Lotta: Pace e internazionale

  • Cuba: a 60 anni dall’alluvione, la solidarietà non è un ricordo, deve essere praticata

    Cuba: a 60 anni dall’alluvione, la solidarietà non è un ricordo, deve essere praticata

    “Oggi in Commissione Pace un impegno condiviso con la Commissione Cultura, per un’azione concreta prima della pausa estiva”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Il 4 novembre 2026 ricorrono sessant’anni dall’alluvione di Firenze. La città si prepara a ricordare con mostre e iniziative (dal programma “RI-EMERGERE 1966–2026” all’Archivio di Stato alla call del Comune “Firenze, 4 novembre 1966: la città racconta l’alluvione”). È giusto e necessario. Ma la memoria, da sola, non mette in sicurezza nessuno e non sdebita nessuno.

    L’Appello della cultura per Firenze, firmato a Palazzo Strozzi il 6 novembre 1966 da Carlo Ludovico Ragghianti, Giorgio La Pira, dai soprintendenti e dai direttori degli istituti stranieri, non fu retorica. Fu la chiamata a un “fondo internazionale” e a una mobilitazione mondiale: studiose e studiosi, restauratrici e restauratori, governi e cittadinanza di tutto il mondo accorsero per salvare il patrimonio di una città che riconoscevano come bene comune dell’umanità. Da quella stagione nacque anche la donazione di circa trentacinque opere d’arte contemporanea (i “quadri”) che artiste e artisti regalarono a Firenze in segno di solidarietà, sull’appello dello stesso Ragghianti, per un museo internazionale che la città avrebbe dovuto costruire.

    Quel museo, nella forma immaginata allora, non si è mai pienamente realizzato. Molte di quelle opere (da “Larme de galaxie” di Jean Arp ai lavori di Carla Accardi, Antonietta Raphael Mafai, Titina Maselli) sono rimaste per decenni nei depositi, dimenticate, prima di un parziale recupero al Museo Novecento. È la fotografia di un problema politico: la solidarietà ricevuta è stata celebrata ma non sempre onorata.

    La Pira, che firmò quell’appello, è stato il sindaco della pace e dell’internazionalismo. Onorare quella eredità significa una cosa precisa: la solidarietà che Firenze ricevette nel 1966 è un debito che si salda guardando a chi, oggi, vive l’emergenza.

    Oggi è Cuba a vivere sotto assedio. L’inasprimento dell’embargo statunitense ha bloccato di fatto le forniture di petrolio: per la popolazione civile significa blackout che lasciano l’isola al buio per gran parte della giornata, carenza di carburante, emergenza sanitaria e alimentare. Dal 6 giugno non è più possibile usare le carte dei circuiti internazionali Visa e Mastercard. È una punizione collettiva che colpisce le persone, non i governi.

    Su questo Firenze ha già preso posiziono: il Consiglio comunale ha approvato, su proposta di Sinistra Progetto Comune, la risoluzione 338/2026 di solidarietà con il popolo cubano, di condanna del blocco navale deciso dal Governo Trump e di richiesta al Governo italiano e al Parlamento europeo di agire contro le misure unilaterali. È il “già votato”. Ma una risoluzione che resta nel cassetto vale quanto un quadro che resta in deposito.

    Alla Sindaca e alla Giunta chiediamo di trasformare l’anniversario in azione, non in liturgia:
    1.⁠ ⁠Dare seguito alla Risoluzione 338/2026, riferendo al Consiglio quali passi concreti l’Amministrazione ha compiuto (verso il Governo, verso l’Unione europea, e sul piano della cooperazione e della solidarietà diretta) perché la posizione votata non resti una dichiarazione.
    2.⁠ ⁠Onorare il 1966 con la prevenzione, non solo con la memoria. Calendarizzare e discutere gli atti che abbiamo depositato sulla sicurezza idraulica e sull’acqua (dalla messa in sicurezza di via Arnoldi alla regimazione e alle briglie dell’Arno, fino agli episodi recenti sulla portata del fiume). La lezione dell’alluvione è la prevenzione, non la commozione.
    3.⁠ ⁠Tirare fuori i quadri dai depositi e farne uso civile. Le opere donate nel 1966 sono la testimonianza materiale di una solidarietà internazionale ricevuta. Vanno esposte stabilmente e rese protagoniste del sessantesimo, e possono diventare il filo che lega quella memoria a un gesto di solidarietà attuale: un ponte culturale che dia corpo, anche simbolicamente, all’impegno verso Cuba e verso ogni popolo sotto assedio.
    4.⁠ ⁠Difendere il patrimonio come bene comune, non come merce. Dalla tutela reale del centro UNESCO alla cantierizzazione di beni pubblici come il Forte Belvedere, fino alla Villa di Rusciano: il patrimonio che il mondo ci aiutò a salvare non può essere subordinato alla pressione turistica e di mercato.

    Sul terzo punto, per la gravità dei fatti che sta colpendo il popolo cubano e la sua repubblica sovrana, abbiamo stamani chiesto un’azione rapida in Commissione 7 (pace e diritti): il Presidente della Commissione Cultura era presente e si è impegnato a discutere la mozione sulle opere d’arte donate a Firenze prima della pausa estiva, nei primi giorni di luglio.

    Ringraziamo per le risposte ricevute dalla maggioranza e proveremo a chiedere alla stessa Ambasciata di Cuba, oltre che all’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, di poter partecipare.

  • Giglio d’Oro a Osama Rashid: voto favorevole, con un ordine del giorno sulla laicità

    Giglio d’Oro a Osama Rashid: voto favorevole, con un ordine del giorno sulla laicità

    “Non si deve delegare alle comunità religiose ciò che spetta al potere politico: la promozione della pace e dei diritti”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Il nostro voto al conferimento del Giglio d’Oro 2026 all’architetto Osama Rashid è favorevole. Apprezziamo le ragioni della proposta e il percorso che è stato condiviso in aula con gli interventi di chi rappresenta comunità religiose che, nella nostra Città, hanno saputo mantenere una prospettiva di comune umanità. È un riconoscimento a un impegno civile e professionale lungo decenni nel dialogo interreligioso e interculturale, che ricostituisce a Firenze un patrimonio di convivenza.

    Proprio per questo, però, abbiamo presentato un ordine del giorno: per nominare un’assenza, prima che diventi una rinuncia. Le comunità si organizzano, e le religioni sono anche (non solo) strutture organizzate: in quanto tali, sono anche luoghi di potere. Le parole ascoltate in aula testimoniano consapevolezza e senso di responsabilità rispetto a questo. È la politica, semmai, che spesso sceglie di rimuoverlo: così diventa più facile selezionare cosa ascoltare di quel che le comunità religiose dicono, trattandole come se fossero altro rispetto alla società, e non parte di essa.

    Il senso dell’ordine del giorno è ribadire un principio: la laicità delle istituzioni. Per la Corte costituzionale (sentenza n. 203 del 1989) è un principio supremo dell’ordinamento, e non significa indifferenza né ostilità verso le religioni, ma garanzia di pari libertà ed equidistanza dell’ente pubblico rispetto a tutte le confessioni. La promozione della pace e dei diritti umani è una responsabilità pubblica che le istituzioni esercitano in via diretta (con le politiche sociali, l’educazione, l’accoglienza, il contrasto alle discriminazioni) e che non può essere delegata alla sola mediazione delle organizzazioni religiose, per quanto preziose nel tessuto sociale. In un tempo di arretramento dei diritti, il rischio è che l’ente pubblico si ritragga dal proprio ruolo, indebolendo l’universalità e l’esigibilità dei diritti per chi non si riconosce in alcuna fede, o ne è ai margini, o vi è discriminato. La garanzia dei diritti non può dipendere dall’adesione a una comunità di fede.

    Per questo l’ordine del giorno impegna il Comune a esercitare in forma laica e diretta la promozione della pace, dei diritti e delle pari opportunità, valorizzando le sedi civili che già esistono (la Commissione consiliare n. 7 e la Consulta per il contrasto a ogni discriminazione e per i diritti delle persone LGBTQIA+) e a improntare patrocini e sostegni al principio di equidistanza tra le confessioni, riconoscendo allo stesso modo le realtà civili, associative e laiche che operano negli stessi ambiti. E impegna a proseguire nel contrasto a ogni discriminazione, che purtroppo è presente anche in contesti di pace e in alcuni contesti di comunità religiose.

    C’è poi una ragione che mi riguarda personalmente e che tengo a dire con chiarezza. In aula è stato detto che l’essere umano non appartiene solo a sé, ma anche a Dio. Da persona priva di fede, che ne avverte l’assenza come ragione di ricerca del senso della vita, sono convinto che si possa vivere sapendo di appartenere a una comune storia umana, la cui finalità è sottrarre ogni esistenza vivente allo sfruttamento e ai sistemi di potere quando opprimono, perché ci sia piena autodeterminazione. È proprio la laicità a garantire a ciascuna fede, e a chi non ne professa alcuna, la medesima libertà.

    Crediamo che in questi anni la politica abbia spesso scelto di rinunciare al potere che può esercitare come strumento di trasformazione. Nessun profitto sulle armi è giustificabile sul piano politico, ed è evidente che oggi a regolare i rapporti tra gli Stati sono altre leggi, diverse da quelle del diritto internazionale riconosciuto formalmente. Troppo si delega al dialogo tra comunità religiose ciò che dovrebbe essere conflitto politico, pubblico e laico. Mentre si è formata l’economia capitalista, c’è chi, nelle nostre città, si è interrogato sulla legittimità del salariato: il nostro tempo di vita può essere misurato in denaro? Noi crediamo di no. Non siamo merce, e non possiamo delegare ad altri la nostra responsabilità: ciascuna e ciascuno deve lottare per la propria libertà, sapendo che dipende dalla libertà di chi sta accanto, riconoscendo il valore del conflitto, del dialogo e del bisogno di chi abbiamo intorno, senza alcuna ambiguità rispetto all’uso della violenza come sopraffazione.

    L’auspicio con cui chiudiamo l’ordine del giorno è che la politica torni a essere centrale nella sua funzione laica, come spazio di confronto e di espressione dei conflitti, ripudiando la guerra e la violenza come strumenti di risoluzione delle controversie internazionali e sociali.

  • Remigrazione: sanzioni per Antonella Bundu e SUDD Cobas

    Remigrazione: sanzioni per Antonella Bundu e SUDD Cobas

    “Le destre provocano in modo sempre più estremo e quando i territori rispondono vengono colpite colpevoli solo di coltivare sentimenti di umanità”


    Sinistra Progetto Comune
    Sudd Cobas

    [Conferenza stampa a cui hanno partecipato Francesca Ciuffi (SUDD Cobas), Antonella Bundu e Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune)]

    La Questura di Prato, attraverso la Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali, ha notificato ad Antonella Bundu un verbale di accertamento di illecito amministrativo per il presidio antifascista tenuto in piazza Europa il 6 e 7 marzo 2026. La contestazione è la violazione dell’articolo 18, commi 1 e 3, del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, così come modificato dall’articolo 9 del decreto-legge 24 febbraio 2026 n. 23, il cosiddetto “decreto sicurezza”. La sanzione prevista va da 1.000 a 10.000 euro e sarà quantificata dal Prefetto di Prato.

    Antonella Bundu ha potuto leggere la PEC solo ieri: il suo telefono è finito in mare durante il sequestro della Global Sumud Flotilla in acque internazionali da parte delle forze armate israeliane, e per settimane è rimasta priva degli strumenti per comunicare. La notifica di una sanzione per aver difeso la memoria della deportazione la raggiunge mentre ancora porta sul corpo l’esperienza di un’altra violenza di Stato, quella subita in mare per aver tentato di rompere l’assedio su Gaza.

    Cosa è successo davvero il 7 marzo?

    Il 7 marzo a Prato non è una data qualunque. Nel 1944, dopo gli scioperi operai contro l’occupazione nazista e i collaborazionisti fascisti, 133 cittadini pratesi furono rastrellati e deportati nei campi di concentramento di Mauthausen ed Ebensee. In pochi tornarono. In quella giornata di memoria il comitato neofascista “Remigrazione e Riconquista” aveva scelto di portare in piazza Europa, su appello nazionale, le proprie parole d’ordine sulla deportazione degli stranieri e sulla “remigrazione”. A questo la città ha risposto: lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti, sindacato, associazioni e forze politiche hanno presidiato lo spazio pubblico perché in quella piazza, in quel giorno, non si celebrasse l’apologia di ciò che ottant’anni prima aveva riempito i vagoni diretti ai lager.

    Il verbale contesta a Bundu di aver contribuito al montaggio di una tenda, di aver preso pubblicamente la parola nel corso di una conferenza stampa e di aver diffuso sui propri profili social l’invito al presidio. Le si addebita, in sostanza, di aver fatto politica e antifascismo alla luce del sole. Non ci risulta che difendere la memoria di una deportazione e contrastare un raduno neofascista costituisca un pericolo per l’ordine pubblico: ci risulta semmai il contrario.

    Il profilo giuridico merita attenzione, perché è qui che si misura l’arbitrio. L’articolo 18 del TULPS è una norma del 1926, consolidata nel testo unico fascista del 1931. La Corte costituzionale lo ha colpito a più riprese: con la sentenza n. 27 del 1958, con la n. 90 del 1970 e con la n. 11 del 1979. Proprio quest’ultima ha dichiarato costituzionalmente illegittimo il punto che equiparava i promotori della riunione a chi semplicemente vi prende la parola.

    Come ha documentato il costituzionalista Edoardo Caterina, il decreto sicurezza del 2026 ha di fatto riesumato quella previsione, reintroducendo la sanzione per “coloro che nelle riunioni predette prendono la parola”: una disposizione giuridicamente inesistente perché travolta dalla declaratoria di illegittimità del 1979. Contestare ad Antonella Bundu di aver “preso la parola” significa fondare un provvedimento punitivo su una norma che la Corte costituzionale ha cancellato dall’ordinamento mezzo secolo fa.

    C’è di più. Il decreto sicurezza viene presentato come una depenalizzazione, perché trasforma il reato di omesso preavviso, prima punito con l’arresto, in illecito amministrativo. Ma la sanzione pecuniaria introdotta (fino a 10.000 euro per l’omesso preavviso e fino a 12.000 per l’inosservanza delle prescrizioni) è ben più afflittiva della vecchia ammenda. Si toglie il timbro penale e si moltiplica per dieci il costo economico del dissenso. È una depenalizzazione di facciata che colpisce il portafoglio per scoraggiare la piazza.

    La notifica a Bundu non arriva da sola. Si aggiunge alle sanzioni già recapitate al Sudd Cobas per lo stesso presidio: a ciascuna delle sindacaliste e dei sindacalisti colpiti sono state contestate tre violazioni per omesso preavviso, fino a 10.000 euro, e due per non aver obbedito all’ordine di scioglimento, fino a 20.000 euro. È uno dei primi utilizzi in Toscana del nuovo decreto sicurezza, e non è un caso che colpisca chi organizza il conflitto sindacale e l’antifascismo militante. Lo stesso strumento, denuncia il sindacato, viene usato anche per punire chi sciopera: un attacco a 360 gradi alle libertà democratiche e al diritto di sciopero.

    Con il decreto sicurezza non è più la magistratura a decidere se e come punire chi manifesta: è la Questura ad avere la facoltà di comminare sanzioni pesantissime, senza dover passare dal vaglio di un giudice. La libertà di riunione viene sottratta al controllo di un tribunale e consegnata alla discrezionalità dell’autorità di pubblica sicurezza. È un arretramento dello Stato di diritto che riguarda tutte e tutti, non solo chi quel giorno era in piazza.

    Non è una vicenda solo pratese. A Firenze la Prefettura ha già notificato verbali con sanzioni fino a 10.000 euro a chi, il 28 marzo, aveva espresso contrarietà all’apertura della sede di Futuro Nazionale in piazza Tanucci. Il filo è evidente: si usa una norma di matrice fascista, rianimata da un governo di destra, per sanzionare l’antifascismo, lo sciopero e la solidarietà. Si protegge chi predica la “remigrazione” e si multa chi la contesta. C’è poi l’episodio che ha colpito i CARC per una contestazione alla sede di Fratelli d’Italia in piazza Oberdan. Insomma le destre provocano, tutelate dai loro ruoli di potere, chi risponde dal basso viene colpito dall’alto.

    Quello che è in gioco non è la regolarità di un preavviso, ma la libertà di riunione garantita dagli articoli 17 e 21 della Costituzione. Il decreto sicurezza si inserisce in una più ampia operazione di disciplinamento sociale: criminalizzare il dissenso, spaventare chi organizza il conflitto, alzare il prezzo della partecipazione politica fino a renderla un lusso. È la grammatica del capitalismo di guerra, che disinveste da salari e servizi pubblici per riversare risorse nel riarmo e ha bisogno di una società irreggimentata e silenziosa.

    Sinistra Progetto Comune e SUDD Cobas non si fanno ovviamente spaventare e anzi si impegneranno con tutte le altre realtà colpite per costruire una risposta ampia diffusa, che porti alla cancellazione di queste norme, oltre che all’annullamento delle sanzioni.

  • Ancora perquisizioni a Firenze: ora il dissenso si cerca nelle case con l’ipotesi di diffamazione

    Ancora perquisizioni a Firenze: ora il dissenso si cerca nelle case con l’ipotesi di diffamazione

    “Dopo il terrorismo di aprile, oggi bastano dei volantini contro un console onorario per mandare i Carabinieri all’alba nelle abitazioni di giovani attivisti”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Questa mattina apprendiamo dagli organi di informazione che i Carabinieri hanno perquisito le abitazioni di giovani simpatizzanti del Partito dei CARC a Firenze. L’ipotesi di reato, questa volta, sarebbe la diffamazione nei confronti di Marco Carrai, console onorario di Israele per la Toscana e l’Emilia-Romagna e presidente della Fondazione dell’Ospedale pediatrico Meyer, destinatario da tempo di una campagna politica che ne chiede la rimozione dalla presidenza della Fondazione.

    Ad aprile erano arrivate le perquisizioni della Digos con l’ipotesi di associazione sovversiva con finalità terroristiche. Nel mezzo, denunce per manifestazioni non autorizzate. Oggi si entra nelle case per cercare presunto materiale diffamatorio. Come scrivemmo allora, non entriamo nel merito delle posizioni politiche del CARC, né dei procedimenti in corso. Ma la domanda è inevitabile: da quando un’ipotesi di diffamazione giustifica perquisizioni domiciliari all’alba? La diffamazione si contesta con altre strade legali. Lo strumento scelto dice più dell’obiettivo che del reato.

    La critica a chi ricopre incarichi pubblici e di rilievo, anche dura, è parte del conflitto riconosciuto dal quadro costituzionale. Se ogni campagna politica contro una figura pubblica può tradursi in militari in casa, l’effetto intimidatorio non riguarda solo le persone perquisite: riguarda chiunque si organizzi, protesti, dissenta. E non possiamo non notare che questo accade, ancora una volta, attorno a chi si mobilita per la Palestina, in una città in cui le attenzioni dell’autorità verso questi ambienti si stanno facendo abitudine.

    Lo scrivemmo ad aprile: mentre lo Stato perde potere in materia di politiche sociali, si mostra sempre più invasivo nell’ambito dell’ordine pubblico. Due mesi dopo siamo al punto successivo: prima il terrorismo, ora la diffamazione. Le categorie cambiano, la direzione no.

    Continueremo a seguire le vicende giudiziarie che toccano la libertà di organizzazione e di espressione politica, in aula come fuori. La politica è potere legislativo, sta alla base del giudiziario e dell’esecutivo: di questi temi ha il dovere di parlare, senza rimuoverli.

  • Futuro Nazionale stia lontano dal Memoriale delle Deportazioni

    Futuro Nazionale stia lontano dal Memoriale delle Deportazioni

    “Chiediamo alla Sindaca e al Quartiere 3 di prendere posizione”

    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune
    Lorenzo Fantoni – Sinistra Progetto Comune Quartiere 3

    La resistibile ascesa di Futuro Nazionale arriva anche al Quartiere 3, con una provocazione inaccettabile, su cui chiediamo alla Sindaca e alla Presidente di Quartiere di prendere posizione, così come a tutti gli altri gruppi politici.

    Venerdì 19 giugno 2026 è stata annunciata l’ennesima “passeggiata per la sicurezza”, a Gavinana, questa volta con la presenza dell’eurodeputato Roberto Vannacci, leader nazionale del partito. È stato annunciato un ritrovo alle 19:00 in piazza Bartali, a cui dovrebbe seguire il corteo “identitario” verso via di Villamagna, con l’obiettivo dichiarato di porre al centro il tema dello sgombero del CPA. Dai social apprendiamo di come il CPA abbia già convocato per venerdì 12 giugno alle 21:00, nel proprio piazzale, l’assemblea pubblica “Gavinana è partigiana”, momento di confronto e organizzazione in vista della risposta da dare come rione. Ci saremo, perché facciamo parte del territorio, non costruiamo le nostre carriere politiche sulla propaganda con cui il personaggio di Vannacci cresce.

    Il luogo di ritrovo non è neutrale. Piazza Bartali è intitolata a Gino Bartali, riconosciuto Giusto tra le Nazioni: durante la persecuzione nazifascista nascose documenti falsi nel telaio della sua bicicletta e contribuì a salvare centinaia di persone ebree. La piazza è a pochi metri dal Memoriale italiano di Auschwitz, oggi Memoriale delle Deportazioni, trasferito da Auschwitz e ospitato all’Ex3 di viale Giannotti. Che un partito guidato da Vannacci scelga proprio questo punto per radunarsi e chiedere uno sgombero non lo consideriamo un caso: lo consideriamo un’offesa al senso di quei luoghi. Ci vogliono dire che le deportazioni sono il loro modello di remigrazione?

    Il 19 giugno cade alla vigilia dell’anniversario della battaglia di Pian d’Albero (20 giugno 1944), uno degli episodi più gravi della Resistenza nel territorio fiorentino, con decine di partigiani uccisi e impiccati. Convocare lì, in quei giorni, un corteo di estrema destra è un’inutile provocazione. Conferma l’essenza di una realtà che dichiara di non voler essere ideologica e pensare ai problemi delle persone: per loro il problema è l’esistenza di spazi di socialità autogestiti, che tengono vivi il territorio fuori dalle logiche speculative e di estrazione di profitto.

    Questo al generale non piace. Senza le aziende private e i social chissà dove sarebbe, se dovesse fare politica sul territorio e nella realtà.

    Futuro Nazionale non sta attaccando il CPA, sta attaccando un’intera tradizione antifascista e antirazzista del territorio.

    L’eurodeputato Vannacci forse scommette sul fatto che muovendosi contro un’area considerata antagonista potrà trovare consenso anche in aree moderate: vogliamo sperare che avvenga il contrario, cioè che ci si renda conto che è pericoloso avere “ronde” di fatto che vanno a gire per la Città a cacciare chi non ritengono gradito. Politicamente è già accaduto, un secolo fa.

  • Sinistra Progetto Comune a Napoli all’Assemblea nazionale No Autonomia Differenziata

    Sinistra Progetto Comune a Napoli all’Assemblea nazionale No Autonomia Differenziata

    “Importante che il Consiglio comunale discuta presto la risoluzione depositata”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Siamo oggi a Napoli, al Maschio Angioino, per l’Assemblea pubblica nazionale “La nostra lotta, le nostre lotte” promossa dal Tavolo e dai Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti.

    Abbiamo seguito la mattinata, con l’intervento, tra gli altri, di Antonella Bundu, e nel pomeriggio portiamo il contributo di Sinistra Progetto Comune alla sessione dedicata ai movimenti, alle organizzazioni sindacali, alle associazioni e ai comitati territoriali.

    Non è una presenza simbolica. Ad aprile abbiamo presentato in Consiglio comunale a Firenze una risoluzione che impegna la Sindaca e la Giunta a prendere posizione netta contro la legge 86/2024, contro gli schemi di intesa preliminare con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria (accordi-fotocopia già censurati dalla Corte costituzionale) e contro il disegno di legge delega S. 1623 sui LEP, che riproduce gli stessi limiti già dichiarati illegittimi. Quella risoluzione chiede anche che il Comune aderisca formalmente all’assemblea di oggi e alle successive mobilitazioni, inclusa la manifestazione nazionale a Roma prevista in autunno.

    Il nostro intervento vuole provare a dare un contributo al dibattito. L’autonomia differenziata viene quasi sempre inquadrata come conflitto tra Regioni e Stato: noi difendiamo l’unità della Repubblica, i Livelli Essenziali delle Prestazioni, la perequazione. Tutto necessario, tutto giusto. Ma non basta. Il problema strutturale è che da decenni costruiamo istituzioni in cui il potere si concentra negli esecutivi mentre i Consigli vengono svuotati, le circoscrizioni ridotte a organi consultivi, i quartieri privati di qualsiasi funzione deliberativa reale. L’autonomia differenziata è il punto di arrivo di una direzione che viene da lontano. La risposta non può essere solo “meno autonomia regionale”: deve essere più potere popolare, distribuito. Lo dimostrano casi concreti che conosciamo bene: la privatizzazione del trasporto pubblico fiorentino, passato da ATAF a una multinazionale francese attraverso una gara regionale unica; la battaglia per l’acqua pubblica trasformata in bandiera elettorale da chi non ha titolo; la formazione professionale già regionalizzata da decenni, con risultati che parlano da soli.

    C’è poi un nodo che questo movimento nomina e deve continuare a nominare con chiarezza: l’economia di guerra. Mentre l’autonomia differenziata frammenta la sovranità verso il basso, mettendo Regioni in competizione tra loro per risorse e gettito fiscale, le decisioni che contano davvero, quelle su pace e guerra, vengono prese altrove, in stanze precluse a qualsiasi rappresentanza eletta. A Firenze non è astratto: alla caserma Predieri di Rovezzano è operativo dal luglio 2025 il Comando della Divisione Multinazionale Sud della NATO, su cui il Consiglio comunale non può sapere nulla. La Toscana diventa, come è stato documentato, un hub militare (da Livorno a Pisa) mentre le risorse sottratte al welfare vengono destinate al warfare. Le diseguaglianze di classe, di genere, di origine che producono differenze di anni nell’aspettativa di vita tra quartieri centrali e periferie non sono separate da questo: ne sono parte.

    Essere a Napoli per noi vuol dire dare continuità a quello che facciamo in Consiglio comunale: costruire un collegamento tra il lavoro istituzionale e la mobilitazione nei territori, nella convinzione che ogni risoluzione approvata, ogni interpellanza, ogni richiesta di accesso agli atti possa contribuire a costruire sovranità dal basso verso l’alto, e che senza pressione organizzata nessun atto d’indirizzo cambia nulla.

    A tutto questo ovviamente si lega anche il mancato impegno del Comune di Firenze in materia di decentramento, nonostante tutte le promesse sul dare più potere ai Quartieri.

    [In allegato la traccia scritta del contributo portato all’assemblea]

  • L’Italia che ripudia la guerra: lancio della campagna

    L’Italia che ripudia la guerra: lancio della campagna

    “Conferenza stampa in Palazzo Vecchio per la presentazione fiorentina”


    Sinistra Progetto Comune

    Venerdì 5 giugno si è tenuta nella Sala Macconi di Palazzo Vecchio la conferenza stampa di presentazione a Firenze della campagna nazionale “L’Italia che ripudia la guerra”, alla presenza di una delegazione del Coordinamento Fiorentino contro il Riarmo (Sandra Carpi Lapi, Fernando Prodomo, Sandro Ventura, Giovanni Vivarelli, Cesare Dagliana).

    I materiali presentati – il comunicato del Coordinamento Fiorentino contro il Riarmo e il testo integrale della petizione popolare “Non Armi Ma Pane – Per un’Italia che ripudia la guerra” (art. 50 Costituzione), con le firme già raccolte – sono allegati alla presente nota.

    La scelta di ospitare questa conferenza a Palazzo Vecchio non è simbolicamente neutra. Le istituzioni locali possono essere luoghi in cui la società civile porta le proprie richieste al centro del dibattito pubblico, anche quando la Giunta preferisce non sentirle. Il legame tra riarmo, crisi economica e taglio alla spesa sociale merita una risposta politica chiara: porteremo il tema in Commissione 7 e in Consiglio comunale, ringraziando tutti i movimenti e le realtà coinvolte.

    PETIZIONE POPOLARE (ex Art. 50 della Costituzione) al parlamento italiano – NON ARMI MA PANE
    PER UN’ITALIA CHE RIPUDIA LA GUERRA

    Comunicato stampa PETIZIONE

  • La città di Firenze contro la reintroduzione della leva militare obbligatoria e per la promozione della difesa civile

    Mozione n. 966
    Presentato 2 Giugno 2026
    Firmatari Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune)
    Documenti Testo dell’atto (PDF)

    Mozione a prima firma di Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune). Il testo integrale è nel documento allegato.

  • Approvata la risoluzione sul Codice dei crimini internazionali

    Approvata la risoluzione sul Codice dei crimini internazionali

    “Il Consiglio di Firenze chiede al Governo di completare il recepimento di ciò che l’Italia ha già sottoscritto”


    Dmitrij Palagi — Sinistra Progetto Comune

    Il 25 maggio 2026 il Consiglio Comunale di Firenze ha approvato la risoluzione 2025/01225 “Per completare il recepimento nel diritto interno del Codice dei crimini internazionali” con 20 voti a favore, nessun contrario e nessun astenuto. Il lavoro che ha portato a questo risultato è iniziato molto prima del voto: vogliamo ringraziare Massimo Lensi e l’Associazione Progetto Firenze, che con noi hanno elaborato l’impianto della proposta, ne hanno curato la profondità giuridica e hanno tenuto vivo il percorso dalla deposizione in luglio 2025 al parere favorevole della Commissione 7 in ottobre, fino all’approvazione in aula.

    Il problema che la risoluzione affronta è semplice da descrivere e grave da ignorare. L’Italia ha ratificato lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale nel 1999, entrato in vigore nel 2002. Da allora, ha adottato soltanto una legge di adattamento procedurale (L. 237/2012) che regola la cooperazione con la CPI, ma non ha mai introdotto nell’ordinamento i reati previsti dallo Statuto. Genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra come categoria autonoma: non esistono nel codice penale italiano. Il crimine di aggressione nemmeno. Nel 2022 la Ministra Cartabia aveva incaricato una commissione di esperti — i professori Francesco Palazzo e Fausto Pocar — che aveva prodotto un articolato completo. Nel marzo 2023 il Consiglio dei Ministri aveva approvato un disegno di legge. Quel DDL non è mai stato assegnato a una commissione parlamentare. È fermo.

    Il caso Almasri ha trasformato questo vuoto da questione tecnica a questione politica concreta. Osama Almasri, generale libico ricercato dalla CPI per crimini contro l’umanità e crimini di guerra, è stato arrestato a Torino il 19 gennaio 2025 e rimesso in libertà due giorni dopo, perché il Ministro della Giustizia non aveva adottato il provvedimento di convalida previsto dalla stessa legge del 2012. Il 24 gennaio veniva rimpatriato in Libia con un volo di Stato. Il 17 ottobre 2025 la Camera Preliminare I della CPI formalizzava come l’Italia avesse violato i propri obblighi internazionali. Il 26 gennaio 2026 l’Italia veniva deferita all’Assemblea degli Stati Parti della CPI. Il 9 ottobre 2025, nel mezzo di questa vicenda, la Camera dei Deputati aveva votato contro l’autorizzazione a procedere nei confronti dei tre ministri indagati. Il 29 maggio 2026 — tre giorni dopo il voto di Firenze — la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo comunicava di aver ricevuto due ricorsi contro l’Italia da parte di vittime di torture nelle prigioni libiche sotto il comando di Almasri.

    La proposta di legge presentata in luglio 2025 alla Camera a prima firma Laura Boldrini — con il sostegno esplicito di Amnesty International e la consulenza dei professori Alessandra Annoni, Triestino Mariniello e Antonio Marchesi — contiene esattamente quello che il DDL del 2023 continuava a rimandare: la tipizzazione completa di tutti i crimini internazionali, la giurisdizione universale, l’attribuzione ai tribunali ordinari. È ferma in Commissione Giustizia. La risoluzione approvata da Firenze chiede al Governo e al Parlamento di sbloccarla, e al Comune di promuovere una campagna di sensibilizzazione sulla giustizia penale internazionale in raccordo con la Commissione 7.

    Il contesto internazionale dice chiaramente che la direzione è questa. La Germania ha adottato il suo Codice dei crimini internazionali nel 2002: da allora ha aperto oltre cento indagini internazionali e ottenuto condanne per crimini commessi in Siria, Iraq, Rwanda. Il rapporto annuale sulla giurisdizione universale pubblicato ad aprile 2025 da TRIAL International, REDRESS, ECCHR e FIDH documenta 95 procedimenti in 16 Paesi e 27 condanne nel solo 2024 — quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Gli ordinamenti nazionali non sono un ripiego rispetto alla CPI: sono il pilastro su cui la giustizia penale internazionale regge quando le pressioni politiche internazionali — come le sanzioni americane agli ufficiali della Corte firmate da Trump nel febbraio 2025 — ne ostacolano il funzionamento.

    Il voto del Consiglio comunale di Firenze non è un gesto simbolico: è una richiesta precisa, con destinatari precisi, su un obbligo internazionale che l’Italia ha assunto ventisei anni fa e non ha ancora rispettato per intero.

  • Global Sumud Flotilla: in Commissione 7 audizione di Bundu e Salvetti

    Global Sumud Flotilla: in Commissione 7 audizione di Bundu e Salvetti

    “Ringraziamo la Presidente per aver convocato questa seduta. Importante ascoltare le testimonianze dirette in Comune”


    Dmitrij Palagi — Sinistra Progetto Comune

    Questa mattina la Commissione 7 del Consiglio Comunale di Firenze ha convocato in audizione Antonella Bundu e Dario Salvetti per sentire la loro testimonianza diretta sull’esperienza della Global Sumud Flotilla. Ringraziamo la Presidente per questa scelta: è un’audizione che aveva senso fare, e aveva senso farla subito.

    I fatti sono noti, ma vale la pena ricordarli. Il 19 maggio, a circa duecento miglia nautiche dalla costa di Gaza — in acque internazionali — la marina israeliana ha abbordato l’imbarcazione Don Juan, come ha fatto con le tutte le altre imbarcazioni della Global Sumud Flotilla. Entrambi sono stati detenuti per due giorni finendo anche in container circondati da filo spinato, senza acqua né cibo per ventiquattr’ore, senza accesso a legali o personale consolare. Le testimonianze in questi giorni per fortuna vengono riportate da più parti e pensiamo sia importante evitare di normalizzare o dimenticare.

    L’audizione di oggi non è un fatto isolato. Il 30 aprile, dopo la prima intercettazione, il Consiglio comunale aveva approvato senza voti contrari un ordine del giorno di solidarietà che chiedeva al Governo italiano di intervenire diplomaticamente: quell’atto si inseriva in una linea coerente che include il riconoscimento dello Stato di Palestina, l’adesione alla Rete degli enti locali per i diritti del popolo palestinese, la delibera sulla cooperazione sanitaria in West Bank e Gaza. Una linea costruita atto per atto, tra la precedente consiliatura e questa.

    Il contesto in cui questa Commissione si è tenuta è quello di un conflitto che, nonostante un cessate il fuoco formalmente in vigore dal 10 ottobre 2025, ha già prodotto ulteriori 800 vittime palestinesi dall’inizio della cosiddetta tregua, tra cui duecento bambini. Secondo WAFA, al 28 maggio 2026 il bilancio complessivo dall’ottobre 2023 ha raggiunto 72.819 morti. A marzo 2026 è stata dichiarata ufficialmente la carestia in alcune zone della Striscia: quattro bambini su cinque affrontano livelli catastrofici di fame, con il Flash Appeal ONU finanziato solo al 13%. Il mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu, emesso nel novembre 2024, è ancora inevaso – l’Italia non ha ancora dichiarato che lo eseguirebbe. Il 20 maggio 2026 il Parlamento europeo ha respinto l’emendamento per l’embargo delle armi verso Israele: i rappresentanti delle destre italiane hanno votato contro, mentre i partiti di centrosinistra che a Firenze chiedono di stare dalla parte dei diritti non sempre hanno la stessa coerenza a Bruxelles.

    Quello che Bundu e Salvetti hanno vissuto non è una storia privata: è una testimonianza politica su cosa accade quando si prova a rompere un blocco illegale con azioni civili non violente. Firenze può e deve trarne le conseguenze istituzionali: nella pressione diplomatica sul Governo nazionale, nelle reti di enti locali, negli atti concreti di cooperazione e interruzione di relazioni con chi pratica quel blocco, denunciando eventuali connivenze economiche del nostro tessuto.

  • Mario Paciolla, sei anni dopo. Firenze vota per la verità all’unanimità

    Mario Paciolla, sei anni dopo. Firenze vota per la verità all’unanimità

    “Il Consiglio di Firenze prende una posizione chiara”


    Dmitrij Palagi — Sinistra Progetto Comune

    Il 25 maggio 2026 il Consiglio Comunale di Firenze ha approvato la risoluzione 2025/01201 su Mario Paciolla con 27 voti a favore, nessun contrario, nessuna astensione.

    Mario Paciolla era un cooperante napoletano, osservatore dell’ONU in Colombia per la Missione di Verifica degli accordi di pace. Il 15 luglio 2020, a 33 anni, è stato trovato morto nella sua abitazione di San Vicente del Caguán. La polizia colombiana ha archiviato immediatamente il caso come suicidio: la famiglia non ci ha mai creduto e negli anni successivi ha documentato anomalie legate alle impronte, all’ambiente domestico, ai fatti precedenti alla morte, alla gestione del corpo. Nel luglio 2020, a meno di tre settimane dai fatti, il Consiglio Comunale di Firenze votò all’unanimità una prima risoluzione, chiedendo al Governo italiano di attivarsi per fare luce. Lo stesso fece il Consiglio del Quartiere 1, con la deliberazione n. 17/2020.

    Sei anni dopo, la situazione è peggiorata sul piano istituzionale: il 30 giugno 2025 la Procura di Roma ha concesso l’archiviazione del fascicolo aperto a carico di ignoti, nonostante la famiglia si fosse opposta per la seconda volta. I genitori Anna Motta e Pino Paciolla, assistiti dall’avvocatessa Alessandra Ballerini — che rappresenta anche le famiglie Regeni e Trentini — hanno depositato ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo. È la strada che rimane quando le istituzioni nazionali si chiudono.

    La risoluzione approvata il 25 maggio impegna il Comune a trasmettere l’atto al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro degli Esteri, al Ministro della Giustizia e al Segretario Generale delle Nazioni Unite. Chiede al Governo italiano di esercitare pressione diplomatica sulla Colombia perché siano garantite indagini indipendenti e trasparenti, di sollecitare la piena cooperazione della Missione ONU e dello Stato colombiano, e di istituire in Parlamento una commissione d’inchiesta che faccia luce sul ruolo delle istituzioni italiane e internazionali. Non è retorica: è il minimo che uno Stato può fare quando un suo cittadino muore in servizio per l’ONU e la verità non è stata accertata.

  • Conferenza sulla pace cancellata dal centrosinistra: solidarietà ad Angelo D’Orsi

    Conferenza sulla pace cancellata dal centrosinistra: solidarietà ad Angelo D’Orsi

    “La paura di parlare di alcuni argomenti si accompagna al silenzio attorno al Comando NATO”


    Dmitrij Palagi — Sinistra Progetto Comune

    Giovedì sera il professor Angelo d’Orsi avrebbe dovuto tenere una conferenza al Circolo ARCI Il Girone di Fiesole sul tema “Quale politica internazionale per una pace giusta e duratura”. La conferenza è stata cancellata: dai social si legge che questo sarebbe dovuto a pressioni che avrebbero riguardato il Presidente del Circolo ARCI e una Consigliera regionale del Partito Democratico prevista nel volantino. In poche ore, PCUP, ANPI Brozzi e altre realtà fiorentine hanno riprogrammato l’evento alla SMS Peretola, via Pratese 48, stesso giorno, stesso orario: giovedì sera alle 21.

    Esprimiamo solidarietà al Professor d’Orsi: anche chi non concorda con le sue idee riconoscerà l’assurdità di invitarlo a un dibattito e poi dirgli che non è gradito ciò che potrebbe dire. La risposta alle tesi che non si condividono è il confronto, non la cancellazione. Facendo così si alimenta un clima di ostilità e contrapposizione: è un comportamento davvero assurdo.

    Il centrosinistra del nostro territorio non sapeva chi aveva invitato? Ha scoperto ora che c’è una guerra in Ucraina? Si tratta di un episodio isolato e non c’è stata nessuna pressione?

    C’è però un altro punto che vogliamo sollevare. Il centrosinistra sa della presenza del Comando NATO sul territorio fiorentino? Non risultano prese di posizione, mentre i nostri atti giacciono congelati in Palazzo Vecchio, senza venire nemmeno discussi, a differenza di quanto abbiamo ottenuto in alcuni Consigli di Quartiere.

    Il clima che si sta costruendo a Firenze — dove esprimere posizioni fuori dal consenso atlantista diventa motivo di esclusione e pressione — è un problema politico serio, indipendentemente da quello che si pensa delle singole posizioni in campo. Una Città che vuole dirsi per la pace dovrebbe essere il luogo in cui queste contraddizioni si discutono, non in cui si nascondono. Una politica incapace di assumersi responsabilità è anche pericolosa.

  • Comunicazione del consigliere Dmitrij Palagi: “Un ringraziamento alla Global Sumud Flotilla: ad Antonella Bundu, a Dario Salvetti e a tutti gli equipaggi di terra. Per restare umani”.

    Comunicazione n. 931 · Svolta
    Presentato 24 Maggio 2026 · Discusso 24 Maggio 2026
    Firmatari Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune)

    Comunicazione a prima firma di Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune). Il testo integrale è nel documento allegato.

  • Global Sumud Flotilla: la denuncia degli equipaggi di mare

    Global Sumud Flotilla: la denuncia degli equipaggi di mare

    “Presenti alla conferenza stampa di oggi con Bundu e Salvetti, per ribadire il nostro pieno sostegno alla mobilitazione”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Antonella Bundu è la candidatura a Sindaca attorno a cui è nata Sinistra Progetto Comune, per questo non potevamo mancare alla conferenza stampa di oggi, per ribadire il nostro sostegno agli equipaggi di mare e di terra della Global Sumud Flotilla, oltre che al Collettivo di Fabbrica ex GKN e a uno dei suoi protagonisti, quale è Dario Salvetti.

    La testimonianza di oggi documenta crimini che il governo israeliano ha commesso con la piena consapevolezza dei governi europei, incluso il nostro che non ha ancora sospeso la fornitura di armi.

    Chiediamo al Comune di Firenze di fare pressione su ogni sede istituzionale disponibile perché venga interrotta ogni forma di complicità. Il privilegio di sapere che “prima o poi sarebbe finita” non appartiene al popolo palestinese. Finché non cambia, la nostra pretesa non cambia.

    Riportiamo integralmente la nota diffusa dopo la conferenza stampa di stamani.


    Bundu e Salvetti alla ex GKN dopo il rientro in Italia

    “La testimonianze e l’impegno che prosegue”

    Nota stampa di accompagnamento della conferenza stampa del 22 maggio 2026

    Siamo tornati: dalla fabbrica ex GKN di Campi Bisenzio — dove solidali e operai tengono aperta ogni giorno una battaglia per la dignità e per un altro modello produttivo — raccontiamo quello che è successo in acque internazionali e quello che continua ad accadere in Palestina.

    Prima di tutto: grazie. Ai gazawi e alle gazawe che hanno manifestato per la Flotilla mentre erano sotto le bombe. Alle resistenze di tutto il mondo che ci hanno tenuto compagnia da terra. Ai compagni e alle compagne che hanno cantato Bella Ciao nelle loro lingue: ci ha dato forza sapere di non essere sole e soli.

    Il sequestro è avvenuto in acque internazionali, questo deve essere chiarissimo e non normalizzato. Un gommone si è avvicinato alle imbarcazioni: ci sono state teste di cuoio che hanno sparato sulle barche con persone a bordo. Ci hanno sequestrato i passaporti. Da quel momento eravamo numeri dentro una nave con quattro container. Tecnicamente non possiamo che ritenerlo un campo di concentramento in miniatura e galleggiante.

    Le 48 ore che sono seguite sono state tortura fisica e psicologica. Siamo tra i fortunati che non riportano nessuna lesione fisica permanente per ora, e gli impatti psicologici a lungo termine restano da valutare. Ogni spostamento veniva eseguito con le mani legate da fascette dietro la schiena e la testa abbassata. Si dormiva rannicchiati nei container come in un carro bestiame, dal freddo della notte. In prigione la tortura era non farti dormire.

    La foto che ha fatto il giro del mondo — i sequestrati inginocchiati nel porto — era in realtà uno dei momenti più leggeri. Quello che non è stato ripreso: il tunnel di sbarco dove i militari israeliani ti malmenavano al passaggio. Il cannone ad acqua con liquido giallo. Gli spari di bossoli con pallini. La gabbia di ferro 1,5 per 1,5 metri in cui ci spostavano. I due minuti concessi per parlare con un avvocato, dopo aver rifiutato di firmare che eravamo “entrati illegalmente”. Il taser al collo appena sbarcata dalla nave prigione, coricata sul pontile mentre canticchiavano canzoncine. Lo spogliarsi di pantaloni, scarpe e maglietta.

    Ci riprendevano perché erano fieri di quello che facevano, godevano nella sofferenza. Quello che abbiamo vissuto non è nulla rispetto a quello che succede al popolo palestinese ogni giorno. Noi avevamo il privilegio di sapere che, prima o poi, sarebbe finita. Loro no.

    Fa quasi sorridere, allora, che ci si stia tanto indignando per Ben-Gvir, che è uno schermo che consente di non parlare del problema reale. Il sistema che abbiamo incontrato era oliato, collaudato e con amplissimo consenso. C’era una macchina amministrativa enorme e la sensazione che nessuno stesse solo “eseguendo gli ordini”: sembravano tutti convinti. Il Mediterraneo è il mare più controllato al mondo — avevamo droni di stati e agenzie internazionali sopra la testa ogni giorno. Una nave cargo-lager non può non essere vista. Non è stata non vista: è stata ignorata.

    L’unica risposta è il boicottaggio complessivo. L’economia del regime sionista regge per il cinquanta per cento su sicurezza, esercito e sostegno internazionale. Con un boicottaggio non durerebbe. L’immagine di una barca a vela contro una nave militare è il simbolo di questo viaggio — e dice tutto sul rapporto di forze che vogliamo ribaltare.

    Proseguiamo la mobilitazione fino a quando non saranno interrotti i rapporti militari, commerciali e accademici con lo Stato sionista di Israele. Fino a quando non saranno liberi tutti i prigionieri politici palestinesi, in Italia e nei territori occupati. Fino a quando l’occupazione non avrà fine.

  • Global Sumud Flotilla: ancora ora di tensione, necessario senso di responsabilità

    Global Sumud Flotilla: ancora ora di tensione, necessario senso di responsabilità

    “Abbiamo letto con stupore le frasi di Italia Viva e Lista Funaro. Invitiamo tutte le parti a rispettare l’incertezza del momento”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Non abbiamo ancora avuto modo di parlare con la nostra (già) capogruppo Antonella Bundu (come Dario Salvetti o altre persone): sono ore di inevitabile incertezza. Ringraziamo tutte le articolazioni istituzionali, politiche e sociali che stanno concorrendo a riavere il prima possibile gli equipaggi di mare sequestrati da Israele, anche da parte di chi non è vicino alle nostre posizioni.

    Sappiamo che il desiderio di sapere come stanno e quando esattamente torneranno è forte, ma occorre rispettare il lavoro e le comunicazioni ufficiali della Global Sumud Flotilla (che arriveranno con i tempi giusti e più appropriati).

    Con angoscia sentiamo le testimonianze di torture e violenze: su tutto questo non cadrà il silenzio, è un impegno chiaro che ci prendiamo da ora.

    Ci teniamo a ringraziare le migliaia di persone che sono scese in piazza ieri e che continueranno a farlo oggi, a Firenze come in altre città d’Italia, così come a ribadire la totale vicinanza alle famiglie e alle comunità più direttamente coinvolte, tra cui le nostre.

    Aggiungiamo che le immagini viste ieri non sono da ritenersi un’eccezione: certo, le navi non sono riuscite ad arrivare a Gaza per portare aiuti, ma ha reso evidente quando sia profonda l’impunità del Governo di Israele. Per questo non possiamo che ringraziare chi ha dovuto subire queste ore di arresto: è arrivata una risposta chiara a chi chiedeva “perché lo fanno?”.

    Concludiamo con una nota amara: ci dispiace due Consiglieri comunali di Italia Viva e Lista Funaro abbiano voluto commentare alcuni cori del corteo di ieri, quasi li ritenessero paragonabili a cosa fanno (o non fanno) persone di potere, a partire da chi ricopre incarichi di governo. In piazza ieri c’erano storie militanti consolidate nell’antifascismo, nell’antirazzismo, nel ripudio della guerra, nella lotta per i diritti sociali e ambientali: parlare di odio e violenza vuol dire non conoscere quei mondi.

    Attendiamo di capire quando saranno tutte e tutti nuovamente tra noi e cosa è successo, evitando di alimentare polemiche del tutto fuorvianti.

  • Lei è Antonella Bundu.

    Lei è Antonella Bundu.

    E penso sia importante non lasciare alla propaganda del Governo di Israele scegliere come farcela vedere.


    Dmitrij Palagi — Sinistra Progetto Comune

    Stanno girando i video in cui esultano per aver catturato gli equipaggi di mare della Global Sumud Flotilla, in acque internazionali. È giusto vederle e reagire.

    Sono immagini che portano a provare sentimenti di rabbia e di paura, che non vanno negati. Bisogna però tenere tutto insieme, sapere che in parte abbiamo vinto: Antonella Bundu, Dario Salvetti e tutte le persone nelle mani di Israele hanno già vinto.

    Perché stanno confermando e dimostrando quello che il popolo palestinese subisce da decenni, l’impunità di forze armate che sembrano non dover rispondere a nessuna comunità internazionale.

    Lo so che è dura, soprattutto fare i conti con un potenziale senso di impotenza. Ma è quello che vogliono loro. Cancellarci un’idea di umanità per cui ha senso lottare.

    Di fronte a ondate di oscurità sui social e alla barbarie nella realtà, teniamoci strette e stretti. Riconosciamo da che parte della storia stiamo e siamo sempre state e stati.

    Facciamo tutto il possibile per garantire incolumità e liberazione immediata degli equipaggi di mare.

    Quello che stiamo vedendo deve darci forza, coraggio, determinazione e solidarietà, accettando quanto sentiamo, ma trasformandolo in lotta, restando accanto a chi è più esposta ed esposto.

    Stasera alle 20:30 c’è un nuovo Urlo per Gaza in piazza Dalmazia. Ci vediamo lì. Con tutta la lucidità che serve di fronte alla volgarità e oscenità del loro potere.

    Dimtrij Palagi

  • Global Sumud Flotilla: immagini inaccettabili da Israele. Rilasciare subito tutte le persone

    Global Sumud Flotilla: immagini inaccettabili da Israele. Rilasciare subito tutte le persone

    “Stamani in Commissione 7 parere favorevole per un atto che rafforza la posizione al fianco della Global Sumud Flotilla. Ogni livello istituzionale deve fare pressione adesso”


    Dmitrij Palagi — Sinistra Progetto Comune

    Stanno circolando immagini di propaganda del governo israeliano intrise di disumanità: persone tenute a terra, un Ministro di Tel Aviv che festeggia, Antonella Bundu trasportata in stato di detenzione. Immagini pensate per colpire chi segue da casa, per disorientare, per assuefare a quello che invece non è e non deve essere normale: un attacco a una missione civile e non violenta in acque internazionali è una violazione del diritto internazionale, non un’operazione di sicurezza.

    Ci stringiamo alle famiglie e alle comunità di tutte le persone al momento trattenute e chiediamo la loro immediata liberazione e incolumità.

    Chi riceve queste immagini deve saperlo: quello che vediamo non dice niente sulla missione, dice tutto sui governi che continuano a essere complici, incluso il nostro, che non ha ancora interrotto la fornitura di armi al governo israeliano. La Global Sumud Flotilla è partita perché le istituzioni hanno abbandonato i propri doveri — verso il popolo palestinese, verso il diritto internazionale, verso le misure provvisorie della Corte Internazionale di Giustizia. Le persone che ne fanno parte portano avanti il senso di quella responsabilità collettiva.

    Questa mattina la Commissione 7 ha dato parere favorevole alla risoluzione che nuovamente schiera Palazzo Vecchio al fianco della missione. Ogni livello istituzionale deve in queste ore fare pressione, pretendere l’incolumità e la liberazione di chi è trattenuto e denunciare l’impunità sistematica del governo israeliano. La risposta alle immagini di oggi non deve essere solo la paura (che pure è inevitabile provare): è la mobilitazione costante, fino a che non torneranno, per continuare insieme a loro.

    Stasera alle 20:30 c’è un nuovo Urlo per Gaza in piazza Dalmazia.

  • Global Sumud Flotilla: tra le persone trattenute anche Antonella Bundu e Dario Salvetti. Tutti i livelli istituzionali si attivino subito

    Global Sumud Flotilla: tra le persone trattenute anche Antonella Bundu e Dario Salvetti. Tutti i livelli istituzionali si attivino subito

    “Il Consiglio comunale di Firenze ha votato ieri: adesso occorre un’azione da parte di tutti i livelli dello Stato”


    Dmitrij Palagi — Sinistra Progetto Comune

    La barca della Global Sumud Flotilla su cui viaggiavano anche Antonella Bundu (già capogruppo di Sinistra Progetto Comune e candidata presidente di Toscana Rossa) e Dario Salvetti (Collettivo di Fabbrica ex GKN) è stata intercettata. Sono tra le circa cinquecento persone che componevano la flotta impegnata in una missione umanitaria contro il blocco navale illegale imposto da Israele a Gaza..

    Ieri il Consiglio comunale di Firenze ha votato sulla mozione relativa al secondo abbordaggio della Flotilla. Quel voto aveva un senso preciso: riconoscere che ciò che accade in acque internazionali non è affare lontano, e che le istituzioni locali hanno la responsabilità di parlare con chiarezza. Oggi, a ore di distanza, la notizia dell’intercettazione di Salvetti e Bundu dimostra quanto fosse urgente farlo.

    La connessione tra la lotta della ex GKN e la solidarietà con il popolo palestinese non è retorica: è la stessa logica economica e politica che porta alla chiusura di una fabbrica e che sostiene un blocco navale e un’operazione militare che i principali organismi internazionali definiscono strage di civili. Chi ha partecipato alla Flotilla lo sa e lo ha detto chiaramente.

    Chiediamo che tutti i livelli istituzionali — Comune, Regione, Governo, Parlamento — si attivino immediatamente per la liberazione di Salvetti, Bundu e di tutte le persone trattenute sulle imbarcazioni della Flotilla. Non come gesto simbolico: come pretesa concreta, esercitando ogni canale diplomatico disponibile. Il diritto internazionale è dalla parte di chi porta aiuti umanitari in acque internazionali, non di chi li ferma con la forza.

  • Secondo abbordaggio alla Global Sumud Flotilla: al loro fianco, in piazza e in aula

    Secondo abbordaggio alla Global Sumud Flotilla: al loro fianco, in piazza e in aula

    “In tre settimane Israele ha attaccato due volte una flottiglia civile in acque internazionali. Non è un incidente: è un metodo. Il Consiglio di Firenze torni a esprimersi”


    Dmitrij Palagi — Sinistra Progetto Comune

    Poche ore fa, stavolta di giorno, le forze navali israeliane hanno abbordato per la seconda volta in tre settimane le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, al largo di Cipro, a centinaia di miglia nautiche dalle coste israeliane. Circa 35 cittadine e cittadini italiani erano a bordo. Il Ministro degli Esteri ha chiesto garanzie sulle loro condizioni e attivato le ambasciate a Tel Aviv, Ankara e Nicosia.

    Non è la prima volta, e non è neanche la seconda. L’estate del 2025 la prima missione della Sumud Flotilla fu attaccata in acque internazionali al largo di Creta con droni, bombe assordanti e sostanze irritanti, poi abbordata e fermata a 120 miglia da Gaza. Pochi mesi dopo, il 29 e il 30 aprile scorsi, una nuova missione — 70 imbarcazioni, migliaia di persone da più di 70 paesi — subiva un nuovo abbordaggio in acque internazionali, al largo di Cythera. I due coordinatori fermati sono stati rilasciati solo il 10 maggio, dopo molti giorni di detenzione durante i quali sono emerse denunce di maltrattamenti, oltre che di mancato accesso ai legali e ai rappresentanti consolari.

    Il 30 aprile il Consiglio Comunale di Firenze aveva approvato, con 21 voti favorevoli e nessun contrario, un ordine del giorno di solidarietà alla Flotilla e di condanna per l’aggressione in acque internazionali. Il Governo italiano aveva pubblicamente condannato il sequestro e chiesto la liberazione delle persone sequestrate. Poi la Flotilla è ripartita — da Marmaris, il 14 maggio, 54 imbarcazioni e circa 500 partecipanti da 45 delegazioni — ed è stata abbordata di nuovo. Stesse acque internazionali, stessa violazione dell’UNCLOS, stesso silenzio strutturale dell’Europa.

    Questa sera saremo alla manifestazione convocata alle 18.30 in via de’ Gondi, a Firenze. Stare in piazza è il minimo, per essere equipaggio di terra, come ci ha chiesto chi si è imbarcata e imbarcato.

    Oggi chiederemo al Consiglio Comunale di approvare una mozione che va oltre l’atto del 30 aprile: un impegno del Comune a utilizzare i canali delle relazioni internazionali di Palazzo Vecchio per esercitare una pressione coordinata per il rilascio immediato di tutte le persone fermate.

    L’impunità sistematica del Governo di Israele è evidente: non c’è pace per il popolo palestinese e a chi è mosso da sentimenti di umanità non è concesso raggiungere Gaza per portare aiuti, vicinanza, solidarietà.

    La solidarietà internazionale si costruisce atto dopo atto, in piazza e nelle sedi istituzionali.

    Un abbraccio particolare va ad Antonella Bundu, già capogruppo di Sinistra Progetto Comune, e a Dario Salvetti, del Collettivo di Fabbrica ex GKN, come a tutte le persone coinvolte. Nei ruoli che abbiamo non faremo mancare il nostro contributo per stare al loro fianco, a quello delle loro famiglie e di chi sta vivendo momenti di forte preoccupazione.

    Mozione votata dal Consiglio comunale di Firenze, senza voti contrari (favorevoli 21, non voto 3, assenti 13).

  • Solidarietà alla Global Sumud Flotilla – secondo sequestro in acque internazionali e richiesta rilascio immediato

    Mozione n. 890 · Approvata
    Presentato 17 Maggio 2026 · Discusso 17 Maggio 2026
    Firmatari Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune)
    Documenti Testo dell’atto (PDF)

    Mozione a prima firma di Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune). Il testo integrale è nel documento allegato.

  • La Commissione 7 dice sì alla nostra risoluzione contro la pena di morte in Israele

    La Commissione 7 dice sì alla nostra risoluzione contro la pena di morte in Israele

    “Dispiace per il voto contrario della Lista Funaro. Importante prendersi cura del dibattito pubblico e contrastare il clima di intimidazioni”

    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    La Commissione 7 del Consiglio Comunale ha espresso parere favorevole alla risoluzione 2026/00537 da noi presentata il 1° aprile 2026, avente ad oggetto «Contro la reintroduzione della pena di morte, anche quella ipotizzata in Israele».

    Il 30 marzo scorso la Knesset ha approvato con 62 voti favorevoli e 48 contrari una legge che introduce la condanna a morte — mediante impiccagione entro novanta giorni dalla sentenza — per chiunque causi la morte di una persona in un atto definito terroristico con l’intento di “negare l’esistenza dello Stato di Israele”: la legge non richiede unanimità tra i giudici, non prevede un effettivo diritto di appello, e si applica esclusivamente alla popolazione palestinese giudicata dai tribunali militari israeliani. Ricordiamo che i coloni insediati illegalmente nei medesimi territori vengono giudicati da tribunali civili, ai quali la pena di morte non si applica. Non a caso, Amnesty International l’ha definita «una delle più estreme al mondo» e Human Rights Watch ha parlato di apartheid. La nostra risoluzione ne chiede la condanna e l’abrogazione immediata.

    Il voto in commissione ha avuto un esito significativo: favorevoli Sinistra Progetto Comune, Partito Democratico e AVS-Ecolò (9 voti); contraria Lista Funaro (1 voto); non voto Italia Viva, Forza Italia e Lega (3). Nella stessa seduta la commissione ha votato anche una risoluzione della maggioranza, approvata con 12 voti favorevoli — PD, AVS-Ecolò, SPC, Italia Viva, Forza Italia, Lista Funaro — e un solo non voto (Lega). Il confronto tra i due voti è eloquente: la lista che porta il nome della Sindaca riesce a sostenere una risoluzione più ampia ma si è opposta alla nostra che chiede di condannare specificamente la pena di morte applicata ai soli palestinesi. Non è una sfumatura.

    Su questo sfondo si inserisce una questione che non possiamo ignorare: chi in questa città difende i diritti del popolo palestinese viene pubblicamente accusato — da chi ha responsabilità politiche e relazioni istituzionali consolidate — di metodi fascisti, anche se milita da anni e anni in movimenti antirazzisti e antifascisti. Sappiamo come funziona questo schema: delegittimare il movimento, alzare la soglia del confronto, creare un clima in cui l’intimidazione venga percepita come normale: non va bene, continua a rendere quasi impossibile un dibattito reale tra territorio e istituzionale. Per questo ribadiamo il nostro sostegno a Firenze per la Palestina, un coordinamento di realtà del territorio che dal basso si mobilita contro l’impunità sistematica del Governo di Israele e critica legittimamente chi lo rappresenta con incarichi istituzionali.

    Firenze è la città che nel 1786 ha abolito per prima al mondo la pena di morte, con il Granducato di Toscana (anche se poi fu reintrodotta). L’Italia non la prevede più neanche in ambito militare. Abbiamo una storia importante, che deve portarci a denunciare come barbarie quanto stiamo vedendo in Israele, con le foto di corde per l’impiccagione che appaiono su torte e giacche.

  • Solidarietà agli attivisti per la Palestina aggrediti a Greve in Chianti

    Solidarietà agli attivisti per la Palestina aggrediti a Greve in Chianti

    “Appuntamento il 9 maggio alle 10:30 in piazza del Comune”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Il 29 aprile in Piazza Matteotti a Greve in Chianti, due attivisti di BDS Firenze e Firenze per la Palestina sono stati minacciati e aggrediti verbalmente mentre affiggevano drappi con i nomi delle bambine e dei bambini uccisi in Palestina, nell’ambito dell’iniziativa “20.000 drappi per i bambini vittime dei conflitti” promossa dal Comitato Greve per la Palestina. Il Comune, chiamato in causa dagli aggressori, non avrebbe condannato la violenza ma rimosso i drappi.

    Esprimiamo piena solidarietà ai due attivisti e a tutte le realtà che portano avanti questa iniziativa di memoria nonviolenta. Intimidire chi esercita il diritto costituzionale di espressione e opinione è grave: le istituzioni dovrebbero garantire l’espressione di chi si indigna di fronte alla barbarie, non schierarsi contro chi si mobilità per i diritti umani.

    Questi episodi non sono isolati: in tutta Italia si moltiplicano intimidazioni, denunce e restrizioni contro chi sostiene il popolo palestinese: il silenzio delle istituzioni davanti a ogni singolo atto di intolleranza contribuisce a normalizzarli.

    Per questo prendiamo convinta e chiara posizione, rilanciando a nostra volta la notizia del presidio di solidarietà previsto sabato 9 maggio, alle 10.30, in piazza del Comune a Greve in Chianti.

  • Consolato onorario di Israele, Fondazione Meyer, differenze tra antisemitismo e critica istituzionale

    Consolato onorario di Israele, Fondazione Meyer, differenze tra antisemitismo e critica istituzionale

    “Chi disegna svastiche sta dall’altra parte rispetto a noi e ai nostri mondi. Ribadiamo la legittimità delle nostre iniziative politiche: non hanno niente a che fare con l’odio razziale.”


    Dmitrij Palagi — Sinistra Progetto Comune

    Abbiamo già detto ieri sera cosa pensiamo delle scritte antisemite apparse sui muri di Firenze. Lo ripetiamo senza incertezze: chi disegna svastiche e invoca il rogo sta dall’altra parte rispetto a noi, alla nostra storia e ai mondi a cui apparteniamo. Non esiste zona grigia su questo.

    Oggi il Console onorario di Israele affida alla stampa un “sorriso tiepido” rivolto a chi condanna le scritte ma non difende la sua presidenza della Fondazione Meyer. È una mossa che mescola deliberatamente due piani che non hanno niente in comune, e che non possiamo lasciare senza risposta.

    Giovedì pomeriggio si terrà un’iniziativa pubblica sul DDL Romeo — la proposta di legge che, dopo il primo via libera del Senato a marzo 2026, adotta la definizione operativa dell’IHRA sull’antisemitismo. È una definizione che tra i propri esempi applicativi include il fatto di “applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele”: una formulazione che, secondo molti giuristi e organizzazioni per i diritti umani tra cui Amnesty International, rischia di trasformare la critica legittima alle politiche del governo israeliano in fattispecie perseguibile. L’iniziativa discuterà esattamente questo nodo — il confine tra antisemitismo e dissenso politico — e per noi rientra nel lavoro ordinario di approfondimento.

    La richiesta che il Console onorario di Israele lasci la presidenza della Fondazione Meyer nasce da una valutazione istituzionale precisa: quella presidenza non è compatibile, a nostro avviso, con il ruolo di rappresentanza di un governo sotto giudizio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, che ha reso Gaza uno dei luoghi più pericolosi al mondo per le bambine e i bambini. È una questione di opportunità istituzionale. Non ha niente a che fare con la persona di Carrai, con forme di odio, o con la comunità ebraica di Firenze: sostenere il contrario vuol dire costruire un teorema su presupposti falsati.

    Usare le scritte antisemite per blindare quella posizione — o per gettare ombre su chi chiede legittimamente conto di scelte istituzionali — è esattamente il tipo di operazione che rende più difficile combattere l’antisemitismo reale. Perché lo confonde con il dissenso politico, e finisce per svalutare entrambi.

    Noi teniamo i piani separati. E continueremo a fare il nostro lavoro, in modo trasparente, senza ambiguità o ipocrisie.

  • Scritte antisemite: necessaria massima serietà da parte delle istituzioni

    Scritte antisemite: necessaria massima serietà da parte delle istituzioni

    “Non può esserci ambiguità, anche rispetto ai silenzi selettivi: mescolare il Governo di Israele con la questione ebraica avvelena i pozzi della politica”


    Dmitrij Palagi — Sinistra Progetto Comune

    Esprimiamo una posizione molto chiara sulle scritte antisemite apparse nella notte tra il 2 e il 3 maggio 2026 a Firenze, in via dei Banchi e nel sottopasso della stazione di Santa Maria Novella.

    Le frasi — accompagnate da una svastica — mescolano violenza verbale esplicita, riferimenti al sionismo e alla questione ebraica. Non può esserci tolleranza verso alcuna forma di discriminazione razziale, e tutto il sistema politico ha il dovere di contrastare le radici profonde dell’antisemitismo. Queste scritte fanno del male anche alla causa di chi lotta ogni giorno per la dignità e i diritti del popolo palestinese: l’odio razziale non è mai uno strumento politico legittimo, va ripudiato.

    Per rafforzare questa indisponibilità verso l’intolleranza è importante evitare i silenzi selettivi. In queste stesse ore la stampa internazionale riporta le immagini del ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir che festeggia il proprio compleanno con una torta decorata con un cappio – un riferimento esplicito alla legge sulla pena di morte per i detenuti palestinesi approvata dalla Knesset a marzo. Nel frattempo, Thiago Ávila e Saif Abukeshek sono detenuti dal governo israeliano dopo essere stati prelevati con la forza dalla nave Eros 1, che navigava in acque internazionali sotto bandiera italiana: i loro legali hanno presentato ricorso urgente alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo proprio contro l’Italia, in quanto Stato di bandiera.

    Sono fatti diversi tra loro — ma chi ha ruoli pubblici deve applicare gli stessi parametri di fronte a ogni forma di barbarie, senza gerarchie e senza banalizzare.

    Aggiungiamo che in nessun modo i ruoli che si ricoprono possono mescolarsi con l’incolumità fisica di chi li ricopre.

    Confidiamo che anche in Consiglio comunale si smetta di confondere le categorie, avvelenando il confronto politico.