anno) senza alcun rialzo. Un’offerta giudicata debole dalla stessa commissione, che ha comunque aggiudicato: era l’unica in campo.

    Chi ha vinto, del resto, gestiva già l’area, per ammissione dello stesso Presidente della Regione: «sostanzialmente hanno vinto coloro che già esercitavano questa attività» (Toscana Notizie, 19 giugno). La società aggiudicataria aveva nel 2024 un fatturato di 14.500 euro, zero dipendenti e un capitale sociale di 10.000 euro, a fronte di un investimento dichiarato superiore al mezzo milione; il bando non chiedeva alcun requisito di capacità economica o gestionale, come la Regione ha confermato per iscritto. Alle sue spalle c’è il gruppo Human Company, che ha chiuso il 2024 con oltre 160 milioni di euro di ricavi e ha aperto una quota del proprio capitale al colosso immobiliare statunitense Hines e al fondo di private equity Clessidra, in un’operazione da 120 milioni di euro: il demanio fluviale finisce così nella disponibilità di un operatore partecipato dalla grande finanza immobiliare internazionale.

    C’è poi il nodo del ruolo del Comune, che non può ridursi a essere informato. L’area ricade nella fascia di 150 metri dalle sponde, soggetta a vincolo paesaggistico: le strutture previste (parco avventura, blocco servizi, caravan) richiedono un’autorizzazione paesaggistica e titoli edilizi di competenza comunale, che la concessione regionale non sostituisce. Chiederemo se esistono e con quali prescrizioni.

    Per nove anni un pezzo d’Arno diventa uno spazio commerciale a pagamento (bar, sala da ballo, parco avventura, minigolf, orari fino a mezzanotte) senza obblighi di gratuità e senza un ruolo di chi il fiume lo vive ogni giorno, a partire dalle abitanti e dagli abitanti dei rioni affacciati sulle sponde.

    La stessa Regione, negli atti, ricorda di poter esercitare i propri poteri di autotutela: chiediamo che lo faccia e che i prossimi bandi su Lungarno Colombo e sulla spiaggia di San Niccolò non ripetano lo stesso schema. Alla Sindaca e alla Giunta chiediamo di rivendicare, insieme ai Quartieri, un ruolo del Comune nelle scelte che riguardano le sponde del suo fiume.

  • Case Le Quinte: 161 famiglie a rischio, il Comune fermi la speculazione su case finanziate con soldi pubblici

    Case Le Quinte: 161 famiglie a rischio, il Comune fermi la speculazione su case finanziate con soldi pubblici

    “Assemblea ieri sera tra le case di via Niccolò da Tolentino, dopo l’incontro del mattino tra Comune e Comitato dei nuclei assegnatari”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune
    Giulia Marmo – Sinistra Progetto Comune Quartiere 4
    Thomas Maerten – Sinistra Progetto Comune Quartiere 5

    La società Le Quinte ha costruito 161 alloggi in tre aree della città, usufruendo di un contributo pubblico fino al 45% del costo di costruzione: 114 in via Niccolò da Tolentino (42 al civico 23 e 72 al civico 92), 24 in via di Scandicci e 23 in via Alberto Arnoldi. I finanziamenti arrivavano dal programma sperimentale statale “ventimila alloggi in affitto” (2001); l’accordo, sancito dalle convenzioni del 24 e 25 ottobre 2005 con il Comune e cofinanziato dalla Regione Toscana, era chiaro: vincolo permanente di canone concordato, a tutela delle cosiddette fasce grigie.

    Il fallimento di questa realtà è una storia nota da tempo: le aste sono andate ripetutamente deserte, perché il mercato privato non compra immobili gravati da un vincolo permanente. Poi le cose sono cambiate. Il blocco di via di Scandicci (24 alloggi) è stato il primo a essere venduto, aggiudicato già il 23 aprile 2026. Per gli altri immobili (i 137 alloggi di via Niccolò da Tolentino e via Arnoldi, messi in vendita in blocco a partire da un’offerta irrevocabile di 4.500.000 euro, circa 33.000 euro ad alloggio) la procedura si è chiusa a fine giugno: sarebbero arrivate più offerte, con oltre una ventina di rilanci.

    Perché il pubblico non ha esercitato il diritto di prelazione, acquisendo direttamente edifici su cui ha già speso risorse pubbliche in parte importante? A questa domanda il centrosinistra non ha mai voluto rispondere: lo dimostra la nostra mozione per l’acquisizione pubblica, bloccata in commissione “per approfondimenti” dal 14 novembre 2025, evidentemente per l’imbarazzo della maggioranza. E lo conferma l’accesso agli atti che abbiamo ottenuto: i nulla osta con cui il Comune ha sbloccato le vendite sono stati firmati il 14 agosto 2024 (Scandicci e Arnoldi, quasi due anni prima dell’asta) e il 28 luglio 2025 (Tolentino), senza mai passare dal Consiglio comunale. In quelle istruttorie, nero su bianco, del diritto di prelazione (previsto dalle convenzioni in favore delle persone conduttrici e, in subordine, del Comune) non c’è traccia: non è mai stato né valutato né istruito.

    Particolarmente inaccettabile è il silenzio che si respira dalle parti di Palazzo Vecchio: è già successo in risposta a un nostro question time e, per quanto ci risulta, è andata così anche ieri mattina, all’incontro tra Comune e Comitato dei nuclei assegnatari, Unione Inquilini e SUNIA.
    Ce lo hanno raccontato nell’assemblea pubblica di ieri sera. Non c’è chiarezza su chi si sia fatto avanti né su quale sia la strategia del Comune di fronte all’incognita che pesa su questa torrida estate: un ricorso al TAR Toscana della curatela fallimentare (R.G. 472/2023), che in sintesi punta a far cadere il canone vincolato perpetuo, ritenuto un limite al valore di vendita delle case all’asta. Chi acquista subentra automaticamente in quel ricorso. Ed è lì che si decide tutto: finché il TAR non si pronuncia il vincolo regge )il Comune lo ha difeso nel 2023, costituendosi in giudizio) ma oggi nessuno può garantire come andrà a finire.

    La politica non può lasciare decidere ai tribunali, né confidare che il mercato trovi da sé soluzioni eque, vista la sistematica espulsione di residenza dalla città e dai comuni limitrofi.

    Come è stato detto ieri sera, la Sindaca e la Giunta sono sedute su una vera e propria bomba sociale, che rischia di esplodere. E il tempo non gioca a favore: il Comune ha ancora in mano una leva, il nulla osta al subentro dell’aggiudicatario, da rilasciare entro 60 giorni dall’aggiudicazione. Sono giorni che stanno già scorrendo. A questo si aggiungono le prime scadenze contrattuali: da gennaio 2027 per Tolentino e con l’intero blocco di via Arnoldi al 30 aprile 2027.

    Ricordiamo che non un euro viene investito per nuovi alloggi di Edilizia Residenziale Pubblica, mentre tutte le strategie di indebitamento si rivolgono alle fasce grigie e all’Edilizia Residenziale Sociale: il caso Le Quinte rischia di dimostrare quanto tutto questo sia fragile senza un intervento diretto delle amministrazioni. È il paradosso di sempre: il pubblico ha finanziato fino al 45% della costruzione, il privato ha incassato per vent’anni i canoni e oggi quegli alloggi vengono rivenduti in blocco a circa 33.000 euro l’uno, contro un costo storico tra i 100.000 e i 150.000. A quelle cifre l’acquisizione pubblica non sarebbe un onere, ma un’opportunità: l’unico soggetto per cui quel vincolo non è un problema è il pubblico, che non cerca profitto sull’affitto ma garantisce il diritto alla casa.

    Nel pieno rispetto dell’autonomia del Comitato e dei sindacati, pretendiamo che il Comune non perda tempo: ad agosto le sedute del Consiglio comunale si fermano, e vogliamo chiarezza prima della fine di luglio. Non basta dire di stare dalla parte delle famiglie colpite da questa incertezza: occorre agire concretamente e subito.

  • Idy Diene: danneggiata la targa su Ponte Vespucci

    Idy Diene: danneggiata la targa su Ponte Vespucci

    «È inaccettabile che il Comune continui a ignorare il voto del Consiglio comunale e la richiesta di una parte importante della Città»


    Antonella Bundu – Sinistra Progetto Comune
    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    In questi giorni la targa che ricorda Idy Diene, assassinato su Ponte Vespucci il 5 marzo 2018, è stata di nuovo danneggiata: il suo volto è stato cancellato. Palazzo Vecchio intende davvero aspettare il 2028 per fare qualcosa in sua memoria?

    Il Consiglio comunale, più volte, ha chiesto con proprie mozioni di apporre una targa istituzionale, e oltre millecento firme lo hanno sollecitato dalla Città. Eppure la targa preparata dall’amministrazione resta in un cassetto, perché si invoca la norma che impone di attendere dieci anni dalla morte (il 2028, appunto) e nei tribunali non si è fatto in tempo a verificare la matrice razzista della mano che ha sparato. Nel frattempo l’unica targa presente sul ponte è quella collocata autonomamente dai movimenti antirazzisti, sistematicamente fatta sparire o danneggiata.

    Idy Diene era legato a Samb Modou, uno dei due senegalesi uccisi nella strage di piazza Dalmazia del 2011: il suo omicidio ha colpito ancora una volta la comunità senegalese e l’intera Città.

    Scriveremo a Prefettura e Sindaca una nuova richiesta, riporteremo il tema nel dibattito di Palazzo Vecchio e saremo al fianco dei movimenti antirazzisti se decideranno di ripristinare l’installazione che hanno già collocato più volte, vista l’inadempienza istituzionale.

    L’immobilismo della Sindaca e della Giunta alimenta frustrazione e senso di ingiustizia. Non bastano le cerimonie nell’anniversario dell’omicidio: avere cura della memoria è un’azione profondamente politica e dice da che parte della storia si vuole stare, anche nel contrasto dell’odio razziale e di ogni discriminazione.

  • Case popolari all’asta: il Consiglio comunale boccia la nostra richiesta di sospensione

    Case popolari all’asta: il Consiglio comunale boccia la nostra richiesta di sospensione

    “L’ordine del giorno non impegnava un euro: chiedeva di controllare prima di alienare, come i giudici hanno già imposto per via de’ Pepi”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Nella seduta del 13 luglio, in collegamento con la verifica degli equilibri di bilancio (DPC/2026/00040), la maggioranza di centrosinistra ha respinto il nostro ordine del giorno sulla vendita dei sei immobili fiorentini messi all’asta da Invimit SGR, con offerte entro il 23 settembre.

    L’atto chiedeva quattro cose, tutte nella disponibilità del Comune, quotista del fondo e conferente di quei beni: attivarsi presso Invimit e il Ministero dell’Economia per sospendere la vendita fino all’esito delle verifiche; accertare, immobile per immobile, con quali fondi furono acquistati, quale fosse la loro destinazione e se furono assegnati come case popolari, i tre criteri fissati dal Consiglio di Stato; rendicontare la destinazione dei proventi dell’operazione del 2017; valutare il rientro nel patrimonio comunale dei beni riconducibili all’edilizia residenziale pubblica. In sintesi: verificare prima di vendere.

    Non era una richiesta impossibile. Il regolamento di vendita di Invimit prevede espressamente che la SGR possa sospendere o interrompere le procedure in ogni momento, qualunque sia il loro grado di avanzamento, senza indennizzi per nessuno. Nessun ostacolo tecnico, dunque: solo una scelta politica.

    I sei immobili, tra via dei Servi, via del Romito e via dell’Accademia del Cimento, per oltre 3,8 milioni di euro richiesti, provengono tutti dal pacchetto di 61 beni ceduti al fondo con la deliberazione n. 73 del 27 dicembre 2017: la stessa operazione di via de’ Pepi, dichiarata illegittima dal TAR Toscana (sentenza n. 189/2018) e dal Consiglio di Stato (sentenza n. 3377/2023), perché un alloggio comprato con fondi pubblici e assegnato come casa popolare resta edilizia residenziale pubblica, inalienabile fuori dalle procedure di legge.

    Conta la sostanza, non l’etichetta. Quel principio non è mai stato applicato al resto del pacchetto, benché fin dal dicembre 2017 si fosse segnalato che diversi di quegli alloggi, proprio in zona Romito, erano stati assegnati come case popolari e poi declassati.

    Non ci risulta che qualcuno abbia verificato se quegli appartamenti erano case popolari. Lo chiediamo da anni, senza ricevere mai risposte.

    Ieri il silenzio è diventato un voto, in una delle ultime sedi utili prima della scadenza del 23 settembre.

    Se dopo quella data si accerterà di aver alienato alloggi di edilizia residenziale pubblica, non sarà un imprevisto: sarà una scelta compiuta con tutte le informazioni sul tavolo.

    Resta aperto anche il capitolo dei proventi: il vincolo assunto nel 2017 di destinarli a edilizia sociale ed ERP non risulta a oggi rendicontato.

    Via de’ Pepi ha insegnato che le case popolari non si difendono da sole. Continueremo a chiedere alla Sindaca e alla Giunta la sospensione della vendita e le verifiche, in ogni sede utile, fino al 23 settembre. La questione resta aperta: non la lasceremo cadere.

  • Banca Ifis cede il comparto NPL: tuteliamo il polo fiorentino e circa 300 posti di lavoro

    Banca Ifis cede il comparto NPL: tuteliamo il polo fiorentino e circa 300 posti di lavoro

    “Depositate un’interrogazione e una mozione: il Comune si attivi con Regione Toscana e Città Metropolitana per un tavolo di salvaguardia occupazionale”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Il 26 giugno 2026 Banca Ifis, istituto quotato in Borsa, ha annunciato l’avvio di un processo competitivo per vendere e deconsolidare il comparto dei crediti deteriorati, gli NPL. Nella stessa seduta il titolo ha perso quasi il 37 per cento. Ma dietro l’operazione finanziaria ci sono delle persone: secondo le organizzazioni sindacali oltre 400 lavoratrici e lavoratori in Italia, di cui circa 300 nel polo fiorentino, principale sede del gruppo per questa attività. Per anni quel comparto ha prodotto utili e valore. Oggi che quel mercato viene ritenuto meno strategico, non è accettabile che l’incertezza ricada su chi quel valore lo ha costruito.

    Rischia di ripetersi uno schema noto: si privatizzano i profitti finché convengono e si scarica sul lavoro il costo della riorganizzazione.

    FIRST-CISL, FISAC-CGIL e UILCA-UIL hanno appreso dell’operazione senza un confronto preventivo e chiedono di conoscerne il perimetro, il progetto industriale e le garanzie occupazionali, contrattuali e professionali. La forma giuridica non è un dettaglio tecnico: cambia le tutele. Se si cede il ramo d’azienda si applicano l’articolo 2112 del codice civile, che garantisce continuità del rapporto e anzianità, e l’esame congiunto con i sindacati previsto dall’articolo 47 della legge 428 del 1990. Se invece si cede l’intero pacchetto di partecipazioni della società che detiene il portafoglio, quelle tutele non scattano in automatico. E se il comparto esce dal perimetro bancario e dal contratto del credito, il personale rischia un declassamento contrattuale e la perdita del Fondo di Solidarietà di settore, la rete che protegge in caso di esuberi: un rischio che si concentrerebbe nei cinque-sette anni successivi, tanto più se (come indica la stampa specializzata) a rilevare il comparto fosse un fondo a vocazione speculativa.

    A pagare sarebbero soprattutto persone sotto i 40 anni, che su quel lavoro hanno costruito un mutuo e una famiglia, e le lavoratrici e i lavoratori delle imprese fornitrici (portierato, pulizie, assistenza legale), i primi a essere lasciati fuori dal racconto.

    Il Comune di Firenze non ha competenza diretta sulle scelte di un privato, ma ha il dovere di rappresentare gli interessi della propria comunità (articolo 3 del Testo Unico degli Enti Locali) e può attivarsi presso la Regione Toscana, titolare delle politiche del lavoro e delle crisi aziendali, e presso la Città Metropolitana.

    Ad oggi non ci risulta che la Sindaca e la Giunta abbiano speso una parola su una vicenda che riguarda centinaia di famiglie fiorentine. Per questo depositiamo un’interrogazione e una mozione: chiediamo di sapere cosa intenda fare l’Amministrazione, di sollecitare un tavolo di salvaguardia con Regione e Città Metropolitana e di sostenere la richiesta sindacale di un confronto trasparente e preventivo, perché (qualunque sia la forma dell’operazione) la cessione non si traduca in declassamenti contrattuali, perdita degli ammortizzatori, tagli occupazionali o delocalizzazioni.

    Su un patrimonio di professionalità e sulle persone che lo rendono possibile il Comune non può fare lo spettatore. Vogliamo risposte e confidiamo che la Commissione 9 possa approfondire prima della pausa estiva dei lavori di agosto.

  • Dal Consiglio comunale del 13 luglio 2026

    Dal Consiglio comunale del 13 luglio 2026

    Di bilancio, stadio, Fiorentina, sicurezza sociale, case popolari e fuochi d’artificio.

  • Sottopasso delle Cure: cancellate già finanziate. Dire «è solo una possibilità» non basta

    Sottopasso delle Cure: cancellate già finanziate. Dire «è solo una possibilità» non basta

    “In politica prima si decide e poi si agisce: mettere i soldi in bilancio è già una decisione”


    Dmitrij Palagi — Sinistra Progetto Comune
    Lorenzo Palandri — Sinistra Progetto Comune Quartiere 2

    Chiediamo una cosa semplice: rinunciare alle «opere da fabbro per interdizioni con cancellate presso il sottopasso di piazza delle Cure» (e gli ex lavatoi di via Senese e la Piazzetta Cavallari) e destinare quelle energie a soluzioni sociali. La maggioranza ha risposto che si tratta «solo di una possibilità», che «non è detto che si farà».

    Ma è proprio qui il cortocircuito. In politica prima si decide e poi si agisce, e il bilancio è il luogo in cui si decide. In quella delibera ci sono 105.000 euro iscritti, con avanzo pubblico, alla voce delle cancellate. Non è un’ipotesi campata per aria: è una linea di spesa approvata, che basta una determina dirigenziale per attuare. Se davvero «non lo farete», allora perché lo finanziate? E se lo finanziate, non chiamatela «possibilità»: è una scelta già messa nero su bianco, pronta all’uso. Le cose che si vogliono davvero evitare non si mettono in bilancio.

    Lo diciamo con la coerenza di due anni di lavoro sul sottopasso delle Cure. Dall’estate del 2024 ripetiamo che quel luogo non si governa con sgomberi, «decoro» e telecamere, ma con un presidio sociale permanente e un coordinamento tra Comune, AUSL e SerD, Prefettura, Questura e terzo settore. Lo abbiamo scritto in interrogazioni e comunicati, fino all’interrogazione n. 568 dell’aprile scorso, «due anni senza cambiamenti». E lo abbiamo sempre detto chiaramente: non chiediamo la chiusura del sottopasso (non la chiede neppure almeno una parte delle persone che hanno presentato gli esposti. Oggi, invece, la logica del cancello entra direttamente nel bilancio della Città.

    C’è una contraddizione ancora più netta, ed è tutta interna alla maggioranza. Il 6 settembre 2024, con la deliberazione DG/2024/00376, la Giunta approvò all’unanimità un progetto di inclusione sociale proprio nel sottopasso delle Cure (lo spazio di book sharing pensato per accompagnare verso l’autonomia una persona senza dimora). Da una parte si dichiara interesse per l’inclusione; dall’altra, meno di due anni dopo, si stanziano soldi per interdire con cancellate lo stesso spazio. Delle due l’una: o si costruisce presenza sociale, o si mette una grata. Non si può fare finta di fare l’una mentre si finanzia l’altra.

    Una dichiarazione in aula non cancella quei 105.000 euro: restano in bilancio. Per questo continueremo a chiedere che si scelga, e che si scelga bene. La sicurezza vera è quella sociale, non il cancello. Le Cure non hanno bisogno di essere chiuse: hanno bisogno di essere abitate, con un presidio che tenga insieme diritti, servizi di prossimità e dignità delle persone. La città è di chi la vive (anche di chi la vive ai margini).

  • Verifica degli equilibri di bilancio che indebolisce il pubblico 

    Verifica degli equilibri di bilancio che indebolisce il pubblico 

    “Presentati quattro ordini del giorno: mancano la cultura della programmazione e la centralità della politica” 

    Dmitrij Palagi — Sinistra Progetto Comune 

    Il bilancio non è solo ragioneria: è il piano con cui una città decide il proprio futuro. La delibera di verifica degli equilibri non si limita a far quadrare i conti, ma modifica i documenti di programmazione dell’Ente, a partire dal Documento Unico di Programmazione.  La variazione che ci viene proposta oggi, però, lo fa nel modo sbagliato: usa la programmazione come un contenitore tecnico per cedere il pubblico al privato e per tenere fuori dallo sguardo ciò che è scomodo. Per questo votiamo contro e abbiamo depositato quattro ordini del giorno, per riportare queste scelte dentro la programmazione pubblica e la decisione democratica del Consiglio. 

    Il primo nodo è lo stadio Franchi. Dentro un allegato alla delibera si programma di affidare a un privato la gestione dell’impianto per sessant’anni (55 milioni di capitale privato a fronte di 1,5 miliardi di ricavi stimati) su un’opera pagata con quasi 140 milioni di denaro pubblico. Chiediamo che una scelta di questa portata torni in Consiglio con un atto dedicato e voto separato, prima di darle seguito nascondendola tra le pieghe del bilancio. Lo sport è un diritto pubblico, non una vetrina da concedere in affitto per sei decenni. 

    Sullo stesso registro si muove la vendita degli immobili INVIMIT. Un fondo pubblico mette all’asta sei immobili già comunali (con offerte entro il 23 settembre) dallo stesso pacchetto di via de’ Pepi che i giudici hanno dichiarato illegittimo. Chiediamo alla Giunta di attivarsi per la sospensione della vendita e di verificare se quegli alloggi possano tornare a essere edilizia residenziale pubblica, finché siamo in tempo. Prima vengono le persone che una casa la cercano, non le logiche della rendita. 

    C’è poi la videosorveglianza. Si programmano altri 250.000 euro di telecamere senza alcuna valutazione di efficacia degli impianti esistenti né analisi di impatto. Chiediamo di valutare prima ciò che già c’è, e solo dopo decidere se e come ampliare. La sicurezza vera è quella sociale (servizi, presìdi, relazioni) non il muro e la telecamera, che spostano più in là il problema senza risolverlo. 

    Infine l’ex Play Bar, sotto Piazzale Michelangelo. La delibera stanzia 180.000 euro pubblici per demolirlo: una spesa che nel 2023 doveva sostenere un privato. Chiediamo di spiegare il ribaltamento, di verificare la rivalsa sul concessionario e di riaprire la scalinata chiusa da anni. Il pubblico non paghi al posto del privato ciò che al privato spettava. 

    Quattro atti diversi, una sola logica: le scelte che contano non si nascondono in un allegato tecnico, si portano in Consiglio e si votano alla luce del sole. 

    Chiediamo alla Sindaca e alla Giunta di scegliere la programmazione pubblica e democratica, non la svendita silenziosa della città.

  • Stadio Franchi: non è una questione da sfera di cristallo. La Sindaca sbaglia

    Stadio Franchi: non è una questione da sfera di cristallo. La Sindaca sbaglia

    “Una concessione da sessant’anni con un solo interlocutore realistico non è una scelta competitiva, è un affidamento già scritto”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune
    Lorenzo Palandri – Sinistra Progetto Comune Quartiere 2

    Prendiamo la Sindaca in parola. Alla domanda su chi possa davvero farsi avanti per la gestione dello Stadio Franchi, ha risposto che «se parteciperà una sola società si vedrà», perché lei “non ha la sfera di cristallo”. È un’ammissione, non una rassicurazione: significa che l’ipotesi di una procedura con un unico partecipante è concreta, e che l’Amministrazione la mette nel conto.

    Diciamo subito ciò che è corretto: “nessuno può essere escluso per legge”. Anzi, è proprio il rispetto dei principi europei di concorrenza (la stessa sentenza «Urban Vision» che la Giunta ha citato per abbandonare la strada dell’art. 4 comma 12 «su misura» della Fiorentina) a imporre che la procedura resti formalmente aperta a tutti. Su questo non discutiamo.

    Il punto è un altro, ed è di sostanza. La disciplina della “legge stadi” (art. 4 del d.lgs. 38/2021) è costruita attorno alla società sportiva che utilizza l’impianto, e l’economia di una concessione sessantennale di uno stadio da calcio (il valore stimato dagli stessi atti è di un miliardo e mezzo, fatto di biglietti, hospitality, sky box) dipende interamente dalle partite del club residente. Uno stadio da calcio senza il club che ci gioca non ha un mercato: nessun investitore terzo mette 55 milioni per gestirlo sessant’anni senza la Fiorentina come inquilino-cardine. Non a caso l’unica manifestazione di interesse pervenuta finora è quella della Fiorentina: anzi forse non è nemmeno questo, ma giusto una comunicazione che non avvia nessuna trattativa formale.

    Ecco perché «se parteciperà una sola società si vedrà» è la fotografia del problema: un’apertura solo formale, una competizione che di fatto ha un solo possibile concorrente. Il rischio di concorrenza che la Giunta dice di voler evitare cambiando la base giuridica non sparisce: si sposta soltanto, perché anche i commi 1-11 dell’art. 4 ruotano intorno alla società utilizzatrice. Cambiare comma non trasforma un affidamento in una gara vera.

    E tutto questo (la scelta di cedere per sessant’anni la gestione di un bene pubblico ricostruito con quasi 140 milioni di soldi pubblici) non viaggia in un atto dedicato, ma dentro l’integrazione del DUP infilata nella delibera di salvaguardia degli equilibri di bilancio.

    Per questo chiediamo, con un ordine del giorno collegato al bilancio, che la scelta sulla concessione torni in Consiglio con un atto dedicato e un voto separato, e poniamo alla Giunta una domanda semplice: quali soggetti, diversi dalla società che già usa lo stadio, avrebbero realisticamente interesse a gestire il Franchi per sessant’anni? E se la risposta onesta è “nessuno”, in che senso stiamo parlando di una procedura competitiva e non di un esito già deciso?

    Lo sport è un diritto pubblico, non una vetrina da consegnare al mercato. La città è di chi la vive: ha diritto di sapere, prima e alla luce del sole, a chi e a quali condizioni si affida per sessant’anni il suo stadio.

  • Fuochi d’artificio: avviati i controlli, risposte da avere presto

    Fuochi d’artificio: avviati i controlli, risposte da avere presto

    “Il problema è noto e non c’è tempo da perdere: da settimane e settimane la cittadinanza vive questa situazione.”


    Dmitrij Palagi — Sinistra Progetto Comune
    Francesca Lupo — Sinistra Progetto Comune Quartiere 1
    Lorenzo Palandri — Sinistra Progetto Comune Quartiere 2

    Dopo la nostra prima nota sono arrivate altre segnalazioni sui fuochi d’artificio che si ripetono in Città, verosimilmente accesi da spazi privati per intrattenere la clientela di alcuni esercizi. Non è più solo San Niccolò e il Quartiere 1: diversi episodi si ripeterebbero anche nel Quartiere 2, lungo la valle del Mugnone. Per questo abbiamo anticipato a oggi, con una domanda di attualità, il question time che avevamo annunciato per il 20 luglio. Il tema era già sulla stampa locale — la Nazione di oggi titola “Controllare i botti” — e non c’era ragione di aspettare oltre.

    In aula ci è stato risposto che non risultano esposti in merito, né alla Direzione Ambiente né alla Polizia Municipale, e che nei controlli finora svolti non erano mai emerse problematiche di questo tipo; che sono state comunque attivate le verifiche opportune e che il problema è stato segnalato alla Polizia Locale.

    Ma davvero serve un esposto per accorgersi di ciò che un intero rione racconta da settimane, con orari, fotografie e video? E davvero tutto deve passare dalle vie legali, dalla forma esatta della segnalazione, prima che qualcuno se ne occupi? E la politica, allora, a cosa serve? È la domanda che poniamo dall’inizio di questa vicenda: l’onere di accertare non può ricadere su chi abita e non riesce a dormire, mentre gli strumenti (dal Regolamento sulle attività rumorose approvato lo scorso ottobre alle licenze di pubblica sicurezza) restano nel cassetto.

    È sempre lo stesso doppio peso. Quando c’è da controllare chi offre cultura accessibile o socialità dal basso, i controlli scattano serrati; quando a disturbare un intero rione sono alcune imprese che accendono fuochi per far consumare la clientela, si aspetta l’esposto.

    Detto questo, registriamo un primo passo: le verifiche sono state attivate. E prendiamo atto di un dato che ci teniamo a sottolineare, perché conferma quanto sospettavamo: non risultano comunicate autorizzazioni per l’accensione dei fuochi d’artificio. Se è così, quegli spari avvengono in assenza di qualsiasi licenza.

    Chiederemo a fine mese l’esito dei controlli. Il problema è noto e non c’è tempo da perdere: continueremo a seguirlo, insieme a chi ogni notte lo subisce, fino a quando la tutela della salute, del riposo e del benessere degli animali non varrà anche contro l’intrattenimento commerciale.

    Tutto questo offre l’occasione per riflettere sulla socialità e come si vive la Città, senza far decidere tutto alle logiche del profitto.

  • Accademia del Cimento, un rientro pieno di disagi. Le famiglie vanno messe nelle condizioni di tornare

    Accademia del Cimento, un rientro pieno di disagi. Le famiglie vanno messe nelle condizioni di tornare

    “Sul nostro question time la Giunta conferma i problemi ma non garantisce la mitigazione dei danni, anche se apre al confronto con i nuclei”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune
    Thomas Maerten – Sinistra Progetto Comune Quartiere 5

    Oggi in Consiglio comunale abbiamo discusso il nostro question time sul complesso di edilizia residenziale pubblica di via dell’Accademia del Cimento 14, nel Quartiere 5, di proprietà del Comune di Firenze e gestito da Casa S.p.A. Dal 2023 l’edificio è interessato da lavori di miglioramento sismico ed efficientamento energetico per circa 14,5 milioni di euro, finanziati con il Piano Nazionale Complementare al PNRR, che hanno comportato il trasferimento forzato di 58 nuclei familiari. È l’ennesimo atto che presentiamo su questa vicenda, e non a caso: lo abbiamo depositato dopo che i nuclei interessati dal rientro hanno dovuto trasmettere al Consiglio comunale un’istanza urgente per essere ascoltati. Già questo dice molto sullo stato dell’interlocuzione.

    La Giunta ha confermato che l’operazione di rientro, per i nuclei che vogliono tornare, è prevista per l’autunno 2026, ricordando che il complesso conta 128 alloggi, 64 per lotto, e dichiarandosi disponibile a un incontro quando verrà formalmente richiesto. Sui problemi sollevati dalle famiglie ha riconosciuto di conoscere bene le criticità: alcuni pilastri sono stati ingranditi e le travi dei solai ripassate, e per i mobili su misura potrebbero esserci difficoltà di posizionamento. Le schermature solari, ha spiegato, sono state rimosse perché, dopo i lavori di consolidamento, non sarebbe più possibile riposizionarle; i parapetti sono stati sostituiti e gli accessi rinforzati. Sull’accesso alle soffitte, avverrà in fase di consegna degli alloggi, con la possibilità di verificare eventuali furti, ricordando che la custodia era in carico all’impresa e che chi non rientra riceverà indicazioni per riprendere i propri beni. Quanto ai danni del cantiere, la Giunta ha dichiarato che non risultano ad apparecchiature legittimamente installate e che, ove rimosse, saranno reinstallate a cura dell’impresa, fermo restando che l’accesso alle soffitte non può prescindere dalle norme di sicurezza.

    È una risposta che, dietro un elenco di rassicurazioni tecniche, conferma esattamente ciò che denunciamo da mesi: i nuclei torneranno in alloggi che presentano disagi, contrariamente alle promesse fatte in questi anni. Dire che le schermature solari «non si possono riposizionare» non è farsi carico del problema: significa lasciare terrazze inutilizzabili e impianti (comprese le caldaie) esposti al sole diretto e alle intemperie, come le stesse persone hanno segnalato nell’istanza. Riconoscere che i mobili su misura «potrebbero non entrare» non basta, se poi l’onere di rifarli resta sulle spalle di chi ha dovuto lasciare casa non per scelta, ma per ordine del Comune.

    Il punto politico è semplice: la messa in sicurezza di un edificio pubblico non può tradursi, per chi lo abita, in un danno funzionale e in un ulteriore costo a carico di famiglie che in larga parte dichiarano di non poterlo sostenere. Chi è stato mandato fuori casa ha diritto a essere messo nelle condizioni di tornare. Per questo continuiamo a chiedere ciò che i nuclei hanno posto al centro della loro istanza: una figura di riferimento unica, autorevole e dotata di potere decisionale, capace di interloquire in modo trasparente ed esaustivo; la presa in carico da parte dell’Amministrazione della mitigazione dei danni prodotti dal cantiere, a partire dal ripristino delle schermature e dalla protezione degli impianti; il riconoscimento di un contributo per il trasloco di rientro, che oggi (a differenza della prima fase di mobilità) non è previsto; un accesso reale e immediato alle soffitte per verificare i propri beni, a fronte delle effrazioni già confermate dalla stessa Giunta.

    Prendiamo atto della disponibilità a un incontro diretto. È forse il minimo se si vuole conciliare questa vicenda con la «settimana delle Case popolari» annunciata il 6 luglio 2026 dalla Sindaca e dall’Assessore Paulesu come sette giorni di ascolto degli inquilini dell’edilizia residenziale pubblica. E la questione va oltre un singolo complesso: riguarda il modo in cui la Città conduce i cantieri finanziati con risorse PNRR e PNC sul proprio patrimonio pubblico, e dunque interessa l’intera Firenze e ogni intervento analogo che verrà.

    Da parte nostra restiamo disponibili ad aiutare la Città per trovare soluzioni, come sempre. Chiediamo alla Sindaca e alla Giunta di fare altrettanto senza attendere l’ennesima richiesta formale, e di incontrare una delegazione dei nuclei interessati dal rientro. L’edilizia residenziale pubblica non è un servizio di serie B: è la risposta a un diritto. Continueremo a seguire questa vicenda con la stessa tenacia di sempre.

  • Visita alla Casa Circondariale Gozzini, per continuare l’impegno tra carcere e città

    Visita alla Casa Circondariale Gozzini, per continuare l’impegno tra carcere e città

    “Un’esperienza importante, molto distante da Sollicciano, nonostante sia praticamente di fronte”

    Gruppo Foucault

    Sabato 11 luglio 2026 una delegazione del Gruppo Foucault (composta da Emanuele Baciocchi, Antonella Bundu, Roberta Destrero, Grazia Galli, Massimo Lensi, Sara Nocentini, Dmitrij Palagi) ha effettuato una visita presso la Casa Circondariale Mario Gozzini, insieme a Fatima Ben Hijji e Stefano Cecconi dell’Associazione Pantagruel.

    Ringraziamo chi ci ha permesso di svolgere questo sopralluogo, durante il quale siamo stati guidati dal responsabile dell’area educativa e dal Comandante della Polizia Penitenziaria, potendo accedere a tutte le aree dell’istituto penitenziario.

    Al momento del nostro ingresso le persone presenti erano 108, a fronte di una capienza ordinaria intorno ai 74 posti (un affollamento del 146%). Di queste, 33 sono in regime di semilibertà e altre 16 escono quotidianamente con l’autorizzazione al lavoro esterno prevista dall’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario: quasi la metà dell’istituto, dunque, ha già un piede fuori dalle mura, anche se proprio nelle sezioni che ospitano queste persone il sovraffollamento risulta particolarmente forte.

    Una sezione è temporaneamente chiusa per i lavori necessari a installare le docce nelle stanze. C’è un refettorio per ogni sezione, il presidio medico è attivo ventiquattro ore su ventiquattro. Una volta al mese un magistrato di sorveglianza incontra le persone detenute che ne fanno richiesta, per agevolare autorizzazioni e istanze. In aula magna si tengono incontri periodici con la Direzione e la Polizia Penitenziaria.

    Nell’ultimo anno al Gozzini si è verificato un solo episodio di autolesionismo e nessun tentativo di suicidio. Sono numeri molto distanti da quelli di Sollicciano (nello stesso 2025: cinque suicidi, centotrentatré tentativi, milletrecentotré atti di autolesionismo). Non è la prova che al Gozzini ci siano persone “diverse” o “migliori”, ma che a fare la differenza sono le condizioni, l’apertura verso l’esterno, la possibilità concreta di lavorare, di studiare, di mantenere relazioni e responsabilità. Dove il carcere smette di essere solo separazione e prova a costruire un percorso, la sofferenza che a Sollicciano esplode in gesti estremi qui trova un argine. È esattamente ciò che dice l’articolo 27 della Costituzione quando afferma che la pena deve tendere alla rieducazione: al Gozzini quel principio, almeno in parte, prende corpo. Anche se deve essere ritenuto un punto di partenza, non di arrivo: i meccanismi di disciplinamento sono chiaramente forti anche in questo istituto e, soprattutto, si tratta di una bolla isolata da tutto il resto del sistema, come esemplificano gli importanti protocolli per impedire alle cimici o ad altri insetti di entrare insieme alla popolazione trasferita da altri istituti.

    La presenza degli agenti nelle sezioni è più discreta che in altre carceri, le persone possono muoversi con relativa libertà per raggiungere le attività e sono coinvolte nella manutenzione e nella pulizia degli spazi. Sono previsti colloqui con i familiari in spazi all’aperto e in stanze di socializzazione. Il Gozzini aderisce al progetto “Bambini senza sbarre”, che facilita la genitorialità e permette momenti di socialità anche di gruppo con i figli e le figlie.

    Gli agenti effettivi sono 36, pochi e con un’età media alta. Nel corso di un anno la popolazione dell’istituto cambia per il sessanta-settanta per cento, ci è stato riferito: un ricambio continuo che impegna in modo importante l’area educativa e la costruzione di progetti per accompagnare le persone fuori dal carcere.

    L’errore più grande sarebbe pensare che a pochi metri di distanza si fronteggino un carcere buono e uno cattivo: da una parte una discarica sociale, dove lo Stato scarica tutte le sue contraddizioni, dall’altra un’esperienza isolata che prova a difendersi dal resto, quasi fosse una premialità per chi ha meno difficoltà e maggiore integrazione con il territorio.

    A rendere ancora più fragile questo equilibrio c’è una prospettiva concreta. Al momento è solo un’ipotesi, ma poggia su basi solide: al Gozzini potrebbero arrivare quindici persone detenute trasferite da Sollicciano per effetto del sequestro delle sezioni. Basta leggere i numeri della capienza per capire cosa significherebbe. Quindici persone in più porterebbero le presenze da 108 a 123, intorno al 166% della capienza ordinaria — e con una sezione già chiusa per lavori i posti realmente disponibili sono ancora meno, quindi l’affollamento reale sarebbe superiore. Un carico che manderebbe in tilt anche il Gozzini, cancellando proprio quelle condizioni di apertura e sostenibilità che oggi lo distinguono. È la dimostrazione più evidente che nessuna “isola” è al riparo dalle scelte di sistema: il sovraffollamento non si risolve spostandolo di qualche centinaio di metri.

    E qui si apre la parte che riguarda il Comune di Firenze. Il modello del Gozzini vive di ciò che accade fuori: la semilibertà e il lavoro esterno funzionano solo se in Città ci sono lavoro, casa, servizi, presa in carico. Sono competenze comunali. Palazzo Vecchio non gestisce l’istituto, ma governa (direttamente o attraverso la Società della Salute e l’ASL Toscana Centro) la sanità territoriale, il reinserimento, l’accoglienza, il sostegno alla genitorialità che progetti come “Bambini senza sbarre” tengono in piedi. Molto potrebbe essere fatto anche per rafforzare i percorsi di formazione lavorativa in vista della fine della detenzione.

    Il Gruppo Foucault lavorerà su relazioni più specifiche nel corso dei prossimi giorni. Intanto invitiamo all’assemblea cittadina aperta prevista per domani, martedì 14 luglio 2026, alle 18:30, ai Giardini di Viale Tanini, al Galluzzo.

  • Caldo nei musei civici: ottanta lavoratrici e lavoratori chiedono salute e sicurezza. La Sindaca risponda

    Caldo nei musei civici: ottanta lavoratrici e lavoratori chiedono salute e sicurezza. La Sindaca risponda

    “Personale inquadrato diversamente (Comune, Fondazione MUS.E, cooperativa REAR) si unisce in una comune richiesta, rivolta alla Sindaca come Autorità Sanitaria Locale”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Sono ottanta le lavoratrici e i lavoratori dei musei civici fiorentini che hanno firmato la richiesta inviata alla Sindaca perché intervenga «con la massima urgenza» sul clima interno del Museo di Palazzo Vecchio e degli altri musei civici (Santa Maria Novella, Forte di Belvedere, Cappella Brancacci). Il dato che conta non è solo il numero, ma la sua composizione: persone con datori di lavoro diversi e contratti diversi (dipendenti del Comune, della Fondazione MUS.E, della cooperativa REAR) che il sistema degli appalti di norma tiene separate hanno sottoscritto la stessa richiesta. Davanti al caldo di quelle sale non contano gli inquadramenti: conta la stessa salute da tutelare.

    La richiesta arriva nel giorno in cui la stessa Sindaca, intervistata oggi dal Corriere della Sera, riconosce che anche questa settimana è da «bollino rosso», con quasi quaranta gradi previsti. I firmatari e le firmatarie si rivolgono a lei in veste di Autorità Sanitaria Locale, e non è un dettaglio formale: il caldo nei luoghi di lavoro è un rischio per la salute, e chi ha l’autorità per intervenire ha un nome e un ruolo. Vale d’estate come d’inverno, perché le stesse sale, nei mesi freddi, sono altrettanto inospitali.

    Proprio in quell’intervista, però, alla domanda sui musei la Sindaca risponde che a Palazzo Vecchio «l’aria condizionata non la possiamo mettere per motivi strutturali» e che «lì piazzeremo dei rinfrescatori d’aria». Il problema però è noto da tempo: istanze precise erano state mandate già a settembre 2025 e il Consiglio comunale ha votato all’unanimità un atto proposto dal nostro gruppo insieme a quello di Casa Riformista – Italia Viva, a gennaio 2026. In queste ore si stanno tentando soluzioni provvisorie e rattoppi che rischiano di aprire contraddizioni e lasciare insoddisfatte le persone. Ricordiamo che il tema coinvolge anche chi visita i musei e le opere stesse.

    Il vincolo strutturale che a Palazzo Vecchio impedisce la climatizzazione tradizionale è reale, e proprio per questo servirebbe un progetto costruito con la Soprintendenza, con risorse e tempi certi, non un rimedio a costo zero. Nel frattempo restano gli obblighi di legge. L’Ordinanza del Presidente della Giunta Regionale n. 2 del 28 maggio 2026 ferma il lavoro nelle ore centrali solo per chi opera all’aperto, lasciando fuori chi lavora in sale non climatizzate; ma la Deliberazione della Giunta Regionale n. 806 del 2025 raccomanda misure preventive per tutte le attività in ambienti non climatizzati, e il Decreto Legislativo 81/2008 impone a ogni datore di lavoro (e, negli appalti, alla stazione appaltante) di valutare il rischio da stress termico e di adottare misure conseguenti. Il Comune ha questi obblighi verso il proprio personale e verso chi opera nei suoi musei.

    Domani quella richiesta arriva a un confronto con il Presidente del Consiglio comunale e quelli delle Commissioni 1 e 9. Ma deve essere un impegno anche dell’esecutivo. Ci sono 80 persone che nei prossimi giorni affrontano l’emergenza caldo insieme alle colleghe e ai colleghi, per conto della Città di Firenze: abbiamo il dovere di non lasciarle sole e soli. Andremo avanti, fino a che non ci sarà una soluzione. Altrimenti, provocatoriamente, continueremo a proporre di fare riunioni di Consiglio e Giunta nel Salone dei Cinquecento, per vivere sulla propria pelle di cosa stiamo parlando.

  • Fuochi d’artificio in centro: se non si sentono i botti, difficile sentire chi ci abita

    Fuochi d’artificio in centro: se non si sentono i botti, difficile sentire chi ci abita

    “Le verifiche annunciate dal Presidente del Quartiere 1 sono un primo passo. Ma le segnalazioni ci sono state, anche nei Consigli di Quartiere aperti: ridurle a ciò che arriva al Presidente in persona è un’idea molto limitata di rappresentanza.”


    Dmitrij Palagi — Sinistra Progetto Comune
    Francesca Lupo — Sinistra Progetto Comune Quartiere 1

    Il Presidente del Quartiere 1 Mirco Rufilli risponde alla nostra nota dicendo di non aver ricevuto segnalazioni sui fuochi d’artificio a San Niccolò, e annuncia che attiverà delle verifiche. Le verifiche sono la cosa giusta, e lo diciamo senza ironia: se partono davvero, è già un risultato. È la premessa a non reggere. Le segnalazioni ci sono state, eccome, e non le abbiamo raccolte da qualche chiacchiera in rete: sono emerse nei Consigli di Quartiere aperti, cioè proprio negli spazi che il Presidente convoca e per cui — giustamente — raccoglie apprezzamenti. Bene convocarli. Ma a che servono, se poi quello che ci si dice dentro non viene ascoltato?

    Se per «segnalazione» si intende soltanto ciò che viene rivolto al Presidente in persona, allora il problema riguarda l’idea stessa di rappresentanza. Chi abita non deve indovinare la porta giusta a cui bussare per avere diritto di essere ascoltato: un fenomeno che si ripete ogni notte, sollevato pubblicamente da chi vive il rione, è già una segnalazione, che finisca o meno sulla scrivania giusta. E aspettare la forma corretta prima di accorgersi di un problema è anche il modo migliore per dare ragione a chi non vota più, convinto che la politica non lo riguardi. Del resto, se non si sentono i botti che partono a mezzanotte, si fa comunque fatica a sentire la voce di chi li subisce.

    E allora lo diciamo forte, perché non è una finezza: noi siamo stati votati, e non rispondiamo al Presidente di Quartiere. Rispondiamo a chi ci ha eletto, e anche a chi non ci ha eletto e non ha potere da spendere. È l’esatto contrario di chi il potere lo usa per rimandare la questione al mittente. A chi quei fuochi li subisce ogni notte, a nome delle istituzioni che dovrebbero tutelarlo, viene più da chiedere scusa che da spiegargli perché non aveva segnalato nel modo giusto.

    Restiamo nel merito, che è la cosa che conta. Da qui a lunedì 20 c’è una decina di giorni: abbastanza per arrivare al question time con risposte migliori di «non lo sapevamo». Ricordando, se fosse sfuggito, che il fenomeno e le segnalazioni non riguardano solo San Niccolò.

    Nel frattempo continuiamo a chiedere a tutte e tutti di partecipare e di tenere lo sguardo critico, anche quando dall’altra parte sembra che non si possa contestare niente. Non è mancanza di rispetto: è esattamente il lavoro per cui la cittadinanza ci ha messo dove siamo.


    La replica del Presidente del Quartiere 1

    «Come Quartiere 1 – spiega il presidente Mirco Rufilli – non abbiamo avuto nessuna segnalazione riguardo all’uso dei fuochi d’artificio da parte di esercizi di somministrazione nel rione di San Niccolò. Ed i cittadini non mi hanno fatto presente questa situazione di disagio. Il silenzio è dovuto solo ad una mancanza di segnalazione, adesso attiveremo delle verifiche al riguardo anche perché, come tutti sanno, sono necessari patentini idonei e l’autorizzazione di pubblica sicurezza per accendere fuochi d’artificio».

    Mirco Rufilli, Presidente del Quartiere 1 — comunicato dell’11 luglio 2026, Città di Firenze

    La nostra prima nota: Fuochi d’artificio di notte in centro, tutto regolare?